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Opinioni e commenti
 

Le ricette per un’Italia
che cresce poco e male
Pubblicato il 21-05-2015


Lavoro_occupazioneMentre il 2015 procede verso l’estate, molte delle nostre certezze consolidate vacillano. L’Ucraina ha riportato lo spettro della guerra in Europa, il “Califfato” l’ha esteso nel Medio Oriente. La crescita americana e quella cinese mostrano segni di rallentamento, il mercato mondiale dell’energia è sconvolto dalla comparsa dello shale gas e dalla politica dei prezzi bassi praticata da molti Paesi produttori. Accordi preferenziali di scambio tra pochi Paesi tendono a sostituire l’idea di una globalizzazione planetaria. Nel frattempo, la spinta all’innovazione trasforma i modi di produrre e di consumare.

Cambia anche la struttura sociale: la classe media si espande in Oriente, ma è in trincea in Occidente, dove il “precariato” potrebbe avere una funzione fortemente destabilizzante. In questo clima Europa ed Italia cercano di muovere passi incerti di rinnovamento. Di tutti questi problemi e dei loro sviluppi, si è recentemente discusso a Roma nell’ambito di un convegno organizzato dall’Istituto Affari Internazionali per la presentazione del XIX rapporto annuale sull’economia globale e l’Italia, curato da Mario Deaglio per il Centro di Ricerca Luigi Einaudi.

Ne è emerso che l’Italia si trova proiettata in uno scenario mondiale che, a partire dalla crisi del 2008, è cambiato e tuttora va mutando molto rapidamente. Un vero e proprio vortice del cambiamento, che coinvolge la sfera tecnologica, dei consumi, dei commerci, il mondo della finanza.

A livello tecnologico avanza il cosiddetto “internet delle cose”, cioè la possibilità degli oggetti di interagire fra loro, con una capacità computazionale che replica il cervello umano; le città saranno sempre più smart ed in grado di prevedere ed adeguarsi al comportamento della gente, ad esempio per regolare il traffico; la formazione a distanza aprirà nuove strade del sapere e gli interventi chirurgici potranno essere effettuati a distanza e con l’ausilio di strumenti che renderanno possibili interventi oggi non tali.

Non solo. Il cambiamento riguarderà anche la sfera dei consumi, perché sta venendo meno la garanzia che in futuro il cibo prodotto sia sufficiente per l’umanità, come testimonia l’andamento crescente dei prezzi dei cereali negli ultimi anni. Ed il vortice del cambiamento riguarderà i commerci internazionali tra Est ed Ovest, che grazie al riscaldamento globale, potranno essere agevolati dall’apertura di nuove rotte marittime nel Mare del Nord che consentiranno di bypassare il canale di Suez ed ottenere notevoli risparmi.

Il cambiamento impatterà non solo sulle società occidentali, con l’assottigliarsi della classe media in Nord America ed in Europa, ma anche il mondo della finanza, dove la tecnologia avrà un ruolo sempre più ampio e dove già si sono verificati cambiamenti in parte inattesi. Si pensi infatti alla svalutazione dell’euro rispetto al dollaro, superiore a qualunque svalutazione della lira avvenuta in passato; alla inattesa svalutazione del franco svizzero nei confronti delle altre valute; al dimezzamento del prezzo del petrolio, che ora viaggia intorno ai 50 dollari al barile; ai tassi di interesse su livelli storicamente molto bassi, con l’Euribor a 30 anni pari all’1,2%.

In questo scenario, tramonta l’epoca della globalizzazione ed arriva quella della “cattiveria”, in cui la cooperazione si affievolisce e si inaspriscono i rapporti economici e politici tra i principali Paesi del Mondo, sempre più simili a città medioevali, trincerate dietro alti muri, con ponti levatoi che si aprono e si chiudono a seconda delle convenienze.

Anche quei Paesi che un tempo garantivano un ordine mondiale, come gli Stati Uniti, oggi vedono la loro leadership insediata, ad esempio dalla Cina, il cui prodotto interno lordo in pochi anni supererà quello degli USA. Del resto gli USA sono sì usciti dalla crisi con un tasso di disoccupazione del 6%, ma con un netto calo della qualità dell’occupazione: a parità di numero di dipendenti rispetto al periodo pre-crisi e ad aliquote invariate, hanno registrato un calo del 20% dei contributi sociali. Il motivo è che quindici anni fa i maggiori datori di lavoro erano IBM e Ford, mentre ora sono McDonald’s e Walmart. Quindi l’uscita dalla crisi si accompagna anche per gli USA ad un lavoro di qualità inferiore e ad una diversa distribuzione della ricchezza, che vede ulteriormente favorita l’upper class rispetto alla classe media.

E l’Italia? Il nostro Paese negli anni ’90 è cresciuto un media del 2%, nel primo decennio del 2000 è cresciuto mediamente dell’1% e negli ultimi anni ha visto una forte contrazione del Prodotto Interno Lordo. L’Italia è ormai considerata un caso unico in Europa, l’unico Paese con un PIL che non è ritornato su livelli pre-crisi e la cui capacità produttiva che si è ridotta di un quarto.

Il motivo? La crisi è durata più a lungo rispetto a quelle del passato ed ha colpito tutti i settori, mutando in modo strutturale gli stili di consumo degli italiani. Inoltre, le esportazioni da sole non sono state sufficienti a trainare la ripresa e, soprattutto, a compensare l’enorme calo degli investimenti nel nostro Paese, che si sono ridotti del 31% rispetto ai livelli pre-crisi. Mancano dunque all’appello 100 miliardi di euro di investimenti in Italia: la metà sono stati investiti all’estero dai nostri imprenditori, l’altra metà sono investimenti effettivamente mancati. E quando si investe troppo poco e per un periodo troppo lungo, non solo la cilindrata del motore Italia scende, ma si riducono anche le opportunità per i giovani: rispetto agli anni prima della crisi, sono raddoppiati gli italiani che stabilmente trasferiscono la propria residenza all’estero. E così, mentre da un lato ci svuotiamo dei nostri giovani, formati e preparati, dall’altro subiamo correnti migratorie di disperati, realizzando una perdita netta per il nostro Paese, che sa ancora produrre “capitale umano” competitivo, ma poi non sa come impiegarlo.

Cosa fare? Le soluzioni suggerite dal Centro Einaudi sono tre: riprogettare il settore pubblico attorno ai bisogni dei cittadini, con un maggior tasso di innovazione; aumentare l’area del mercato, stimolando privatizzazioni, alienazioni e liberalizzazioni che si sono fermate agli anni Novanta; investire di più sul territorio. Per spezzare il circolo vizioso urge dunque stimolare la domanda interna, lasciando più soldi in mano ai giovani; agevolare gli investimenti esteri il più possibile, per poter afferrare i nuovi paradigmi tecnologici di cui si è detto sopra, ed infine incentivare il settore edile, che è stato molto penalizzato dalla crisi. Ma, nonostante le soluzioni proposte, non si riesce comunque a sciogliere la prognosi per risolvere una crisi che è ancora tra noi e per agguantare una ripresa che, unico Paese in Europa, continua a sfuggirci di mano. E, forse, aggiungiamo noi, occorre iniziare a pensare in modo meno tradizionale ed a cure più incisive e profonde.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Sono un professore in pensione e ho sempre sostenuto la scuola pubblica secondo i dettami degli artt.33 e 34 della nostra Costituzione, dopo 20 anni di “riformite scolastica”, dovuta a questa mediocre classe dirigente, sono giunto a ritenere che l’Italia potrà tornare ad essere uno dei cinque paesi economicamente più forti soltanto se saprà darsi un sistema formativo che guarda lontano e siccome le opzioni sono tante da prendere in considerazione l’unica soluzione, a mio avviso, è quella di eliminare il valore legale ai titoli di studio; soltanto in questo caso il sistema potrà, forse, trovare nel tempo un giusto equilibrio dopo qualche anno di turbolenza.

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