sabato, 21 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Legalità, un’occasione di riflessione e una testimonianza concreta
Pubblicato il 18-05-2015


Cagliari-legalità“Per una cultura  della legalità, un’occasione  di ascolto  e di conoscenza  di buone pratiche” –   è il titolo  dell’evento promosso  e organizzato in  una  due  giorni  tenutasi  a Cagliari  al  liceo Motzo di Quartu Sant’Elena e al  liceo  Azuni di Cagliari, dalla Professoressa  Monica  Sitzia.  Un evento che vuole essere testimonianza e invito alla riflessione sulla cultura della legalità e dell’accoglienza, sul senso della partecipazione civile e responsabile, per ispirare e far ritrovare impegni capaci di orientare scelte individuali e sociali nei confronti dell’altro e del territorio in cui si opera.  Cosi recita la locandina, come spiega la Professoressa Sitzia –“Ho pensato che fosse importante offrire agli studenti sardi un’occasione di riflessione e una testimonianza concreta”.

Importanti gli interventi: don Ennio Stamile, parroco di Cetraro (Calabria), già delegato regionale della Caritas calabrese, attualmente delegato diocesano della Fondazione “Migrantes”, esperto di teologia morale sociale, opinionista de “Il quotidiano della Calabria” e impegnato sul fronte della lotta alle mafie; Salvatore Amodìo, ufficiale dei Carabinieri presso la DIA-Direzione antimafia di Catanzaro; Conni Aieta architetto, impegnata nel sociale e in missioni in Africa; Anna Falcone, avvocato, già docente in materie giuspubblicistiche presso l’Università della Calabria, promotrice di campagne antimafia e antiviolenza, impegnata nei nuovi movimenti di cittadinanza attiva volti al recupero della sovranità popolare e all’affermazione di modelli più avanzati di democrazia partecipativa. Molti i temi trattati intorno al tema della legalità per stimolare l’attenzione, la curiosità e lo spirito critico degli studenti nella speranza che il futuro di queste nuove  generazioni possa davvero partire dalla scuola.

La scuola come ambiente di formazione della cultura alla legalità, la responsabilità come consapevolezza della propria libertà, la cultura come volano per l’identificazione della persona e del popolo. Indicativi gli interventi di Don Ennio Stamile – “Ci troviamo nel decennio della cosiddetta “sfida educativa”. I nostri vescovi ci hanno, appunto, invitati ad affrontare questa sfida in tutti i luoghi in cui si plasma l’uomo, si educa l’uomo, e mi pare che la scuola sia uno di questi luoghi, forse il luogo più importante.

Educare alla legalità è sempre stato un tema sempre caro alla Chiesa, sin dal 1991, quando è stato emesso un documento dalla commissione giustizia e pace dal titolo “educare alla legalità”. Educare alla legalità, soprattutto oggi, significa partire dai giovani e far comprendere loro la bellezza, intanto dell’esser cittadini responsabili, la bellezza della nostra carta fondamentale, la bellezza della dignità della persona umana, l’importanza della responsabilità nei confronti soprattutto di chi, ad esempio, e sono tanti, ha perso il lavoro.

Oggi, in Italia otto milioni di persone che hanno perso il lavoro, sono ancora disoccupati. Il 61% di queste persone, sono disposte a trovare lavoro in qualsiasi posto. Anche in quei posti, ad esempio, dove le mafie investono per riciclare denaro.  Educare alla legalità significa dare la possibilità a queste persone di vivere dignitosamente e soprattutto di esser libere, perché chi è povero, non è libero. Questo è uno di quei concetti che dobbiamo assolutamente fare nostro. Chi vive in una situazione di povertà non è libero, ma non è libero neanche chi subisce estorsioni, o ogni tipo di violenza, compreso il pizzo.

Non è libero nemmeno chi vive il dramma della droga. Allora, purtroppo la realtà criminale in Italia – tra queste la ndragheta che è diventata oramai, secondo quanto ci dicono anche gli esperti del settore, la realtà più pericolosa in tal  senso – produce queste tante forme di povertà. Siamo qui, oggi, quindi, anche per far capire ai ragazzi di non esser indifferenti a queste realtà”.  In una situazione come quella attuale, dove è posta in discussione, in un incalzante dibattito, la riforma  della scuola; il diritto all’istruzione, che è uno dei principi cardine della nostra Costituzione, la scuola può e deve costruire un percorso di formazione anche umano e di legalità, oltre che quello d’istruzione.  “In tal  senso – dice Don Ennio – In Italia, la scuola è un po’ come la chiesa; sempre “riformanda”.

I Governi che si susseguono credono di poter riformare la scuola secondo un proprio pensiero, un proprio criterio, non tenendo conto della realtà della condizione scolastica in Italia. Una realtà, diciamolo, drammatica sotto alcuni punti  di vista. Una riforma  scolastica deve partire soprattutto da questa consapevolezza, da questa realtà e bisogna investire di più. A partire dall’Università, innanzitutto, dall’importanza che riveste la ricerca, oggi, in Italia. E’ questa, dunque, la riforma che dovrebbe farsi, una scuola più libera, una scuola capace di formare i ragazzi su ogni tipo di realtà, che li circonda e ci circonda.
Allora, se noi partiamo da questa consapevolezza, credo che possiamo rendere la scuola cosi come deve essere, fruibile a tutti e libera, soprattutto. Quello che dispiace, appunto, è quest’alternanza di Governi che non fanno altro che mettere mano alla scuola con delle riforme che sono una peggio dell’altra e che non risolvono i problemi.”.
Ed è appunto rilevando l’importanza dei principi fondamentali e il diritto  all’istruzione, il diritto alla partecipazione attiva, alla vita sociale ed economica del Paese, che il dibattito deve necessariamente allargarsi e orientare l’attenzione e la concentrazione anche alla formazione politica e umana dei cittadini e, come rileva l’avv. Anna Falcone – “E’ proprio questo che bisogna stimolare. La presa di coscienza dei giovani come attori, soggetti attivi e propulsori di un processo sociale che invece spesso li emargina e li mette lontano da qualsiasi processo partecipativo. Bisogna tornare a stimolare la loro voglia di partecipare, la possibilità di cambiare le cose che non vanno, la fiducia nelle istituzioni e la consapevolezza che queste sono fatte da persone che con le loro azioni, con i loro pensieri, con il loro progetto democratico e sociale possono condizionare il futuro. La cosa che mi turba di più, infatti, è proprio vedere come le giovani generazioni, ma non soltanto i ragazzi delle scuole, addirittura i giovani delle Università, si sentano esclusi dalla politica e dalla società in cui vivono, lontani dalle istituzioni e quasi neutralizzati nella loro qualità di cittadini. E’ una prospettiva che uccide il futuro e noi non possiamo assolutamente permetterlo”.

Invece, ovunque non si sente altro che espressione di sfiducia nelle istituzioni, mancanza di spinta alla partecipazione attiva alla vita politica e sociale del Paese. La causa di questa “sfiducia” può individuarsi certamente in un divario creato nel corso dell’ultimo ventennio dalla politica stessa nei confronti del cittadino. Manca il rapporto diretto tra il cittadino e chi arriva poi a decidere le sorti del Paese. Divario cui sembra non volersi porre rimedio – “Sicuramente sì – dice l’avv. Falcone – purtroppo noi non siamo riusciti a scardinare, in Italia, nell’ultimo ventennio, il dramma del voto di scambio che anche con le liste bloccate ha continuato ad essere radicato nella società. Non siamo riusciti a produrre quel passaggio determinante dalla “democrazia meramente rappresentativa” alla “democrazia partecipativa”.

Tra l’altro c’è una strategia di fondo che sembra voler far passare un messaggio inaccettabile; che la democrazia sia troppo difficile da gestire per esser effettivamente realizzata. C’è stato e c’è un atteggiamento un po’ bipartisan che ha mirato ad affermare, nel  corso degli ultimi anni, prima l’esigenza della governabilità, sul diritto alla rappresentanza, poi il governo della maggioranza relativa, ovvero della minoranza. Come se non fosse possibile, come dice la nostra Carta Costituzionale, governare il Paese tramite le assemblee parlamentari e le maggioranze reali lì rappresentate, per decidere insieme con il maggiore consenso possibile, soprattutto sulle riforme più importanti, che sia la riforma della scuola, che sia la riforma  elettorale, che siano le riforme  istituzionali.

E’ vero l’esatto contrario. Perché sulle riforme da cui dipende il nostro assetto democratico e la nostra cittadinanza sociale non può decidere una minoranza diventata maggioranza in forza di un premio dichiarato incostituzionale dalla Consulta, sull’attuazione di principi e diritti cruciali per il nostro ordinamento e la nostra Costituzione devono esser d’accordo (almeno) la maggioranza reale dei cittadini italiani.  Altrimenti la anche la governabilità formale e sostanziale che viene invocata a giustificazione di riforme fatte male e di fretta, diventa un’illusione: al prossimo Governo, si dovrà ripartire daccapo”.

Temi caldi, dunque, che fanno parte, come già sottolineato, dell’incalzante acceso dibattito in atto da qualche tempo in Italia, accentuato ulteriormente dalla mancanza di dialogo e discussione dentro lo stesso Parlamento, inteso come “ voce degli italiani”.  Allora la domanda che ci poniamo e rivolgiamo anche all’avvocato Falcone, esperta anche di legislazione elettorale (recentemente è stata audita presso la Commissione Affari Costituzionali), è:“stiamo subendo decisioni assunte in un Parlamento esautorato?” – “Politicamente si; la Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 del 2014 aveva dichiarato l’incostituzionalità del c.d. “Porcellum”, ovvero della legge elettorale che ha eletto questo Parlamento, facendo salva, però la legittimità formare dell’Assemblea. Il problema, però, non è quello della legittimità formale del Parlamento insediato, ma, quello della sua legittimazione sostanziale e politica sulle riforme. Un parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale che si azzarda a fare, con una minoranza gonfiata in maggioranza grazie a un premio dichiarato incostituzionale, delle riforme che incidono direttamente sulla forma di governo, e sulle garanzie democratiche sancite dalla Carta costituzionale, suscita sconcerto e preoccupazione. Riforme sulle quali, spesso, il Paese stesso manifesta la sua forte perplessità nelle piazze, nelle scuole, in tutti gli organismi intermedi”.

Perplessità, che sembra non  raggiungere il Governo affinché possa rivedere, o in qualche modo, provare a trovare un punto d’incontro con altre parti politiche. “Sì – prosegue – e la cosa che io trovo, drammatica è proprio questa.  Alla richiesta di maggior partecipazione avanzata dai cittadini i Governi di destra e sinistra hanno risposto con una centralizzazione delle decisioni che nega il dialogo o ne fa un passaggio meramente formale che non tiene conto delle ragioni dei destinatari delle riforme, quelli cioè che i problemi del lavoro, della scuola, dell’università, li vivono ogni giorno sulla propria pelle. È una modalità di intervento che nega i “principi democratico e pluralista”  su cui si fonda la nostra Costituzione, ma è contrario a qualsiasi reale democrazia. Non è possibile decidere senza dialogare, spacciando la “velocità” delle decisioni con la loro efficienza e demolendo lo Stato sociale di diritto e la dignità di lavoratori, insegnanti, studenti”.

Si può dunque riassumere tutto questo dicendo che in Italia da qualche tempo è assente la qualità politica che ha contraddistinto grandi politici e grandi statisti del passato.  In Sardegna tutti ricordiamo Antonio  Gramsci, un filoso, un politico che è riuscito fare dello studio, comunque anche da autodidatta, una ragione di vita, uno strumento di emancipazione e di libertà.

– “Sì, esatto. Uno strumento di emancipazione e di libertà  politica. E’ sicuramente patrimonio di quella parte politica, ma era patrimonio davvero di tutte le forze politiche che si riconoscevano nella Costituzione che è eminentemente esempio di questo metodo del dialogo, dell’incontro e della sintesi di diverse idee e ideologie sul massimo comune denominatore che è la democrazia declinata nei suoi principi fondamentali. Noi, in Italia, dobbiamo rifondare il “metodo democratico”, nelle assemblee, nei sindacati e nei partiti, dove ancora persiste questa immensa lacuna della mancata attuazione del metodo democratico di cui all’art. 49 della Costituzione, che impedisce nei partiti e nei movimenti politici l’incontro tra i cittadini e le rappresentanze, i diritti degli iscritti e una loro effettiva partecipazione alle decisioni programmatiche ed elettorali.

Anche questa riforma  elettorale non colma questa lacuna della partecipazione dei cittadini alla scelta delle candidature. I sistemi elettorali e i metodi dell’elezione possono esser differenti, ma fin quando non saranno i cittadini, gli iscritti ai partiti, i simpatizzanti a poter partecipare in maniera certa, con le garanzie della legge, alla scelta delle candidature, ci sarà sempre questo scollamento tra i rappresentanti e i rappresentati.

Questo fa capire proprio come le leggi elettorali siano viste come delle leggi formali e molto distanti dai cittadini piuttosto che fondamentali per l’esercizio sostanziale della sovranità popolare; in altre parole sono determinanti per garantire ai cittadini l’accesso e il controllo sulle istituzioni e la possibilità di decidere sulla soluzione dei problemi.

Questo è un punto che bisogna assolutamente monitorare e su cui io mi auguro, si potranno sviluppare delle azioni di partecipazione civile”. I temi caldi affrontati nel corso del convegno, hanno posto in esser un dibattito utile a comprendere anche il mondo della scuola e se ne prende coscienza dalle parole dalla professoressa Monica Sitzia, promotrice di questo progetto – “ Io sono una insegnante precaria e, a proposito  della scuola e del suo ruolo, sono specializzata nel sostegno. Per me è molto importante veicolare questo messaggio: la scuola deve formare le persone e, nell’attuazione di questo obiettivo, occorre ricordare che siamo tutti diversi e tutti meritiamo le stesse possibilità e le stesse opportunità. La scuola deve esser proprio il terreno dove si sperimenta la solidarietà, dove chi più sa, chi ha le competenze deve metterle a disposizione dell’altro perché solo insieme si può costruire davvero il futuro. Dobbiamo crederci soprattutto noi insegnanti, al di là di questa “grande riforma” – solo da parte dei governanti – dobbiamo esser noi i primi a proporre la riforma  della scuola perché siamo i primi fruitori e conoscitori della nostra scuola. Un appello, dunque, a tutte le forze nobili della scuola perché insieme facciamo veramente una “bella scuola”. La Professoressa conclude il suo intervento “Esistono ancora  persone che ci credono veramente perché questo è il significato più importante, mettere a disposizione le proprie competenze senza voler primeggiare perché ‘tutti siamo noi'”.

Ecco, l’esempio che possiamo dare cominciando da persone come Don Ennio Stamile, Anna  Falcone, Salvatore  Amodìo, Conni Aieta che ho voluto fortemente qui in Sardegna. Ieri c’è stato un incontro al liceo Motzo, dove hanno riproposto queste testimonianze sulla legalità, sul significato di esser parte attiva nella storia di ciascuno.

Una ragazza alla fine ha posto una domanda bellissima: – “Ma chi ve l’ha fatto fare a venire qui dalla Calabria per dirci queste cose sulla legalità?”. Questa ragazza alla fine la risposta probabilmente se l’è data da sola: “Avete  bisogno di darci qualcosa e vi ringraziamo per darci questo esempio, anche solo di disponibilità”.

Parliamo di questo, dare gratuitamente senza aspettarsi qualcosa in cambio. Soprattutto insegnare con l’esempio e la coerenza”.

Antonella  Soddu

 

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