lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’ISIS INCOMBE
Pubblicato il 22-05-2015


ISIS-Ramadi_Palmira

I miliziani dell’ISIS, l’autoproclamato Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, avanzano e consolidano le loro posizioni in Iraq con la conquista di Ramadi e in Siria con Palmira.

Le ultime notizie che giungono dal fronte della città-gioiello dell’archeologia preislamica, sito protetto dell’Unesco, parlano di uccisioni di militari e civili fedeli al regime alawita di Bashir Assad. I jihadisti dello Stato islamico avrebbero preso il controllo della prigione e dell’ospedale di Palmira, oltre che della maggior parte dei quartieri periferici e del centro della città. Fonti raggiunte telefonicamente affermano che l’ISIS controlla anche l’edificio del comune e quello della sicurezza generale. Palmira era considerata una delle città più fortificate della Siria, in posizione strategica lungo l’autostrada tra Homs e Deyr az Zor.

Secondo notizie raccolte dall’ANSA, da ieri notte i jihadisti hanno imposto un coprifuoco totale in tutta la città che da diverse ore non ha più energia elettrica. Le fonti affermano anche ci sono rastrellamenti casa per casa da parte dei miliziani dell’ISIS alla ricerca delle truppe lealiste e dei militari governativi. Dai megafoni posti sui minareti delle moschee di Palmira, l’Isis ha diffuso un messaggio alla popolazione invitando la gente a non collaborate con “le bande di Assad”, cioè i militari governativi. Le vie della città, concludono le fonti, sono deserte e sono sotto il pieno controllo dello Stato islamico. L’aviazione di Damasco ha compiuto una serie di raid contro le postazioni dell’ISIS, nel centro della città, colpendo una moschea e una scuola.

Mentre Palmira appare ormai definitivamente persa, i combattimenti interessano anche altre zone nel nord-ovest della Siria. Qui, un ospedale, trasformato in caserma dall’esercito regolare è stato conquistato dai miliziani qaedisti del Fronte al Nusra, ora alleato dell’Isis e dei 200 soldati che lo occupavano non si sa più nulla.

La penetrazione delle milizie del califfato è favorita dal crollo delle forze regolari siriane in seguito alla guerra civile che imperversa nel paese ormai da due anni e dal favore con cui la popolazione di fede sunnita assiste alla sconfitta della minoranza alawita che fino a oggi ha fatto il bello e il cattivo tempo. Un fenomeno simile a quello che si sta verificando in Iraq, dove l’avanzata degli uomini vestiti di nero, è enormemente facilitata dal timore dei sunniti che un’eventuale sconfitta dell’ISIS porti al potere la minoranza sciita sostenuta dall’Iran. Alla guerra interreligiosa si somma, in Iraq come in Siria, il timore di un’invasione delle forze di Teheran le uniche però che sul campo sono in grado di tener testa all’ISIS.

È il rompicapo degli Stati Uniti che se da un lato vedono con favore la caduta del regime siriano e vorrebbero un Iraq autonomo e indipendente, dall’altra temono che un intervento militare più deciso e l’invio di uomini sul campo, finirebbe per scatenare una reazione generalizzata del mondo arabo contro l’‘infedele’, facilitando alla fine la penetrazione iraniana nella ‘mezzaluna fertile’, il territorio ambito dal Califfato.

Così mentre qui da noi qualcuno vorrebbe organizzare subito la quinta crociata a difesa della ‘civiltà cattolica’ l’Europa politica è in preda a violente convulsioni, indecisa a tutto. Anche gli Usa si limitano per ora a inviare solo armamenti, ben consapevoli dei rischi connessi a un intervento più deciso.
L’Italia intanto oggi ha chiesto una verifica della strategia contro l’ISIS, dopo l’avanzata jihadista in Iraq e Siria. Il governo italiano “è preoccupato, non solo da quello che succede in Siria ma anche per la forse ancora più minacciosa situazione in Iraq”: ecco perché, ha spiegato da Riga il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, “sarà fondamentale una verifica sulla strategia che stiamo portando avanti”. Una prima occasione di confronto sarà offerta dalla riunione a Parigi del 2 giugno, in cui il segretario di Stato Usa, John Kerry, e i leader e i rappresentanti dei 60 Paesi alleati faranno il punto sulla lotta all’Isis.

“Non credo che con l’Isis stiamo perdendo – ha detto presidente Obama – una lezione che ho imparato è che se gli iracheni non sono capaci di arrivare a quell’intesa necessaria per governare e a combattere per la sicurezza del loro Paese, non possiamo farlo noi per loro”. Chiaro, no? Insomma a Washington è stata definitivamente archiviata la sciagurata politica di Bush padre e figlio, soprattutto figlio, che considera la democrazia alla stregua di una merce come un’altra, esportabile, casomai sulla canna di un fucile. Purtroppo in vent’anni quella politica ha portato alla completa destabilizzazione della regione e ora Obama è chiamato a risolvere i guai provocati dai suoi predecessori.

Se non dovesse riuscire però la politica di contenimento, fatta anche di alleanze con gli ex nemici come il regime iraniano, i guai sarebbero grossi soprattutto per l’Europa. La destabilizzazione e la guerra civile spingono la marea montante della popolazione civile a tentare la fuga, quando ci riescono, ingrossando le file dei migranti. I campi profughi dei Paesi confinanti, dalla Tunisia alla Giordania, hanno ormai raggiunto e superato i limiti della tolleranza con milioni di disgraziati ammassati in tendopoli, senza alcuna prospettiva.

Alvaro Steamer

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