lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Londra chiude col bipartitismo,
e qui nasce il monopartitismo
Pubblicato il 05-05-2015


Questo contributo uscirà proprio a ridosso delle elezioni in Gran Bretagna, fissate per il 7 maggio. E si guarda, però, dal fare previsioni di sorta. Se non quelle su cui concordano tutti i sondaggi. E che si sostanziano in due punti. Primo, nessuno dei due grandi partiti riuscirà, pur in un sistema uninominale a turno unico, ad avere la maggioranza assoluta dei seggi. Secondo, saranno, perciò stesso, costretti a cercare altrove i consensi per governare. Una via che, allo stato, sembra essere sostanzialmente preclusa ai conservatori; mentre è praticabile, ma ad un prezzo abbastanza alto, per i laburisti. E questo perché i possibili partner dei conservatori – in primo luogo i liberali che hanno governato con Cameron nel passato quinquennio – hanno un consenso diffuso, ma minoritario in tutte le aree del Paese, e quindi assai poco traducibile in termini di seggi. Mentre i possibili alleati dei laburisti, leggi i nazionalisti, dovrebbero arrivare primi nella stragrande maggioranza dei seggi scozzesi.

Ma avremo modo, in sede di commento dei risultati, di analizzarne la natura e le conseguenze. Quello che ci interessa qui e ora è che l’evoluzione del quadro politico-elettorale inglese riflette esattamente quella in atto nella generalità dei Paesi d’Europa occidentale. E va, diciamolo subito, in senso esattamente opposto, a quello auspicato e previsto dai fautori nostrani del sistema maggioritario.

A sentir loro la sua introduzione nel nostro Paese avrebbe portato inevitabilmente alla nascita di un bipolarismo virtuoso. Due partiti, uno un po’ più liberale, l’altro un po’ più sociale, a contendersi la leadership del Paese. E, a ulteriore garanzia dell’equilibrio del sistema, il “soccorso moderato” di una formazione centrista ad eventuale sostegno dell’uno e dell’altro.

Questo stava accadendo in Europa. Questo sarebbe accaduto anche da noi.

Come (quasi) sempre accade, si facevano i conti senza l’oste. In questo caso senza il “popolo bue”, i cui verdetti avrebbero spinto, tutti insieme, in tutt’altra direzione.

In primo luogo, erodendo, progressivamente e inesorabilmente, il consenso verso i due partiti maggiori. In Inghilterra, laburisti e conservatori rappresentavano, agli inizi degli anni cinquanta, oltre il 95% dell’elettorato; oggi siamo a meno di due terzi. In tutti gli altri Paesi, siamo passati dall’80-90% a meno del 60%. Un calo consistente cui hanno concorso, in particolare, le formazioni socialdemocratiche; ma che non ha risparmiato affatto i loro concorrenti della destra moderata.

In secondo luogo, sono in crisi apparentemente terminale, le formazioni centriste e liberali: che si tratti della Gran Bretagna o della Francia, della Germania o della Spagna (per tacere dell’Italia…). Mentre si affermano dovunque partiti in vario modo contestatori del sistema: nazionalisti, populisti, di destra e/o di sinistra radicale.

In una prima fase, questo fenomeno, in una con l’astensionismo della povera gente (nella vecchia periferia rossa di Parigi, travolta dall’abbandono e dall’immigrazione, questo batte ogni record), ha colpito in particolare la “sinistra di governo”; ma oggi l’estremismo di destra comincia a colpire fortemente ( anche in Paesi che ne erano rimasti immuni, come la Germania e il Regno Unito) il centro-destra moderato.

Tutto ciò finisce con il minare alla base lo schema bipolar-bipartitico. Infatti, i partiti maggiori non solo hanno visto nettamente ridotta la loro area di consenso. Ma, ed è questo, a ben vedere, il fattore decisivo, stanno perdendo inesorabilmente la loro capacità coalizionale.

Oggi come oggi, questa esclude pregiudizialmente tutte le formazioni populiste, di destra come di sinistra. Mentre appare, come dire, sempre più problematica, nei confronti delle area della sinistra radicale. Rimangono, in Spagna come in Gran Bretagna e in Belgio, le alleanze con i gruppi del nazionalismo etnico e a crescente vocazione indipendentista; ma sono alleanze che costano e costeranno sempre di più in termini di sopravvivenza di una qualche unità nazionale.

Ci sarebbe, naturalmente, moltissimo da dire: sulle cause di questo possibile smottamento e sui suoi possibili rimedi. Avremo, tutti, l’opportunità di tornare su questi temi.

Per chiudere, allora, due righe su quella che appare, a questo punto, la “felice eccezione”italiana. Un Paese che avrebbe, oggi come oggi, superata la fase del bipolarismo anzi, che dico, dello stesso bipartitismo, per arrivare, e in modo democratico, al partito unico di governo.

Oggi come oggi però; o almeno sino a quando non ci sarà, a sinistra, un’alternativa al partito unico di governo, diversa da quella offerta oggi da Grillo. È vero; i vuoti non si riempiono automaticamente. Ma questo è troppo grosso per non farci sopra un pensierino.

Alberto Benzoni

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