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Opinioni e commenti
 

Matrimoni gay, grazie, Irlanda
Pubblicato il 26-05-2015


Il sì al matrimonio gay in Irlanda lascia piacevolmente attoniti: la modernità avanza come un caterpillar. Il 61,1% di sì significa che un gran numero di cattolici praticanti (fra questi un bel po’ di elettori del centrodestra) si è espresso a favore dell’unione fra due persone dello stesso sesso, sancita legalmente. In democrazia una percentuale del genere assomiglia a una valanga. Il messaggio che proviene dall’Irlanda è rivoluzionario: anche un paese tradizionalmente cattolico può garantire l’intera gamma dei diritti civili, senza traumi e lacerazioni. Tra l’altro, il referendum irlandese è stato voluto nonostante il fatto che fosse stata già approvata una legge sulle unioni civili che tutelava le coppie omosessuali (in fatto di: proprietà casa, agevolazioni fiscali, eredità, immigrazione). Gli irlandesi sono andati avanti fino in fondo – e noi italiani, invece, procediamo “indietro tutta”!

Ho vissuto due anni a Dublino, nei primi anni novanta, e ricordo bene quanto la società irlandese fosse permeata da un cattolicesimo arcaico e superstizioso, che mi ricordava certe forme di devozione popolare tipiche del nostro Mezzogiorno (quante foto affumicate di Padre Pio ho intravisto nei pub irlandesi!). Un grumo limaccioso che pareva destinato a rimanere lì in eterno. Mi tornano in mente le discussioni accanite con i miei studenti in quella che un tempo era l’Università cattolica di Dublino, lo University College Dublin. Allora – sembra trascorsa un’eternità! –, era difficile far passare addirittura l’idea del divorzio, proibito per legge. “Marriage is for life”, mi ripetevano con dogmatica sicumera giovani ventenni. Pochi i dissenzienti, mosche bianche in quel grigiore bigotto. Il divorzio diventerà legge pochi anni dopo, nel 1996. Oggi anche i diritti delle coppie gay sono riconosciuti de jure. In soli vent’anni l’Irlanda si è modernizzata alla velocità della luce. E l’Italia è rimasta al palo! Ormai il nostro è uno dei pochi paesi occidentali arretrati, privo com’è di una legislazione a tutto campo sui diritti civili.

La prima proposta di legge per il riconoscimento delle coppie di fatto fu presentata nel 1988 dall’indimenticabile pasionaria Agata Alma Cappiello, parlamentare del PSI. Si avverte sempre di più la mancanza di un forte e radicato partito socialista, laico e libertario. La Rosa nel Pugno – l’unione di liberali, socialisti e radicali – è stato ahimé un fuoco di paglia. Eppure la modernità prorompe e irrompe, minacciando di travolgere ogni argine. Non sorprende che Alfano, leader del Nuovo centrodestra si dichiari favorevole alle unioni civili, ma nettamente contrario al matrimonio omosessuale, alla reversibilità della pensione e alle adozioni gay. Cos’ha in mente? Semplice: una legge all’acqua di rose che salvi le apparenze, senza cedere di un millimetro sulla questione di principio: l’equiparazione del matrimonio omo ed etero, bestemmia per i benpensanti. Stiamo in guardia: questa sarà la strategia del fronte conservatore in Italia nei prossimi mesi ed anni. Tutto per un pugno di voti, e per ottenere l’appoggio della corrente più oltranzista in Vaticano (Papa Francesco qualche timida apertura sull’omosessualità l’ha avuta). Oggi, dopo l’esito del referendum irlandese, non ci sono più scusanti e alibi: basta con gli orribili PACS e scemenze consimili: chiediamo pieni diritti, senza compromessi. Lo hanno fatto i più antichi difensori della fede cattolica nel Nord Europa, possiamo farlo anche noi in Italia.

Se vinciamo noi, i cattolici integralisti rimarranno liberi in tutto e per tutto; se vincono loro, noi laici saremo menomati nelle nostre libertà e nei nostri diritti. Questo è il punto cruciale, che i fondamentalisti di ogni religione si ostinano a non voler capire: per loro è inconcepibile che una società contempli l’intero spettro delle libertà individuali. Una sola morale deve prevalere, e va imposta dall’alto: la loro. La coppia gay ai loro occhi è una offesa al “comune senso del pudore”; è una sorta di pornografia legalizzata. Di più: è una minaccia all’ordine sociale costituito. Come se la famiglia “tradizionale” fosse così anemica, così impaurita, da disintegrarsi al solo apparire di baldanzose famiglie gay. Che dovrebbero dire, allora, gli atei e gli omosessuali? Non hanno anch’essi il diritto a sentirsi offesi da una morale religiosa che li discrimina, che considera immorale chi non crede in Dio e una perversione nel Creato chi non s’accoppia col sesso opposto? Eppure, nessuno pensa di bandire il cattolicesimo! Noi laici non pensiamo di possedere alcuna verità da imporre ai recalcitranti; desideriamo semplicemente vivere in una società moderna in cui i cattolici, i musulmani e gli atei siano tutti liberi di professare le loro convinzioni, nel rispetto delle leggi vigenti. Vogliamo abitare in una città secolare; quella sacra appartiene al tempo che fu. Ogni integralismo (il laicismo non fa eccezione: si pensi alla Costituzione ‘ateista’ nella vecchia Unione Sovietica) ha un concetto distorto dello Stato, visto come portatore e promotore prepotente di una certa idea di moralità, che si presume l’unica giusta. Noi liberal-socialisti pensiamo che lo Stato debba intervenire nell’economia, giammai nella sfera etica, che riguarda le scelte insindacabili compiute dall’individuo secondo coscienza. Lo Stato ha il compito di rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono il libero sviluppo di ogni persona. Non può insinuarsi nella nostra dimensione più intima. Ogni volta che l’ha fatto, i cittadini si sono sentiti sudditi, schiacciati e calpestati. Per evitare che ciò accada, lo Stato ha l’obbligo di garantire il pluralismo in tutte le sue configurazioni: culturali, religiose, politiche. Di più non deve fare.

Il Concilio Vaticano II ha spalancato le porte alla modernità. In tanti hanno provato a richiuderle. Ma la libertà è rientrata dalla finestra. I residui di integralismo scompariranno dall’Occidente. È solo questione di tempo. Un bellissimo articolo di Vito Mancuso (“Cosa manca alle religioni per accettare l’omosessualità”, La Repubblica, 19 maggio 2015 ) ci fa capire la grandezza dell’esegesi modernista. Dice Mancuso che nella Bibbia ci sono testi che oggi avvertiamo come “eticamente insostenibili”: testi che incitano alla violenza, che reputano la donna un essere inferiore, che condannano l’omosessualità. L’integralista assolutizza quei testi canonici. Ma fermandosi alla lettera, ne tradisce lo spirito. Ha fissato le sue colonne d’Ercole, e non si sogna di oltrepassarle: non c’è filologia, non c’è ermeneutica. C’è solo la parola di Dio pura, incontaminata. Ecco perché l’integralista ragiona per analogie insensate (siccome i discepoli di Cristo erano tutti uomini…). Il modernista va oltre l’interpretazione letterale, perché sa che la Bibbia è espressione di un mondo storicamente determinato. Dietro la facciata c’è una struttura profonda: la caritas. Questo è il messaggio morale-religioso autentico, astorico e universale. Questa è la pepita luccicante che va estratta dal fango, e conservata. Solo ragionando così testi millenari possono dire ancora qualcosa a noi che viviamo in una realtà secolarizzata, in costante evoluzione. Mancuso aggiunge che l’omosessualità non è innaturale, perché “in natura si dà e si è sempre data”. È una variante rispetto alla fisiologia di fondo, che è l’eterosessualità. Omosessuali si è. Punto e basta. L’omosessualità non è frutto di una scelta, quindi è per forza di cose un fenomeno naturale. In ogni caso, non può essere né una malattia da curare né un peccato da espiare. Eccola la straordinaria agilità mentale del modernista che sfata l’argomentazione più becera, ovvero che l’omosessualità è “contro natura”. Mancuso interpreta intelligentemente la caritas cristiana in termini moderni, la intende come il dovere di rispettare i diritti di ogni essere umano, a prescindere dal censo, dall’istruzione, dal colore dalla pelle, dalla religione. E, aggiunge, a prescindere dall’orientamento sessuale. “La maturità di una comunità cristiana si misura sulla capacità di accoglienza di tutti i figli di Dio, così come sono venuti al mondo, nessuna dimensione esclusa.” È questo il ragionamento che devono aver fatto i cattolici irlandesi quando hanno apposto il loro sì sulla scheda.

Edoardo Crisafulli

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Commenti all'articolo
  1. Ho sempre pensato ai diritti per le coppie gay come ad una cosa giustissima e da fare prima possibile, ancor prima delle coppie di fatto (uomo-donna): perché queste ultime se vogliono diritti e doveri delle coppie sposate possono fare una cosa semplicissima e cioè sposarsi! Ma non concepisco la storia del “matrimonio gay”, una contraddizione in termini per una semplice ragione (io come cattolico ne ho altre, ma la religione non c’entra): matrimonio significa marito e moglie e per forza di cose uomo e donna. Tutto qua, senza nessuna discriminazione verso nessuno e ci mancherebbe. Tempo fa una leader di un movimento gay francese insorgeva contro i “matrimoni gay” perché, dice lei, non è di questo che abbiamo bisogno. Credo che abbia ragione. Questa è ovviamente la mia, opinabile se volete, opinione. Saluti socialisti!

  2. Sull’argomento ho già espresso alcune considerazioni nel commento all’articolo del Direttore dal titolo “Dopo l’Irlanda per Loris”, e non è qui il caso di riprenderle, ma vorrei nondimeno aggiungere una riflessione, stante il portato della materia

    Nel presente testo la parola “modernità”, nelle sue varie accezioni – e intesa, almeno così mi pare, come sinonimo di cambiamento – ricorre ben otto volte, quasi fosse il “bene assoluto”.
    Molte volte il nuovo è importante e auspicabile, ma l’innovarsi per l’innovarsi, cioè il riformare ad ogni costo, non pare essere sempre la miglior cosa, e gli esempi in tal senso non mancano, tanto che talora rispunta la vulgata “andava meglio quando andava peggio”.

    Dipoi, quando leggo che siamo un Paese arretrato, rimasto al palo, che procede “indietro tutta”, mi viene in mente come talvolta mi capiti di sentir dire, a proposito di un territorio che non si è sviluppato secondo i criteri e parametri cui siamo abituati – e che sarebbe dunque “rimasto indietro” – che tale suo ritardo si è di fatto trasformato nella sua fortuna, perché oggi dispone di un invidiabile e fruttuoso patrimonio ambientale (nel senso che i giudizi che noi diamo sono sovente relativi).

    Da ultimo, non me ne voglia l’Autore, ma le espressioni “grumo limaccioso” e “grigiore bigotto”, mi sembrano un po’ forti, e non so quanto rispettose dell’altrui pensiero, e, di riflesso, quanto consone al linguaggio laico e riformista, ma è ovviamente un parere personale del tutto opinabile (del quale mi scuso fin da ora se dispiacesse all’Autore).

    Paolo B. 27.05.2015

  3. caro Paolo, no non me la prendo. Anzi, questi commenti critici mi fanno riflettere. Giusto il discorso sulla modernità: non è tutta rose e fiori. Difficile in un articolo del genere chiarire bene questo concetto. Io rispetto le idee altrui, e rispetto tutte le religioni; ho usato un linguaggio forte “grigiore bigotto” perché credo che così vada qualificato l’atteggiamento di chi vuole proibire addirittura il divorzio! Così era allora in Irlanda. Rispettoso delle idee altrui vuol dire consentire agli altri le loro libertà, cosa che io faccio; ma gli integralisti non rispettano le mie libertà. Nel caso irlandese, vent’anni, loro impedivano per legge il divorzio. E allora, proprio come laico e riformista o liberal-socialista, credo che ogni tanto ho il dovere di indignarmi.

  4. Credo che vi sia un integralismo, non so quanto definibile come tale, che può essere “battagliero” ma è comunque pacifico e non “aggressivo”, nel senso che sostiene con tenacia e passione le proprie idee, ma non vuole minimamente imporle agli altri, e si limita in buona sostanza a difendere la bandiera dei suoi principi.

    Mi sembra un integralismo da rispettare, e che non merita di essere “demonizzato” o “delegittimato”, perché funziona da rifermento chiaro e riconoscibile per chi guarda con interesse a quel vessillo, e rende altresì possibile un confronto aperto e leale, il quale, anche quando si fa serrato ma resta comunque rispettoso, ci aiuta a formare mano a mano le nostre coscienze, e mi riferisco soprattutto alle generazioni più giovani (diversamente si rischia di avere un insipido grigiore, una sorta di ventre molle, che ci induce, anche per comodità, a non avere opinioni nostre sull’una e l’altra questione).

    Le posizioni diverse, e anche distanti, possono poi trovare punti di incontro e mediazione, ma senza tuttavia snaturarsi, e perdere la rispettiva identità, e in assenza di intesa si lascia decidere al voto.

    Se non ricordo male, negli anni settanta, la legge e il referendum sul divorzio hanno visto contrapporsi partiti della compagine governativa, che hanno continuato nondimeno a collaborare, accettando il responso delle urne su quella materia specifica.

    E’ per questa ragione che, a mio modesto avviso, la cultura laica e liberal-riformista non dovrebbe dividere pregiudizialmente le parti in “buone” e “cattive”, ma prendere atto delle differenze e argomentare anche con forza le proprie tesi senza purtuttavia ricorrere ad aggettivi un po’ “sprezzanti” nei confronti dell’antagonista, anche perché talvolta i ruoli possono invertirsi (fer fare un esempio, ho visto nemici dichiarati e vocianti del nazionalismo che, cambiando le circostanze, ne sono diventati i paladini).

    In chiusura, mi permetto poi di insistere sul fatto che oggi abbiamo emergenze (economia, disoccupazione, emigrazione, sicurezza, terrorismo…) che, secondo il mio modo di vedere, meriterebbero la precedenza.,

    Paolo B. 28.05.2015

  5. caro Paolo, sono d’accordo sullo spirito “tollerante”, che mi contraddistingue, ma credo che su alcuni punti non ci capiamo. 1) La tolleranza ha un limite: non possiamo tollerare gli intolleranti. Questo l’hanno detto filosofi liberali e libertari come Popper e Bobbio. L’integralista che mi impedisce di divorziare, di vivere le mie libertà, compie un atto di violenza nei miei confronti. E la mettiamo sul piano del rispetto? Io ho il diritto-dovere di definire bigotto chi limita i miei diritti di libertà. Perché l’integralista, invece, può tranquillamente sostenere che lo Stato dovrebbe limitare le mie libertà? Perché può sostenere che l’omosessuale è una aberrazione della natura e che i divorziati vivono nel peccato? E’ tolleranza, questa? In sintesi: agli integralisti viene riconosciuta (giustamente) la libertà di dire ciò che vogliono e di incasellarmi nelle loro categorie morali, ma io se li definisco bigotti, vengo accusato d’essere poco rispettoso nei loro confronti. Mi pare una posizione assurda. Voglio parità di libertà con gli integralisti.
    2) Non mi sognerei mai di definire bigotto un credente qualsiasi. Ci sono troppi misteri nella nostra vita, sicché mi definisco agnostico, non ateo. Mia madre, tra l’altro, era cattolica praticante. Io non lo sono, ma rispetto chi lo è. Purché, mi ripeto, vi sia lo stesso rispetto nei miei confronti. Chiarisco che per me chi ha una fede assoluta (cristiana o islamica) non è necessariamente bigotto. Papa Francesco NON è bigotto, visto che sull’omosessualità ha detto “chi sono io per giudicare?”. Segnalo anche che non sono affatto un “laicista”, come si capisce bene dal mio commento sull’Unione Sovietica. E infatti non ho tirato in ballo, come fanno in molti, gli abusi dei preti sui bambini. Non ho attaccato la Chiesa con argomentim volgari, come quello della pedofilia dei preti, che pure esiste. Io non uso argomenti beceri e volgari contro i cattolici. Credo che anche se vi sono 1.000 preti pedofili, la Chiesa (per chi ci crede) rimanga “pura”. Non imputo alla struttura le colpe dei singoli che ne fanno parte. 3) Circa le priorità: vecchia (e in molti casi furbesca) argomentazione, grazie alla quale si riesce a rimandare all’italiana, per decenni, la soluzione di tanti problemi. Per far passare una legge sulle unioni civili basta una settimana. E poi chi decide le priorità? Per i gay, le unioni sono una priorità. E noi, con arroganza, diciamo loro: aspettate altri trent’anni, le priorità sono altre? Allargando il discorso: anche negli USA si potrebbe dire ai neri che protestano perché dicono di essere discriminati: “statevene tranquilli, noi bianchi vi diciamo che vi sono altre priorità”. No, mi spiace, non condivido. Grazie comunque per il dibattito.

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