martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Fuori dalla crisi migliorando la politica dell’istruzione
Pubblicato il 12-05-2015


Laureati-aumentoSono molti quelli che ancora pensano che il rilancio della crescita del Paese passi attraverso un aumento del numero dei laureati. Il n. 1/2013 di “Scuola Democratica” riporta le relazioni svolte in un seminario, organizzato dalla redazione della rivista, sull’argomento. Tutti i relatori sono stati concordi nel giustificare l’ulteriore espansione del numero dei laureati; una voce discorde è quella di Carlo Barone, sociologo dell’Università di Trento, che, nell’articolo “Equità sociale dell’Università e competitività della nostra economia”, pubblicato sul n. 2 della rivista, si è espresso in termini nettamente contrari all’espansione delle lauree, con argomenti molto convincenti.

Le principali ragioni sostenute a favore dell’espansione dei titoli universitari sono stati criticati da Barone, in relazione alle diverse tesi sostenute; queste riguardano, da un lato, il presunto contributo dell’Università alla realizzazione dell’equità sociale e della sua “missione culturale e sociale” e, dall’altro lato, la promozione dell’aumento del livello innovativo dell’economia nazionale e la presunzione che il tasso di laureati in Italia sia al di sotto della media dei Paesi OCSE, ovvero dei Paesi aderenti all’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Circa il contributo dell’Università all’equità sociale, Barone osserva che se è vero che la riforma dell’istruzione terziaria del 1999, con l’introduzione della laurea triennale e di quella specialistica (poi sostituita dalla laurea magistrale), conseguibile al termine dei corsi biennali, alla quale si può accedere se in possesso della laurea triennale, ha allagato la base sociale di partecipazione all’università, è altrettanto vero che l’allargamento della base partecipativa non ha favorito i gruppi più svantaggiati. Ciò perché è poco significativa la considerazione della crescita delle iscrizioni triennali; infatti, considerando l’intero percorso degli studi, anziché il momento delle sole iscrizioni ai corsi triennali, accade che sia possibile rilevare che sono gli studenti dei gruppi più avvantaggiati quelli che accedono molto più frequentemente alle lauree magistrali, conservando in tal modo, rispetto agli studenti dei gruppi più svantaggiati, una posizione privilegiata nel mondo del lavoro.

Riguardo alla missione culturale e sociale dell’università, Barone sostiene che sono largamente carenti i discorsi sul contributo del compimento di tale missione allo sbocco dei laureati nel mondo del lavoro; secondo il sociologo, pur considerando i fini extraeconomici dell’istruzione terziaria, gli studenti dovrebbero, in ogni caso, poter scegliere il percorso universitario in funzione delle opportunità occupazionali disponibili e delle loro aspirazioni. La disinformazione che caratterizza le scelte degli studenti e gli squilibri occupazionali persistenti non possono essere giustificati sulla base della considerazione dell’esistenza dei soli vantaggi extraeconomici assicurati dalla missione culturale e sociale dell’istruzione terziaria.

Il vantaggio connesso all’aumentato livello della capacità innovativa del sistema economico, che dovrebbe essere garantito dall’aumentato numero dei laureati, è giustificato in modo poco realistico rispetto alla persistente gravità della carenza di opportunità occupazionali; chi correla l’aumento dei laureti all’aumentata capacità innovativa del sistema economico tende tra l’altro a sostenere che l’”overeducation” sarebbe il prezzo che occorre pagare per la modernizzazione del sistema sociale e di quello economico in particolare. Questa tesi, afferma Barone, sarebbe giustificabile se i nuovi laureati potessero indirizzarsi verso lavori qualificati; ma se, come frequentemente accade, i nuovi laureati finiscono a svolgere attività “spiazzate” rispetto alle mansioni che il titolo conseguito li abilita a svolgere, diventa assai dubbio che con lo svolgimento delle attività di ripiego si possano introdurre delle innovazioni nel sistema economico.

Infine, si sostiene la necessità di aumentare il numero delle lauree perché il tasso dei laureati in Italia sarebbe basso rispetto alla media dei Paesi aderenti all’OCSE. Barone respinge la tesi secondo la quale per porre rimedio al presunto “gap”, l’Italia dovrebbe allinearsi almeno alla media dei Paesi OCSE per quanto riguarda le nuove generazioni; ma se le generazioni meno giovani – osserva Barone – “hanno un forte deficit formativo, la risposta non è certo aumentare il tasso di laureati tra i giovani, bensì investire risorse in formazione permanente per le generazioni meno giovani”.

Coloro che sostengono l’opportunità dell’espansione dell’istruzione terziaria osservano anche che l’Italia non avrebbe un basso numero di laureati di “stampo applicativo” rispetto alla media dei Paesi OCSE; il deficit riguarderebbe semmai i titoli terziari di “stampo teorico”. Riguardo a quest’ultimo punto, Barone ricorda che la classificazione internazionale standard dell’istruzione secondo l’ISCED (International Standard Classification of Education), cioè la classificazione adottata dall’Unesco per classificare i corsi di studio ed i relativi titoli, prevede diversi stadi di istruzione, classificando al livello 5 il primo stadio dell’educazione terziaria (First stage of tertiary education), che nel sistema d’istruzione italiano corrisponde alla laurea triennale e alla laurea magistrale, e contrassegnando con il livello 5A i corsi di studio a carattere teorico, propedeutici ad attività di ricerca, e con il livello 5B i corsi “pratico-tecnico-occupazionali”.

Barone giustamente afferma che, nella prospettiva di una politica attiva dell’istruzione, sia necessario arricchire i programmi dei corsi anche in funzione delle opportunità di lavoro; a tal fine, occorre privilegiare, non solo i percorsi di studio di “stampo applicativo” (livello 5B, secondo la classificazione ICED), ma anche corsi di formazione professionale post-diploma fuori dall’università, meno lunghi dei tradizionali corsi universitari ed orientati quasi esclusivamente al mercato del lavoro. La diversificazione, a livello terziario, dell’offerta dei servizi dell’istruzione e della formazione s’impone, non solo per rispondere alla diversificata domanda di lauree e di formazione dei giovani, ma anche alla domanda di lavoro da parte delle imprese.

Considerata la situazione del sistema Paese, caratterizzato da una struttura produttiva essenzialmente debole, costituita prevalentemente da imprese che per reggere la competitività sarà gioco forza il loro approfondimento capitalistico a spese dei livelli occupazionali, non si può non essere d’accordo con Barone, secondo il quale, nell’organizzazione complessiva del sistema dell’istruzione terziaria, dovrà essere considerata prioritaria un’istruzione, non di “stampo teorico”, ma di “stampo pratico-tecnico-occupazionale” di tipo permanente. Certo, la sola politica dell’istruzione e della formazione non sarà sufficiente; essa però, se opportunamente collegata con una riforma del welfare State esistente, che non sia ridotta alla sola moltiplicazione o al rimaneggiamento dei cosiddetti “ammortizzatori sociali”, può servire realmente a rilanciare la crescita e a portar fuori il Paese dalle secche della storica crisi occupazionale che l’affligge.

Gianfranco Sabattini

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