lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Pensioni, il Governo tra Scilla e Cariddi
Pubblicato il 15-05-2015


Pensionati-protesteLunedì il Consiglio dei ministri discuterà del nodo restituzione maltolto ai pensionati col blocco degli adeguamenti stabilito nel dicembre 2011 dal governo Monti per mano del ministro Fornero. Ne discuterà, ma probabilmente dopo la discussione si avrà al massimo un’enunciazione di principio, di linee guida da seguire, di promesse, ma non decisioni concrete. In questo senso si è espresso il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, spiegando che nell’appuntamento già fissato per il primo giorno della prossima settimana, il governo “discuterà le misure” possibili per trovare una soluzione al problema innescato dalla bocciatura del blocco da parte della Corte Costituzionale.

La sentenza ha istantaneamente reso nulla la disposizione che blocca l’adeguamento all’inflazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo INPS, 1,400 euro lordi e l’INPS, assieme agli altri Enti previdenziali, dovrebbero semplicemente liquidare circa 5 miliardi per il biennio 2012-2013. L’inflazione successivamente è scesa a zero e anzi il Paese è entrato in deflazione, ovvero i prezzi dei beni che entrano nel paniere ISTAT, non sono cresciuti, ma bensì diminuiti di fatto così sterilizzando l’adeguamento teorico degli assegni pensionistici.

Il Governo tra Scilla e Cariddi
Il Governo ha il fiato sul collo dell’UE, che chiede che vengano rispettati i parametri di Maastricht con le successive modifiche, compreso il pareggio di bilancio che l’Italia ha adottato in Costituzione. Ma teme anche il giudizio dell’elettorato con il test delle regionali che ormai incombe.

Insomma se da una parte vorrebbe chiudere subito il contenzioso liquidando quello che c’è da liquidare, con innegabili e prevedibili vantaggi per la crescita del PIL, dall’altra non sa dove trovare il denaro che serve. E poi c’è la necessità di sciogliere comunque il nodo perché la sentenza non può certo essere lasciata cadere nel dimenticatoio e a quanto lasciano trapelare da Palazzo Chigi, sul fare presto si sarebbe fatto sentire anche il Quirinale. Mattarella ricorda infatti ai distratti che il decreto è ‘ineludibile’ e la soluzione da approvare piuttosto velocemente. In Italia “c’è libertà di opinione e di pensiero”, ha detto Mattarella intervenendo sulle critiche espresse alla sentenza della Corte Costituzionale, ma non c’è dubbio che il giudizio della Consulta vada rispettato a pieno.

Non a tutti, non per tutti
Cosa uscirà dal cilindro di Padoan-prestigiatore? L’idea che sembra andare per la maggiore è di mini-rimborsi per fasce di reddito che limitino l’impatto totale dell’operazione a 2,5-3 miliardi al massimo, tutti da imputare in base alle regole di contabilità, nel bilancio 2015.

Esclusa l’ipotesi di utilizzare i soldi della voluntary disclosure, il rientro dei capitali, perché si tratta di introiti non concretamente quantificabili, si punta soprattutto a restituire il maltolto “a percentuale” per fasce di reddito. I tecnici dell’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, hanno valutato il peso dei rimborsi nel “peggiore scenario” per la finanza pubblica, con arretrati 2012-2014 che oscillerebbero tra i 3.000 e i 7.000 euro a pensionato. Si passerebbe infatti dai 3.000 euro per un pensionato “tipo” con un assegno mensile pari a 3,5 il minimo (1.640 euro lordi circa) ai 7.000 per gli assegni di 9,3 volte il minimo.

I conti dell’Upb dicono che a ogni pensionato di poco sopra a tre volte il minimo INPS, ovvero 1400 euro lordi, attorno ai mille netti, lo Stato ha tolto di tasca quasi 4.500 euro in due anni! Per l’esattezza circa 3.000 euro per i tre anni passati e 1.230 in più per l’anno 2015. Nel dettaglio queste le cifre: per i trattamenti pari a 3,5 volte le pensioni minime (1.639 euro nel 2011) l’arretrato per il 2012 sarebbe di 567 euro annui, a cui vanno aggiunti 1.214 euro del 2013 e 1.226 (sempre annui) del 2014. Per il 2015 l’aggiornamento sarebbe di 1.229 euro.
Per le pensioni superiori a 4,5 volte il trattamento minimo gli arretrati ammontano a 3.789 euro (715 euro nel 2012, 1.531 euro nel 2013 e 1.543 euro nel 2014). Per il 2015 la maggiorazione sarebbe di 1.547 euro.
Per le pensioni che superano di 5,5 volte i trattamenti minimi gli arretrati ammontano invece a 4.501 euro (851 del 2012, 1.820 del 2013 e 1.830 del 2014). Per il 2015 la maggiorazione sarebbe di 1.883 euro.
L’ultima fascia, quella delle pensioni superiori 9,3 volte il trattamento minimo, potrebbe contare su un arretrato di 6.959 euro (1.317 del 2012, 2.815 del 2013 e 2.827 euro del 2014). Per il 2015 la maggiorazione sarebbe di 2.831 euro.

Un guadagno dalla (ipotetica) restituzione totale
Una bella botta per le casse previdenziali, ovvero per lo Stato che è chiamato in ultima istanza a ripianare il deficit. E dai calcoli è emersa anche una novità, piacevole per i pensionati, meno per l’erario. Se i minori trattamenti ricevuti per effetto della deindicizzazione fossero stati invece erogati anno per anno senza blocco, sarebbero stati tassati con una aliquota marginale media di circa il 30%. Se invece vengono restituiti in un’unica soluzione come ‘arretrati’, sarebbero assoggettati ad una aliquota media pari a circa il 19%. Così, ad esempio, il pensionato che ha perso potere d’acquisto per 2.100 euro, oggi ne recupererebbe circa 2.400, insomma ci guadagnerebbe!

Renzi promette: restituiremo… una parte
Preso tra Scilla e Cariddi, ovvero i conti dello Stato e le elezioni incombenti, il presidente del consiglio, Matteo Renzi, dai microfoni di Radio Anch’io ha detto: “Restituiremo una parte di questi soldi”. “Stiamo studiando come fare a rispettare la sentenza e contemporaneamente l’esigenza di bilancio sapendo che questi soldi purtroppo non andranno ai pensionati che prendono 700 euro al mese”. Che è come confessare che il Governo quei soldi li ha tolti ai ‘ricchi’ – si fa per dire – pensionati a 1400 euro lordi, ma non li ha dati né li darà a quelli poveri. Un ragionamento curioso, però perfettamente il linea con la linea dura del suo presidente dell’INPS, Tito Boeri, che da giorni va coprendo il furto operato a danno dei pensionati con la necessità di un’equità intergenerazionale e intragenerazionale, formula professorale, di sapore alchemico, dietro cui si cela una semplice verità: i giovani continueranno ad avere una pensione magrissima, se e quando la prenderanno, e quelli già ritirati dal lavoro se la vedranno tagliare sempre di più. In fondo anche questa è una forma di equità; al ribasso.

Lega all’attacco: tutto e subito
Le opposizioni su questa sentenza intanto ci stanno facendo campagna elettorale, anche se quel blocco è anche responsabilità loro. La Lega Nord con Matteo Salvini avverte: “Renzi dice ‘restituiremo una parte dei soldi’ tolti ai pensionati. Una parte??? Vergogna, la Lega farà le barricate! Restituire tutto a tutti, con lettera di scuse, e cancellate la Fornero. Siamo pronti a bloccare i lavori in Parlamento”.

Il sindacato ovviamente vedrebbe con favore una restituzione di quei soldi. “Va applicata la sentenza sulle pensioni – ha detto il segretario generale della Cgil, Susanna Camuso – ma potrebbe essere proprio l’occasione per riprendere in mano un insieme di ingiustizie introdotte con la legge Fornero” e ha invitato a “rivedere il sistema pensionistico anche alla luce del blocco del ricambio dovuto all’aumento dell’età pensionistica”

Inps, dati e ‘buchi’. Gli autoferrotranvieri
Intanto l’Inps ha diffuso un po’ di dati sulle pensioni erogate al primo gennaio 2015 che sono 2.818.300, lo 0,16% in più rispetto a quelle vigenti al primo gennaio 2014. La spesa complessiva ammonta a quasi 65 miliardi di euro, in aumento dello 0,75% rispetto all’anno precedente. Salgono quelle degli uomini. Al palo quelle delle donne.

Poi ci sono i buchi provocati dalla generosità di certe pensioni come quella degli autoferrotranviari.

Il 96% di queste pensioni è superiore a quanto si avrebbe avuto sulla base del calcolo contributivo. Nel 2015 il fondo trasporti, soppresso nel 1996, avrà un deficit di 918 milioni di euro e un debito di 19,8 miliardi. L’Inps sottolinea che il dato del deficit è particolarmente rilevante perché, a differenza di quanto accade per gli altri fondi speciali, i lavoratori attivi del settore (104.000) risultano ancora contabilmente iscritti al fondo stesso. Il debito accumulato sfiora i 20 miliardi (con quasi un miliardo di deficit l’anno negli ultimi 15 anni). “Dal momento che gli assunti anche dopo la soppressione vengono contabilmente iscritti al Fondo stesso – scrive l’Inps – non si può addebitare il peggioramento dei conti al congelamento delle nuove iscrizioni’’.

Grazie alle regole per il pensionamento più vantaggiose di quelle previste per il resto dei lavoratori del settore privato (fino a fine 2014 ad esempio il personale viaggiante poteva andare in pensione a 55 anni se donna e 60 se uomo) gli assegni del settore sono per circa il 60% superiori ai contributi versati di almeno del 20%. Quelle superiori di almeno il 40% sono il 7% mentre una su cinque è più alta rispetto ai contributi versati di una percentuale tra il 30% e il 40%. Solo il 4% degli assegni sarebbe più generoso se venisse ricalcolato con il metodo contributivo.

In questo settore è particolarmente significativa l’età di uscita (anche dopo il 2014 per il personale viaggiante è inferiore di cinque anni rispetto al resto dei lavoratori).

Armando Marchio

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