domenica, 24 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Pensioni, il rebus del buco da ripianare
Pubblicato il 04-05-2015


Pensioni-InpsLa sentenza, prevedibilissima, con cui la Corte Costituzionale ha giustamente bocciato il provvedimento che venne adottato dal Governo Monti per bloccare l’adeguamento all’inflazione delle pensioni superiori di tre volte alla minima (circa 1400 euro lordi) continua a preoccupare il Governo attuale alle prese con conti che non tornavano prima e meno ancora torneranno domani.

Gli enti previdenziali dovranno per forza dare seguito alla decisione della Consulta, ma questo significa un ulteriore aggravio per bilanci già in affanno a causa della riduzione progressiva dei lavoratori attivi e dei redditi derivati da stipendi e salari – ci sono meno lavoratori e quelli che il posto ce l’hanno guadagnano meno di qualche anno fa – creando un disavanzo che verrà inesorabilmente trasferito alle casse pubbliche.

Il conto approssimativo che venne fatto qualche mese fa dal ministero dell’economia, nelle memoria inviata alla Corte per indurla a non accettare il ricorso, valutava l’impatto della decisione in circa 5 miliardi e duecento milioni di euro, cifra che nel frattempo non è lievitata grazie al fatto che abbiamo avuto la deflazione anziché l’inflazione.

Comunque sia la cifra non è certo trascurabile e da Bruxelles è già partito un avvertimento rivolto a Palazzo Chigi: “Aspettiamo di vedere come il governo applicherà la sentenza” della Consulta sulle pensioni, ma “qualsiasi cosa cambi gli obiettivi di bilancio del documento di programmazione finanziaria” dell’Italia “deve essere compensato”. Insomma niente sforamenti, quei miliardi escono da una parte, ma devono rientrare da un’altra. Unica consolazione, almeno per qualche mese Bruxelles non ne terrà conto perché non sono state ancora formalmente quantificate e definite in provvedimenti né la sentenza, né le sue conseguenze sul bilancio, e dunque non possono far parte delle previsioni economiche di primavera della Commissione Ue in procinto di essere pubblicate.

La domanda a cui si cerca con qualche affanno di rispondere è però sempre la stessa? Dove prendere i soldi, anche a voler scontare il ‘tesoretto’ di 1 miliardo e 800 di cui si favoleggiava a Palazzo Chigi (ma che in realtà non è mai esistito)? “Sicuramente non faremo una patrimoniale” – ha detto il ministro del Welfare, Giuliano Poletti, perché “il nostro governo vuole ridurre le tasse e non aumentarle”. Una dichiarazione che rispondeva alle parole della Camusso. Il segretario generale della Cgil, dopo aver ricordato che si era “legiferato male” e che “la legge Fornero, come altre leggi, è piena di ingiustizie” aggiungeva che il governo dovrebbe decidere di affrontare il tema di una revisione radicale del sistema previdenziale, togliendo tutte le ingiustizie che ci sono” e quanto ai soldi necessari a chiudere il buco, tornava a riproporre una patrimoniale. Un provvedimento che in passato anche i socialisti avevano proposto al Governo, ma che evidentemente non va giù al Nuovo centro destra e probabilmente anche a un parte dello stesso Pd.

Un’alternativa alla patrimoniale – o a nuove tasse – l’ha proposta il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli. Secondo Sangalli occorre tagliare “la spesa pubblica improduttiva” perché “le famiglie e le imprese devono avere due certezze: che non aumenti l’Iva, che bloccherebbe qualsiasi prospettiva di ripresa economica, e che le risorse per le pensioni vengano ricavate tagliando la spesa pubblica improduttiva”.

Il riferimento all’Iva non è casuale perché il Governo deve tutt’ora indicare la fonte delle risorse che serviranno a non far crescere l’IVA di due punti, una misura inserita in bilancio a compensazione di mancati introiti derivanti da altre poste, ma soprattutto da un PIL che non è cresciuto quasi per nulla nel 2014. “L’Iva nel 2016 non aumenterà”, giurava il Presidente del Consiglio appena un mese fa, alla vigilia del DEF (Documento di economia e finanza) per rassicurare chi paventava un aumento delle imposte che peserebbe direttamente per una decina di miliardi, ma che rimbalzando tra industria e servizi, costerebbe agli italiani cinque volte di più. Insomma una bomba sotto la crescita, capace di annientare come niente due decimali di un PIL già asfittico (0,7 nell’anno in corso e 1,4 nel prossimo).

Alla fine daranno la colpa degli aumenti ai giudici della Corte Costituzionale e non all’improvvisazione di chi doveva essere pienamente consapevole della impercorribilità della strada scelta, il cosiddetto governo dei ‘tecnici’.

Comunque nel frattempo sono tutti chini sui numeri e sui codici per trovare il modo di rallentare l’esborso e, se possibile, di non pagare quanto dovuto almeno a una parte dei pensionati con gli assegni più alti. Arzigogoli che finirebbero cassati da un’altra sentenza, ma intanto sarà passato del tempo e toccherà sbrogliare il nodo a chi ci sarà allora. E poi con la nuova legge elettorale il futuro governo avrà modo di ritagliarsi una Corte Costituzionale su misura, che sentenzierà prima in base agli interessi del Governo, e poi a quello dei cittadini.

Armando Marchio

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento