mercoledì, 16 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Per una Bad Godesberg socialista
Pubblicato il 29-05-2015


Il socialismo europeo ha urgente bisogno di una risistemazione politico-ideologica. Ma non per diventare un’altra cosa; ma, al contrario, per ricostruire, su nuove basi e, certo, anche con nuovi strumenti, un rapporto vitale con il suo passato e il suo  futuro. Rapporto che si sta progressivamente perdendo. La socialdemocrazia reale, quella che è stata protagonista della battaglie politiche e sociali nel secolo scorso, aveva una visione critica del capitalismo. E oggi accettiamo passivamente (o contestiamo solo verbalmente) l’emergere della sua versione più aggressiva e globalizzata. La socialdemocrazia reale aveva nel suo orizzonte l’eguaglianza e la piena occupazione. Temi che sono scomparsi dal nostro orizzonte e anche dal nostro vocabolario. La socialdemocrazia reale promuoveva la democrazia. Mentre oggi si afferma, con il nostro concorso, l’idea dell’uomo solo al comando. E, infine e soprattutto, il nostro mondo era quello dell’internazionalismo pacifico  e solidale. Mentre oggi, anche perché chiusi nei nostri ristretti confini nazionali, siamo partecipi e complici di un’Europa che manda a picco greci e barconi all’insegna di un’ostilità, mista a disinteresse, per il mondo esterno.

Ma ci fermiamo qui. Perché una Bad Godesberg dovrebbe passare attraverso un vero e proprio salto di qualità nel nostro pensiero e nella nostra azione politica, di cui non si avvertono che minime tracce. E, per converso, perché il degrado che stiamo vivendo sembra, invece, inarrestabile. In questa situazione il titolo di questa nota dovrebbe essere “Salvare il salvabile”. La nostra eredità. Il nostro orizzonte. La nostra capacità, magari anche residuale, di rappresentare un punto di riferimento per una sinistra alternativa alla destra. Perché è queste sono oggi sotto attacco. E non da parte dei nostri avversari. Ma piuttosto da parte di un’infinità di non disinteressati consiglieri.

Il succo delle loro tesi è che i partiti, almeno nominalmente, socialisti possono salvarsi e prosperare solo gettando a mare il socialismo o, più esattamente, liberandosi dal medesimo. Era quello che diceva, meno di tre anni fa, il professor Monti di fronte alla scolaresca “migliorista”, in occasione del suo incontro annuale ad Orvieto: una sola via per uscire dalla crisi, l’austerità liberista; una sola formula per attuarla, l’unità nazionale; un solo nemico da combattere, il populismo. Una ricetta che è sopravvissuta al disastro: e che ci viene riproposta di continuo, in varie forme, come formidabile combinazione di pensiero unico e di senso comune.

A suffragarla due considerazioni di cucina elettorale. Quelle di cui ci occuperemo nella conclusione di questa. Il socialismo tradizionale, si dice, non ha futuro: perché i suoi rappresentanti perdono voti; e perché la sua base tradizionale è oramai acquisita dai partiti populisti che sono chiusi a qualsiasi ipotesi di alleanza e con cui non si può parlare perché sono antisistema. Mentre questo stesso futuro appartiene invece ai partiti liberi da qualsiasi vincolo e, quindi, in grado di parlare con tutti, così da diventare, in tutti i sensi, “partito della nazione”.

E’ bene, allora, “andare a vedere”. Per scoprire, da subito, che l’unico partito in giro che aspiri a questa qualifica deve, certo, i suoi consensi alla genialità del suo Capo ma anche al fatto di essere il punto di fusione tra le due grandi sensibilità politiche della prima repubblica ( che rappresentavano pur sempre, anche nell’atto del suo crollo, poco meno del 50% dei votanti ). E per verificare, in generale, che i partiti ( a partire da quello tedesco) coinvolti in grandi coalizioni non se la passano affatto bene. E sotto ogni punto di vista.

In questo mese di maggio si è votato non solo in Inghilterra, ma anche in Polonia (presidenziali) e in Spagna (elezioni locali a Madrid e Barcellona e nella maggioranza delle Regioni). In Polonia un populismo di segno clericale, identitario e sovranista ha battuto di stretta misura il suo rivale liberale ed europeista. Al terzo posto un cantante rock. A una cifra il consenso per il candidato socialista: espressione di un partito formato sul ceppo del vecchio partito comunista e poi riciclatosi (conservando del passato solo le abitudini) nel segno dell’internazionalismo liberista; nel bene, ma anche nel male. Qualche tempo prima, in Ungheria, le cose erano andate anche peggio: straconfermato Orban (variante più radicale dei confratelli polacchi); a difendere il popolo la “variante democratica”  delle croci frecciate; e i socialisti (variante peggiorativa del partito polacco) da nessuna parte.

In Spagna, il Psoe aveva subito in pieno, qualche anno fa, l’urto della crisi economica e del discredito per le sue pratiche. Ma, nonostante le pressioni internazionali, non si era acconciato a nessuna grande coalizione, modello italiano. Mantenendo ferma la sua opposizione alle politiche del governo Rajoy. In Spagna, Podemos non era andato alla carica contro tutto e tutti. Ma aveva partecipato alle elezioni in modo aperto e articolato, sostenendo con liste civiche, l’affermazione, a Madrid e Barcellona, di donne impegnate a fondo nelle lotte sociali e civili e collocandosi lungo due discriminanti fondamentali: quella populista (“basso contro l’alto”), ma anche quella sinistra-destra (battere il partito popolare). In Spagna esistono le condizioni per un’alleanza tra Podemos basata sul duplice obbiettivo di rinnovamento della politica e della radicale modifica delle politiche economiche e sociali imposte da Bruxelles. In Spagna la partecipazione al voto è aumentata; e la destra è stata battuta. E che a vincere è stata quella che una volta si chiamava “sinistra plurale”.

A questo punto, per carità, niente attese fuori luogo. Non c’è, in arrivo, nessun Settimo cavalleggeri. A noi basta, qui e oggi, sapere che esiste ancora; in Spagna e magari anche altrove. E, soprattutto, che è intenzionato a resistere.

 Alberto Benzoni 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Commenti all'articolo
  1. Ottima proposta, da lanciare subito in una conferenza congiunta dei partiti socialisti d’Europa.
    L’unico paradosso, però, è che la Bad Godesberg del ’59 servì alla SPD a staccarsi dal marxismo, mentre oggi le converrebbe riesumare le analisi marxiste sul capitalismo dell’ottocento che, per moltissimi versi, sono ancora attuali.

  2. Parole sante. Son felice di leggere un articolo che ricalca, con maggior dovizia, puntualità e spessore politico, alcuni miei interventi, anche pubblici, di diversi mesi fa. Anche allora rimasti sepolti nei cassetti o inascoltati. Mettere in discussione la nostra appartenenza, essere riformisti con noi stessi, spesso genera ostilità in chi, pur professandosi riformista, si crogiola nella sua più dorata conservazione. Bene per pochi, dolorosa per tanti e soprattutto per il Partito. Unico appunto storico, ma lo diceva Bucci nel comento che precede, dovremmo pensare ad una nuova Epinay.

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