sabato, 23 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

PREVISIONI? NO, SONDAGGI
Pubblicato il 08-05-2015


Sondaggi

“Abbiamo sconfitto anche i sondaggi e i commentatori”, così un esultante David Cameron si è rivolto agli attivisti del suo partito invitandoli a festeggiare. Fino a 24 ore prima i sondaggi erano concordi nel dare praticamente alla pari Tory e New Labour, mentre invece la vittoria del partito del premier è stata netta. Grazie al sistema maggioritario uninominale, con un margine di vantaggio di circa 4 punti percentuali rispetto a Ed Miliband, il suo diretto antagonista, Cameron ha ottenuto 331 seggi, la maggioranza assoluta, mentre ai laburisti ne sono andati quasi cento di meno.
La frase sui sondaggi però la dice lunga su un’opinione che comincia a diffondersi: i sondaggi non funzionano più.

Chi sostiene questa tesi ricorda che appena nel settembre scorso nelle elezioni politiche israeliane è avvenuta la stessa cosa. I due partiti principali venivano dati a un’incollatura e invece i conservatori di Netanyahu avevano duramente sconfitto nelle urne la lista di centro-sinistra (laburisti e centro laico) che si contrapponeva al Likud.
Ancora l’anno scorso, alle europee italiane di maggio, nessuno aveva previsto la vittoria del PD di Renzi con un ‘travolgente’ 40 e passa per cento.

“Non è possibile ragionare in questi termini – ci dice Fabrizio Masia (EMG), uno dei sondaggisti più noti, e apprezzati, che abbiamo in Italia – perché si tratta di contesti molto diversi, sia dal punto di vista politico, che di sistema elettorale come anche di strumenti tecnici utilizzati nei sondaggi”.

Sì però tutti parlano di previsioni che alla fine si rivelano inesatte.
“È sbagliato chiedere ai sondaggi di predire il futuro. Sono i limiti stessi connaturati allo strumento che ci impediscono di fare previsioni. Noi ci limitiamo a scattare delle ‘fotografie’ sulle tendenze dell’elettorato. E in questo mi sembra di poter dire che i risultati non si discostino molto dai sondaggi. Prendiamo il caso italiano, l’ultimo e naturalmente parlo solo del nostro lavoro. Avevamo previsto che ci sarebbe stato un vantaggio cospicuo del PD sulle altre liste anche se poi questo vantaggio si è rivelato più ampio del previsto. Ma avevamo ‘fotografato’ bene una tendenza e non ci eravamo sbagliati”.

Ma una differenza alla fine c’è anche in questo. Perché?
“Le difformità sono dovute alla gran quantità di indecisi. C’è un elettorato sempre più ‘liquido’ che traduce la sua opinione in voto effettivo solo all’ultimo istante. A questo occorre poi sommare la quantità di rifiuti che vengono opposti alla richiesta di rilasciare la propria opinione agli intervistatori. Nei sondaggi prelettorali ad esempio, ogni mille persone intervistate ce ne sono circa quattromila che non vogliono rispondere. E non c’è modo di capire se la distribuzione delle opinioni è distribuita in maniera perfettamente proporzionale tra chi non risponde. Dunque alla fine si tratta di interpretare una tendenza in base ai risultati che abbiamo. Possiamo delineare abbastanza bene quale sarà la gerarchia tra i partiti che si presentano, la tendenza nel risultato finale, ma molto più difficilmente ‘il’ risultato finale”.

Ma avete notato una crescita nel numero di quanti si rifiutano di rispondere?
“Sì, una crescita c’è stata. Come è un po’ aumentata nel tempo la percentuale che non vuole specificare il proprio campo di appartenenza politica, che si dichiara né di sinistra né destra né di centro. Ma noi lavoriamo anche sulla percentuale di indecisi e possiamo interpretare in questa fascia la possibile direzione del voto, ragionare sulla loro estrazione politica se scelgono di votare anziché astenersi. Ci sono però oggi dei fattori che hanno un’incidenza maggiore rispetto al passato come la forte personalizzazione della politica e il proliferare delle liste.
Ma per tornare al caso del voto in Gran Bretagna, dobbiamo sottolineare che sondaggi che davano percentuali attorno al 33-34%, che con il margine di errore può voler dire 31 come 36%, queste percentuali nei singoli seggi elettorali, col sistema maggioritario uninominale, possono facilmente tradursi in risultati a sorpresa”.

Alla fine questi intervistati che rispondono al sondaggista, possono anche mentire?
“Certo, ma penso che la menzogna si distribuisca equamente e dunque l’effetto finale è marginale. Ben più difficile, al limite dell’imponderabilità, è il caso del rifiuto a rispondere. Per questo possiamo dire che nella quasi totalità dei casi i sondaggi delineano una tendenza e una graduatoria, e lo fanno bene”.
Carlo Correr

Come si vede da questo grafico (a meno di una settimana dal voto), erano azzeccate le previsioni in percentuale, ma non l’attribuzione dei seggi

Come si vede da questo grafico (a meno di una settimana dal voto), erano azzeccate le previsioni in percentuale, ma non l’attribuzione dei seggi

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Commenti all'articolo
  1. I sondaggi servono per far arricchire i sondaggisti e chi li commissiona vuole guidare l’elettorato a votare per il proprio raggruppamento. Il vocabolo partito l’ho omesso perché i politici in servizio l’unico partito che conoscono è il proprio.

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