venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Rifondare Europa e welfare
Pubblicato il 19-05-2015


Se la sinistra socialista europea fa della consuetudine la sua bussola è destinata a uno spazio marginale. Parlo dell’elettorato riformista, conteso da movimenti radicali e da forze populiste e attratto dall’astensione. L’ultimo caso in ordine di tempo è il voto inglese.
Sostiene Tony Blair che i confini tradizionali tra destra e sinistra sono cambiati. Ha ragione. Si tratta della riflessione che abbiamo avviato al Congresso di Venezia e che lo scorso anno abbiamo affidato ai lavori del congresso del Pse a Roma. Confini cambiati non significa assenza di confini. Affatto. I cambiamenti profondi che tagliano le società obbligano la politica a mettersi in discussione. La rapidità dei cambiamenti dovuta alla scienza, alla tecnologia, al potere della finanza globale, alla complessità delle relazioni economiche inducono la sinistra a ripensarsi lasciando integri i tre pilastri che ancora oggi la rendono diversa dalla destra: redistribuzione della ricchezza, estensione dei diritti fondamentali e delle responsabilità civiche, allargamento degli spazi di libertà e di democrazia.

In concreto. L’ Europa dei padri fondatori e di Maastricht non basta più. È zoppa. A disagio nello scenario internazionale in cui è immersa. Troppo burocratica, poco coesa nelle scelte di politica estera e di politica fiscale, troppo squilibrata a vantaggio del fronte settentrionale, carente di emozioni. O c’è un nuovo patto fondativo che rilanci le ragioni di una storia plurisecolare nel secolo nascente e ne faccia un soggetto competitivo nel mondo o in un paio di generazioni diventeremo come la Confederazione degli stati tedeschi prima di Bismarck. Senza futuro. Un peso piuma nella categoria massimi.

Emigrazione e migrazioni hanno significati diversi. Le migrazioni del nostro tempo non sono in nulla uguali all’emigrazione del Novecento. Prima ci si spostava in cerca di lavoro e ci si integrava nelle comunità di approdo. Oggi chi arriva aggiunge il proprio disagio ad una diffusa disintegrazione sociale. Il Mediterraneo è frontiera europea. Ne discendono due effetti. Ogni nazione dell’Unione deve fare la sua parte verso i profughi. Chi vive tra di noi deve rispettare le leggi, godere dei diritti fondamentali, condividere i principi di libertà e di democrazia. La meta è il multiculturalismo attivo non la difesa di costumi lesivi di valori fondanti: nessun tribunale della sharia, nessuna infibulazione imposta alle bambine, nessun obbligo matrimoniale per la donna, piena parità tra i generi. Insomma, libertà, condivisione, responsabilità.

Se entro in una moschea mi tolgo le scarpe. Se vivi nel nostro Stato adotti il nostro canone, figlio di conquiste civili lunghe almeno tre secoli. La democrazia rappresentativa si è avvalsa in Italia soprattutto del ruolo decisivo dei partiti. La prima è fragile, i secondi sono scomparsi e la società di mezzo è in crisi. Servirebbe un’imponente spinta riformatrice, né più né meno di quanto avvenne all’indomani del secondo conflitto mondiale. Respinta l’ipotesi di un’Assemblea Costituente, alcune priorità in ordine sparso: ‘dibattito pubblico’ quando si discute di grandi opere; regolamentazione dei gruppi di pressione; accorpamento dei piccoli comuni; sfoltimento degli enti intermedi, oggi almeno il doppio dei vizi capitali; un bilanciamento più armonioso tra i poteri dello Stato; sostegno alle fondazioni che educano alla politica. Misure, tutte, indispensabili per riconciliare i cittadini con il Palazzo.

In ultimo, lo stato sociale. Ripensarlo. Rifondarlo. Sostenendo chi è nella condizione del bisogno e chi ha merito, ma non ha né l’opportunità, né le condizioni sociali per emergere. Tutto a tutti non è giusto né più possibile. La nostalgia è un pessimo sentimento. Ottunde i cinque sensi. Se la sinistra confida nella nostalgia si preclude la capacità di specchiarsi nel futuro. Deve essere strabica. Un occhio qui, l’altro oltre i confini quotidiani. Meglio dunque l’ambizione dei pionieri. Eretici per non morire nel passato.

Riccardo Nencini
(questo editoriale è stato pubblicato nel nuovo numero di ‘mondoperaio’)
Riccardo Nencini

Riccardo Nencini

Segretario Psi - viceministro dei Trasporti

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Commenti all'articolo
  1. condivido. Molto acuto il discorso sul “multiculturalismo” attivo. E’ quello che dico anch’io da tempo: noi, per tradizione, siamo tolleranti e rispettosi verso le culture altrui. Ma c’è un limite: l’universalismo dei diritti umani. Certe forme di multiculturalismo (non il multiculturalismno tout court!) sono arrivate a difendere culture che negano diritti e libertà. In quanto liberal-socialisti, difendiamo il cocnetto di equaglianza (anche fra culture) e, al tempo stesso quello di libertà. Chi viene da noi deve accettare i principi basilari della nostra civiltà.

  2. In verità l’Europa come la volevamo noi federalisti non esiste più, almeno dal 2005. E’ rimasta un’accozzaglia di norme “commerciali” che sono regolate dall’interesse del più forte.
    Questa specie di europa ha anche condotto al declino il Socialismo europeo (Hollande è più d’accordo con la Merkel che con gli altri socialisti).
    Quanto all’immigrazione, ci si sta prendendo in giro. Nessuno mai ha consegnato nelle mani di chi veniva un “vademecum” del buon comportamento. Gli italiani hanno preferito sfruttare al massimo gli immigrati, sia col lavoro agricolo, sia con le associazioni e le cooperative che se ne occupano.
    Quando i “barbari” invasero l’Italia la convivenza fu risolta così: un terzo delle terre furono date ai barbari invasori (e vincitori) agli altri restarono i due terzi. Ogni “popolo” veniva giudicato secondo il proprio ordinamento. Dalla fusione dei romani e dei barbari scaturirono gli italiani, così come sono stati per una dozzina di secoli. Se l’esodo dall’Africa continua, dovremo decidere nuovi ordinamenti.

  3. Gli è stato dato un nuovo titolo a quello già pubblicato e commentato con considerazioni interessanti. Poteva svilupparne le vare problematiche nell’ottica dei princìpi Socialisti, che rimangono sempre validi e non perdersi in parole generiche, che non sono nemmeno titoli identificativi.

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