martedì, 24 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Rimborsi stop pensioni: tagli, gradualità e BOT
Pubblicato il 07-05-2015


Pensioni

La sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il blocco degli adeguamenti pensionistici è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale ed è dunque da subito è nulla la disposizione contenuta nel ‘Salva Italia’ con cui quattro anni fa il governo Monti intervenne tagliando gli assegni.

Una serie di indiscrezioni circolate nella serata di ieri, hanno spinto stamane il presidente della Corte Costituzionale, Alessandro Criscuolo, a intervenire in prima persona con un comunicato ufficiale per chiarire due punti essenziali, quello che riguarda l’efficacia della sentenza e quello che rinvia all’Esecutivo ogni azione successiva: “In relazione alle notizie di stampa che attribuiscono alla Corte dichiarazioni in merito alla natura ‘autoapplicativa’ della decisione n. 70 il presidente precisa – si legge nella nota – che la Corte non ha rilasciato alcuna dichiarazione al riguardo. Le sentenze della Corte che dichiarano la illegittimità costituzionale di una norma di legge o di un atto avente forza di legge producono la cessazione di efficacia della norma stessa dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. Da quel momento gli interessati possono adottare le iniziative che reputano necessarie e gli organi politici, ove lo ritengano, possono adottare i provvedimenti del caso nelle forme costituzionali”.

La palla al Governo
Da adesso in poi insomma la palla è passata al Governo che deve decidere come comportarsi. In base alla decisione che verrà assunta, gli interessati possono decidere (o forse dovranno) fare di nuovo un ricorso per ottenere dagli Enti previdenziali la restituzione delle cifre indebitamente trattenute.
La ragione – anche morale – vorrebbe che restituisse il maltolto ai pensionati punto e basta. Le ragioni economiche che spinsero il Governo a mettere la mani nelle tasche dei pensionati che tanto potevano difendersi solo ricorrendo alla giustizia, spingerebbero invece a trovare un’escamotage per ridurre al minimo il costo dell’operazione, valutata attorno ai 5 miliardi di euro di cui però poco meno della metà, tornerebbero comunque nelle casse dello Stato attraverso il prelievo IRPEF. Le voci e le indiscrezioni si rincorrono, ma per ora senza notizie ufficiali.

Tagli e BOT
Tra le ipotesi che sarebbero state prese in considerazione c’è quella di una restituzione solo parziale (50%?) e di uno scaglionamento in base all’entità delle pensioni stesse. Ci sarebbe poi anche l’ipotesi di restituire i soldi sotto forma di titoli di Stato (BOT), misura che, forse, consentirebbe al Governo di non appesantire il deficit di bilancio, ma di scaricare direttamente le somme finali sul debito pubblico. Lo scaglionamento in base all’entità dell’assegno pensionistico fisserebbe l’asticella su un multiplo dell’assegno minimo INPS. Il blocco iniziale – poi rivisto dal Governo Letta – l’aveva fissato a partire dalle pensioni superiori a tre volte il minimo, circa 1440 euro lordi, e i precedenti, governo Prodi e governo Berlusconi, rispettivamente a 5 e 8 volte. Il sottosegretario all’Economia Enrico Zanetti, ieri parlava di una cifra attorno ai 5 mila euro lordi, dunque un po’ meno di dieci volte il minimo INPS. Secondo i sostenitori di questa linea, lo stratagemma dovrebbe poter passare a un nuovo esame della Consulta, ma per ora sono solo chiacchiere in libertà.

Zanetti e l’art.53 della Costituzione
“Zanetti, che è anche leader di Scelta Civica e che ha uno stranissimo concetto della moralità e della giustizia, aveva detto ieri ad Agorà su Raitre, di escludere che fosse “possibile restituire a tutti l’indicizzazione delle pensioni; per quelle più alte sarebbe immorale e il governo deve dirlo forte. Occorre farlo per le fasce più basse”. “Cinquemila euro potrebbe essere una soglia al di sopra della quale sarebbe ingiusto rimborsare, verrebbe meno il requisito di giustizia sociale”.
Certo è che il minimo dei 5 mila euro riguarda solo una porzione piccolissima di pensionati e dunque il risparmio sarebbe pressoché nullo, giusto una manovra di demagogia populista per sostenere che il Governo fa cose di ‘sinistra’. È noto infatti che se si vuole fare ‘cassa’ in tempi rapidi, i tagli devono riguardare la platea più vasta dei contribuenti e dei pensionati, esattamente quello che aveva fatto il governo Monti quattro anni fa. In ogni caso nessuna di queste opzioni sembra voler tenere conto dell’art. 53 della Costituzione, ovvero di chiamare a sostenere gli oneri dello Stato ciascuno secondo le sue capacità (“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”).
Ai pensionati tocca pagare di più: l’IRPEF, come tutti, e in più questa ulteriore gabella destinata a produrre nel corso degli anni un progressivo assottigliamento dell’assegno previdenziale e a sottrarre risorse preziose proprio nel momento in cui può esserci maggior bisogno di assistenza e cure mediche.

CGIL possibilista sulla gradualità
Non tutti sono naturalmente d’accordo con le ragioni economiche che come al solito si scaricano su chi non può evadere le tasse, e per di più in modo squilibrato e settoriale. Associazioni dei consumatori e sindacati hanno subito chiesto che il Governo dia seguito alla sentenza. Tutt’al più, sembra di capire, si può accettare una gradualità temporale nei rimborsi. “La sentenza – ha detto il segretario generale dello Spi Cgil Carla Cantone a Radio Anch’io – deve essere applicata immediatamente. Siamo disponibili a ragionare con il governo sulle modalità e sulle tempistiche della restituzione degli arretrati”. “Concordo sul fatto che sugli arretrati si può fare un discorso di gradualità sui tempi”.
Secondo uno studio della Uil il rimborso per una pensione che nel 2011 era di 1500 euro lordi, dovrà partire da 2.540 euro per i due anni di blocco (2012 e 2013) e per gli effetti che questi hanno avuto sul 2014. Con una rivalutazione calcolata in circa 85 euro al mese. Il totale potrebbe così raggiungere l’astronomica cifra di 13 miliardi di euro (che la CGIA di Mestre va arrivare a 16,6) anche se c’è da sottolineare che il 40% di questo denaro non arriverà mai nelle tasche dei pensionati e tornerà nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef.
Secondo l’ufficio studi della Cgia (vedi tabella fondo pagina), il rimborso medio spettante per le pensioni da 2.500 a 3 mila euro lordi arriva a 3.791 euro e supera i 5.171 per le pensioni al di sopra dei 3 mila euro.

C’è anche la ‘grana’ vitalizi
L’ufficio di presidenza della Camera e del Senato hanno dato oggi il via libera alla delibera che abolisce i vitalizi agli ex deputati condannati in via definitiva, per i reati di particolare gravità. A favore Pd, Sel, Scelta Civica, Fratelli d’Italia e Lega. Non hanno partecipato al voto M5S (misura ‘troppo blanda’ con l’asticella fissata a 2 e 6 anni di condanna) e Ap. Contrari anche Forza Italia e NCD, ma per ragioni opposte (misura incostituzionale).
La delibera, fortemente sponsorizzata dai presidenti della Camere e del Senato, Boldrini e Grasso, prevede che perdano il diritto al vitalizio i parlamentari condannati in via definitiva a più di due anni per reati di mafia, terrorismo e quelli contro la Pa, eccezion fatta per l’abuso d’ufficio, nonché tutti quelli che comportano condanne superiori ai 6 anni.
Una questione tutt’altro che semplice sia perché sembra che potrebbe essere necessario modificare la legge per una misura del genere e non basti un semplice provvedimento di Camera e Senato (sono le Camere che pagano i ‘vitalizi’) sia perché appare un incomprensibile accanimento contro cittadini che hanno sbagliato, ma che comunque hanno pagato il loro debito con la giustizia. Si può arrivare insomma all’assurdo che un omicida o un trafficante di droga dopo aver scontato la pena continui a ricevere il suo assegno di pensione – se ne aveva diritto – mentre per reati ben diversi, come quelli legati alla corruzione, un altro cittadino ne verrebbe privato solo perché il suo lavoro è stato di natura ‘politica’.

L’abolizione forse incostituzionale
Una misura che potrebbe così finire davanti alla Consulta visto che già in passato la Corte si è pronunciata in materia sottolineando “che anche chi ha commesso reati ha diritto a vivere”, che c’è “l’art. 27 della Costituzione” che dice che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato e non si rieduca la persona cui si tolgono i mezzi di sussistenza, favorendosi invece la commissione di nuovi delitti” e poi ancora che l’art. 38 della Costituzione “afferma indiscriminatamente il diritto all’assistenza per i Cittadini bisognosi, ai quali tale diritto è garantito senza particolari qualificazioni di status professionale”.
Resta certo la differenza netta tra ‘pensione’ e ‘vitalizio’, ma allora bisognerebbe comunque tener conto delle disponibilità economiche del condannato, ovvero di accertare se abbia o meno altre possibilità economiche per vivere prima di togliergli l’assegno.
C. Co.

Tabella pensioni

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Commenti all'articolo
  1. Si parte sempre dalle pensioni di 90.000 euro al mese, ma l’obiettivo, come si vede anche ora, è di mettere le mani sulla pancia di quelle medie, che sono tante e danno gettito, sia se tassate, sia se non rivalutate. Per far ciò diventano “pensioni d’oro” quelle di 3.000 euro lordi, che sono quelle dell’ex ceto medio. E’ immorale fare il confronto con le pensioni minime, con le quali appena si campa a pane e latte, per poi colpevolizzare quelle del ceto medio, che certamente – pagate tasse sulla casa, sui rifiuti, l’IMU, luce, telefono, acqua e gas, e magari bollo, assicurazione auto e un po’ di benzina, – non fa certo la vita da nababbo, e spesso deve aiutare nipoti e figli disoccupati. Amen.

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