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Opinioni e commenti
 

‘Ripresina’ italiana, ma torna la paura della Grexit
Pubblicato il 05-05-2015


UE-GrexitCrescita dello 0,6% nel 2015 e dell’1,4% nel 2016, così le nuove stime della Commissione Ue che hanno sostanzialmente confermato quello che si sapeva da mesi. Previsioni che non si discostano granché da quelle del Fondo Monetario Internazionale e di Bankitalia. Le oscillazioni sono di qualche decimale in più, ma nulla che possa capovolgere – a oggi – il quadro macroeconomico dei conti italiani.

Per la Commissione “gli indicatori della fiducia sono stabilmente migliorati nei mesi recenti, la fluttuazione di quelli fondamentali suggerisce che la ripresa dovrebbe essere graduale” e l’aumento del pil a +0,6% nel 2015 è sostenuto “soprattutto dall’export aiutato dal deprezzamento dell’euro”. E “nonostante le banche siano ancora appesantite dai crediti deteriorati e i tassi reali d’interesse resteranno relativamente alti, si prevede che l’aumento degli export sbloccherà lentamente nuovi investimenti in attrezzature mentre le condizioni del credito miglioreranno gradualmente”. L’Italia beneficia dell’aumento della domanda esterna, del deprezzamento del dollaro, del quantitative easing deciso dalla BCE e della caduta del prezzo del greggio, condizioni ognuna di per sé positiva ma che insieme costituiscono un formidabile, e forse irripetibile, vantaggio dando all’Italia qualche chance in più rispetto a quelle degli anni passati.

Quanto agli altri indicatori, la Ue aggiorna al 12,6% il tasso previsto per la disoccupazione con un calo “marginale” nel 2015 (-0,2%) che “si stabilizza” nel 2016 mentre nei 28 la disoccupazione scenderà rispettivamente al 9,6% e al 9,2%.

Per il debito pubblico – che è una percentuale calcolata in rapporto al pil – viene fissata al 133,1% e al 130,6 per l’anno prossimo “grazie alla crescita nominale più alta e all’avanzo primario”. Per la Commissione il debito avrà “un picco attorno al 133% nel 2015, nonostante le privatizzazioni in atto che valgono circa lo 0,5% del pil”. Il deficit stimato è al 2,6% nel 2015 e al 2% nel 2016, ma ci sono i “rischi collegati a possibili misure espansive aggiuntive annunciate nella legge di stabilità, ma non ancora dettagliate”.

A questo c’è poi da aggiungere la novità delle sentenza della Consulta che dovrebbe costringere – il condizionale è d’obbligo perché il Governo potrebbe inventarsi qualche furbizia – gli Enti previdenziali a restituire ai pensionati l’iniqua tassa aggiuntiva applicata sugli assegni mensili superiori a tre volte il minimo, non calcolando l’aumento dovuto all’inflazione per gli anni successivi al 2012. Una partita che costa al bilancio dello Stato almeno 5,2 miliardi di euro (ma quasi la metà rientrerebbe sotto forma di tassazione IRPEF), e che è in grado di sballare conti, peraltro non solidissimi presentati col DEF di qualche settimana fa.

Sulla questione ha speso qualche parola il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan senza peraltro chiarire né la situazione reale né tantomeno la via scelta per rimediare. “Stiamo lavorando per dare una risposta positiva alla sentenza della Consulta, e quanto prima definiremo il quadro, ancora stiamo ragionando su questo” – ha detto a margine di una audizione al Senato sottolineando che “al ministero, e naturalmente nell’ambito del governo, stiamo facendo tutte le considerazioni”. “Lavoriamo per avere una soluzione rispettosa dei giudici e che al tempo stesso minimizzi i costi per la finanza pubblica che innegabilmente ci sono, e che intervengono in un momento in cui la finanza pubblica sta migliorando e ci auguriamo che continui a farlo”.

Le previsioni della Commissione sono comunque come tutte le previsioni nel campo dell’economia, altamente inattendibili e questo perché i fattori in gioco sono talmente tanti che nessuno è in grado di tenerli tutti nel debito conto e di valutarli per l’impatto che possono avere.

Tra questi fattori di possibile grave instabilità, c’è oggi ancora quello legato al contenzioso sul debito della Grecia e che tra rumor e fatti concreti continua a terremotare le borse. Per avere un’idea dell’impatto di un possibile default con relativa Grexit, l’uscita di Atene dall’euro, sono bastate oggi delle notizie pubblicate dal quotidiano britannico Financial Times secondo cui il FMI accetterebbe di dare i suoi aiuti solo in cambio di una svalutazione degli asset del debito greco in mano agli Stati europei. Insomma un default controllato che parte dalla ragionevole condivisa considerazione che oggi, nelle condizioni in cui si trova l’economia ellenica, il governo di Atene non sarebbe in grado di rispettare gli impegni assunti dal Governo precedente neppure se lo volesse, neppure insomma se accettasse di imporre ai greci un’altra insostenibile e irragionevole stagione di lacrime e sangue.

Il ministro dell’economia tedesco, Wolfgang Schaeuble, ha smentito la richiesta del taglio del debito greco, ma al tempo stesso si è detto “piuttosto scettico”che tra Atene e i suoi creditori si possa arrivare ad un accordo in tempo per rispettare le scadenze. Inoltre la Commissione europea ha tagliato pesantemente le stime di crescita di Atene alla luce dell’incertezza politica. Scetticismo confermato dallo stesso collega greco Varoufakis il quale ha spiegato che non ci sarà un accordo finale sulla Grecia all’Eurogruppo di lunedì. “Avremo una discussione fruttuosa che confermerà i notevoli progressi fatti e sarà certo un altro passo in avanti nella direzione di un accordo finale” ma niente di definitivo.

Così gli investitori che nelle scorse settimane erano tornati a comprare bond greci oggi sono tornati a disfarsene e il tasso biennale è risalito oltre quota 20%. Un vento impetuoso che ha coinvolto le borse e gli altri titoli di debito di Paesi particolarmente fragili su questo fronte come la Spagna, e l’Italia. I BTp italiani e i Bonos spagnoli hanno accusato subito il colpo e il differenziale di rendimento tra i BTP e i Bund, il famoso spread, è risalito oltre quota 120 punti. Un segnale insomma per ricordare a tutti quanto sia fragile la ‘ripresina’ in corso e precari gli equilibri economici e finanziari del Vecchio Continente, una campana d’allarme che suona non solo per Atene.

Alvaro Steamer

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