venerdì, 24 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Scrive Isabella Ricevuto: Che primo maggio a Pianoro …
Pubblicato il 03-05-2015


E’ il 1° maggio 2015. A Pian di Macina, frazione di Pianoro, una manciata di chilometri da Bologna, tradizionale Festa Socialista del 1° maggio. Tradizione rispettata da tanti anni, mantenuta, grazie a un agguerrito manipolo di compagni, anche in questi anni bui. Arrivo accolta da un garrire festoso di bandiere rosse del Partito Socialista Italiano. Sono molte. Sembra un sogno di altri tempi.
Nella sala, un centinaio di persone, roba che la minoranza PD impallidisce. A occhio si vede subito che non si tratta di un fiume di lana (leggi Oriana Fallaci, Un uomo). E’ una platea di donne e uomini liberi. Individui di diverso censo, diverso destino, amministratori pubblici locali e nazionali, donne e uomini accomunati da valori di libertà, laicità, giustizia ed equità sociale, fede nel valore del singolo individuo. Sono accomunati anche dall’età: abbondano le pantere grigie. Questo fa salire per un attimo il magone in gola: senza ricambio, freschi innesti, che ne sarà del patrimonio di valori insiti nell’Idea e nella Storia socialista? Velo di malinconia che si dissolve al pensiero che già vent’anni fa ci si poneva la stessa domanda e oggi siamo ancora qui, cento o giù di lì.
Se scatti un’istantanea della sala con lo smartphone e la confronti con le immagini anticate che scorrono su un pannello in fondo alla sala, vedi le stesse facce degli albori del socialismo. Facce intagliate nella fatica e nell’orgoglio, nell’onestà e nella fede schietta ai princìpi socialisti. Ricordiamocelo: ci hanno infangato per niente!
Prendono la parola ben due Onorevoli due: siamo in una frazioncina di un comune satellite di Bologna. Qui però c’è ben più arrosto che nella grande città. Grazie al cuore e alla passione di compagni che non hanno smesso mai di credere nell’Idea.
Franco Piro, brillante come sempre, prende spunto dalla storia del 1° maggio per toccare corde popolari. La lotta per non lavorare più di 8 ore al giorno, per avere tempo per svago, istruzione e contatto sociale, il lavoro come diritto e dignità, non come schiavitù, la festa del 1° maggio come sciopero, festa di liberazione, pasqua di resurrezione socialista. Profumo di sessantotto, parole d’ordine che fanno inumidire gli occhi dei compagni più longevi, che scaldano i cuori ma che la ragione accantona come antistoriche ora che la crisi economica e politica batte duro.
Parla poi Mauro Del Bue, il nostro Direttore. Una visione meno poetica, meno piaciona, più realistica. Mauro ricorda come oggi l’Italia non sia una repubblica fondata sul lavoro, ma sulla disoccupazione. Io penso: oggi i nipoti di quelli seduti qui, se non sono bamboccioni, anelano a quella schiavitù. Sono disoccupati. Oppure sottopagati, Partite IVA, call center. Per i più fortunati, se hanno il lavoro, hanno incertezza nell’avvenire: oggi il mio datore di lavoro è italiano, domani? Penso ancora: quante aziende sul territorio hanno chiuso? Quante cooperative qui, nell’Emilia patria privilegiata della cooperazione, hanno tradito la loro missione e i loro soci? Che senso ha oggi un 1° maggio con una sinistra dispersa, dimentica dei suoi valori fondanti, soprattutto del rispetto e della libertà di ogni singolo individuo? Il PD che ama pascolare le greggi, ha perso il buon senso e l’acume del pastore.
Torniamo al discorso di Mauro Del Bue. Mauro sottolinea un concetto che piace poco ai vecchi irriducibili compagni di lotte antipadronali. Non ci sono solo diritti, ma anche doveri.
Come il dovere di partecipare, con responsabilità, alla gestione delle aziende. La cogestione nelle aziende è il nuovo obiettivo, uno spazio da conquistare non in chiave sanculotta ma manageriale. Cogestione intesa come capacità, da parte dei lavoratori e delle loro rappresentanze, di condividere in chiave manageriale lo sviluppo delle aziende, e i problemi gestionali ed economici nei momenti di crisi.
Un tema non facile, che richiede animo riformista e laicità di pensiero. Una visione socialista del lavoro, moderna come lo fu, a suo tempo, quella di Brodolini, di Giugni, di Craxi, di Biagi, tanto per citarne alcuni.
Entrando, ognuno ha ricevuto un garofano rosso. Un simbolo che fa parte della nostra storia. Mentre torno a casa, mi accorgo che il ciglio delle strade rosseggia di papaveri. Lo sapete perché le nostre nonne e i nostri nonni scelsero il garofano come simbolo del 1° maggio anziché il pur disponibile papavero? Perché il garofano è più tosto, ha più petali, dura di più. Cento di questi giorni!

Isabella Ricevuto Ferrari

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento