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Opinioni e commenti
 

Tv, “Fango e Gloria”.
Storie di eroi di guerra
senza tempo
Pubblicato il 27-05-2015


Fangoegloria-TiberiNel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Rai Uno manda in onda un film che è una storia moderna ambientata a quei tempi, con materiale d’epoca dell’Istituto Luce sottoposto a colorazione e sonorizzazione. “Quel conflitto fu a colori e non in bianco e nero”, cioè pieno di emozioni e sensazioni, di un’umanità pregna di significato che intendeva riportare, ha spiegato il regista di “Fango e gloria”, Leonardo Tiberi. Protagonisti sono tre giovani: Mario (Eugenio Franceschini), Agnese (Valentina Corti) ed Emilio (Francesco Martino).

Se in questa circostanza tutte le figure istituzionali hanno parlato di una Guerra che ha unito e unificato il Paese, l’immagine è proprio quella di un fronte dove non esistevano differenze di nazionalità od etnia. E se a partire dal presidente della Repubblica viene reso omaggio in tale occasione alla tomba del Milite Ignoto, è proprio quest’ultimo la voce narrante della storia di “Fango e Gloria”. Una scelta inedita ed indovinata che, sebbene sia la voce di Mario, è quella di “uno qualunque”, uno qualsiasi di tutti quei giovani partiti per il fronte e armati di buone speranze. Presto disilluse. Uno di quei 650mila morti che fece la I guerra mondiale, unitamente a circa un milione di feriti, cui il film è giustamente dedicato. Perché a fare un eroe di una persona semplice e comune non è la fama o la gloria, il prestigio dell’identità riconosciuta o riconoscibile, ma le sue azioni, i suoi gesti clamorosi per il loro coraggio e valore umano, morale, sociale. Un conflitto mondiale sentito da tutte le nazioni e ricordato persino all’Eurovision Song Contest 2015 dalla cantante della Francia Lisa Angeli, che ha interpretato il profondo brano “N’oubliez pas”, invitando a non dimenticare quel conflitto e quelle vittime, con un testo incentrato non solo sulla I Guerra Mondiale, ma su tutte le guerre.

Fango e Gloria- Eugenio Franceschini e Alberto Lo Porto

Fango e Gloria- Eugenio Franceschini e Alberto Lo Porto

Una guerra per cui “anche l’Italia si armava perché voleva avere un ruolo a pieno titolo. Una guerra che serviva a dare dignità al popolo”, si dice nel film. Ed infatti “Fango e Gloria” parte quasi subito proprio da quel fatidico 24 maggio 1915, quando il nostro Stato è ufficialmente nella Guerra. Tutti i giornali dell’epoca non facevano altro che titolare e parlare della “mobilitazione generale” che portò e che animò tutta l’Italia. “In guerra ci andò tutto il Paese”, si ripete nel film, dove si ribadisce più volte il concetto parlando di “la nostra guerra”, “le nostre azioni” di chi era al fronte a combattere. Ed intanto, col passare del tempo, la situazione degenera e si cerca di restare uniti perché era l’unico modo per poter sperare di tornare a casa, di resistere in mezzo alla dolore, alla morte, alla sofferenza, alla distruzione di un conflitto atroce ed alienante. Mario dice espressamente: “era passato un anno dal luglio del ’14 quando tutto era cominciato, ma mi sentivo più vecchio di dieci anni. Io non ero più quello che era partito, non so se in meglio o in peggio ma mi sentivo cambiato”, diverso. Trovare un senso a tutta quella guerra ingiusta era difficile. Troppo. Se il primo conflitto mondiale ha unificato al fronte e favorito la nascita dell’unità nazionale e di un sentimento patriottico, ha diviso intere famiglie e vite. Giovani come Mario ed Agnese che progettavano di sposarsi e di comprarsi casa. O amici fraterni come Emilio e Mario.

Fango e Gloria - Eugenio Franceschini e Valentina Corti

Fango e Gloria – Eugenio Franceschini e Valentina Corti

Milioni di ragazzi come loro arrivarono al fronte. L’eroe del momento era un 19enne quale Aurelio Baruzzi, citato da Mario. Nato a Lugo (RA) il 9 gennaio 1897 e morto a Roma il 4 marzo 1985, è stato Sottotenente del 28° Regg. Fanteria Brigata Pavia, durante la I Guerra sul fronte del Carso. Si è contraddistinto soprattutto nella terza  e sesta battaglia sull’Isonzo, del 6 agosto 1916. Ma è stato quando l’8 agosto, con soli quattro soldati, riuscì a conquistare il sottopassaggio ferroviario situato alle porte di Gorizia a dargli la Gloria; poco dopo, infatti, oltrepassò il fiume Isonzo, raggiunse la stazione ferroviaria della città e vi innalzò la bandiera italiana. “Intimando audacemente la resa a ben duecento uomini”, ci viene detto. Fu, pertanto, insignito della medaglia d’oro al valor militare il 4 settembre 1917 (oltre che di due medaglie di bronzo e della croce di guerra). Restò in servizio nell’esercito dopo la conclusione del conflitto, diventando generale, e descrisse in un due libri gli eventi bellici a cui aveva preso parte: “Quel giorno a Gorizia. vol. 1 – Dall’inizio della guerra alla battaglia di Gorizia”  e “Quel giorno a Gorizia vol. 2 – Sull’Altipiano di Asiago, sul Piave, la prigionia e la fuga”, entrambi editi Gaspari (il primo nel 1999 e l’altro nel 2002). Gorizia gli conferirà nel 1926 la cittadinanza onoraria.

Fango-e-gloria-di Leonardo-Tiberi

Fango-e-gloria-di Leonardo-Tiberi

È di questi eroi che il film parla e che vuole onorare. Eroi di cui vuole ricordare la gloria e la memoria. Eroi che si sono mescolati al fango per un ideale, che rimarrà sempre immutato nel tempo. Eroi come Baruzzi o quale Vittorio Locchi, nato a Figline Valdarno l’8 marzo 1889. Quest’ultimo prese parte alle rivolte antiaustriache a Firenze. Partì volontario e fu proposto per la medaglia d’argento al valor militare, conferitagli postuma, per l’abilità nel descrivere gli stati d’animo che agitavano e tormentavano gli uomini al fronte, con un pensiero sempre rivolto ai loro cari prima della battaglia: “vedono passare – scrive – nel cielo ombre e ombre di mamme, ombre di figli, ombre di giorni lontani d’adolescenza”, che sanno che non torneranno. Parole, però, piene di libertà, come quando grida che “la città è libera, libera”. Come poi sarà l’Italia.

E se la storia tende a ripetersi, anche il film ha un andamento circolare. Sia all’inizio che alla fine, Mario ripete che non può morire perché deve fare qualcosa di importante. Come gli ha detto il padre, altra figura particolarmente significativa. Mario cerca di seguirne le orme, di impararne gli insegnamenti, anche politici, di coglierne le esperienze preziose di vita per poter scrivere il futuro, la storia, come è insito nelle nuove generazioni. Il padre faceva i tasselli dei volantini socialisti durante la Guerra, in contrasto all’analfabetismo che regnava. Ma Mario si ritroverà con il fisico dilaniato da una bomba esclamando: “non sento più niente, come se non avessi più il mio corpo”, in contrapposizione alle forti emozioni provate prima e durante la Guerra. Quest’ultima è distruzione, annienta ogni forma di sentimento, di vita, di cui era fatto il fronte, degli stati d’animo che regnavano tra gli eserciti, come tra le persone a casa, perché ora i compagni erano la nuova famiglia dei soldati, unita in nome dell’unità per cui si combatteva. Storie di giovani senza tempo. Immortali. Ed è forse per questo che, gesto simbolico ed emblematico, dal braccio di Mario gli viene strappato l’orologio che gli aveva regalato Agnese, quasi che ora la sua vita e i suoi vissuti appartenessero alla Storia e non al Tempo terreno, umano, trascorso con lei, con l’amico Emilio, col padre e con la famiglia. La dimensione temporale, come quella spaziale, vengono annullate da ogni guerra. In primis dalla Prima Guerra Mondiale.

Barbara Conti 

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