venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Un ricordo di Luigi Nono
a un quarto di secolo
dalla sua scomparsa
Pubblicato il 07-05-2015


L’8 maggio 1990 moriva a Venezia Luigi Nonouno dei più importanti compositori italiani del XX secolo. Di antica famiglia veneziana di artisti, Nono studiò con Malipiero, Maderna e Scherchen e tenne seminari ai corsi di Darmstadt fino al 1958. Partecipe del rinnovamento del linguaggio delle avanguardie degli anni Cinquanta, si mosse costantemente nella direzione di una musica che fosse veicolo di un esplicito impegno civile e morale di ispirazione marxista. In un’intervista, Nono confessò che tutte le sue esperienze nascevano sempre da uno stimolo umano: un avvenimento colpiva il suo istinto e la sua coscienza ed esigeva che egli, come musicista e come uomo, ne desse testimonianza.

Su questa base è possibile distinguere due periodi della personalità artistica del compositore. Il primo riguarda quello che potremmo definire l’artista engagé, colpito dalle grandi disuguaglianze del mondo, l’intolleranza razziale, la violenza fascista, lo sfruttamento della classe lavoratrice, la lotta per la libertà e l’indipendenza dei paesi in via di sviluppo. La sua musica ospita allora rumori di fabbriche, gemiti di condannati, di donne costrette al lavoro negli opifici.

Due fattori determinano gli orientamenti del secondo periodo artistico noniano: l’incontro con il filosofo Massimo Cacciari e il lavoro all’Experimental studio di Friburgo. Il pensiero eclettico di Cacciari – in cui svolgono un ruolo determinante Hölderlin, Nietzsche, Rilke e Benjamin e che è alimentato da studi sulla mistica ebraica e sul mondo dei miti – diventa un’inesauribile fonte di ispirazione. La semplice testimonianza del rumore del dolore del mondo non è più sufficiente. Il mondo che ora occupa la mente di Luigi Nono è un mondo pieno di contraddizioni, che ha dimenticato l’umanesimo, ha ripudiato le certezze metafisiche e vorrebbe essere razionale ma sa anche che la razionalità è fallace perché non cerca più risposte nelle idee, ma nella scienza, nella tecnica e nei numeri.

Una delle pagine più significative del ventesimo secolo, e probabilmente il capolavoro di Nono, è un progetto sorto proprio dalla collaborazione con Cacciari e dalle sperimentazioni di Friburgo: ‘Prometeo, tragedia dell’ascolto’ (1985) segna il definitivo allontanamento di Nono dalla concezione della musica come impegno sociale; ora, le tensioni umane ed esistenziali trovano una nuova dimensione in una poetica dell’ascolto interiore. Il titolo, ampiamente spiegato dagli autori in conversazioni ed interviste, allude alla tragedia greca (con i suoi stasimi e cori), ma indica anche che la si svolge all’interno del suono stesso.

‘Prometeo’ è infatti un’opera non solo antinarrativa, ma anche anti-rappresentativa, priva di libretto vero e proprio (il testo è infatti un libero montaggio di citazioni di testi di varia provenienza in italiano, tedesco e greco antico), nonché priva di personaggi, di azione e di messa in scena. luigi nonoSi tratta, in realtà, di un insieme di “isole sonore” in movimento all’interno di un grande spazio che producono, con il loro stesso avvicinarsi e allontanarsi dall’ascoltatore, la realizzazione visiva e sonora di una nuova interpretazione del mito di ‘Prometeo’. Cacciari infatti, rigetta tutta la tradizione romantica e umanistica che vedeva in Prometeo colui che porta agli uomini la téchne permettendo loro di liberarsi dagli dèi.

Egli suggerisce, come ennesima interpretazione del mito, che Prometeo, rubando il fuoco agli dèi e donando la tecnica all’uomo, generi una screziatura cosmica eterna e ponga l’uomo di fronte all’Ignoto. Dice Cacciari: “Prometeo non libera né consola, il suo fuoco fa luce su ciò che dobbiamo patire oltre l’ordine cosmico in cui l’uomo era parte della natura. Ora resta la divisione degli uomini dagli dèi e dagli uomini stessi”. Le isole dell’arcipelago prometeico noniano riflettono perfettamente questa visione dell’errante che percorre tutte le vie, cerca l’infinito ma si sente modernamente senza scampo. Le catene che legano Prometeo alle rocce del Caucaso sono simbolo di questa solitudine e dell’impossibilità della sua liberazione.

Ma Nono e Cacciari ci dicono anche che “ancora non si è fatta sera”; la consapevolezza che la tecnica non farà soccombere l’uomo sarà già una vittoria. È in questo la speranza dei “suoni nascenti” del ‘Prometeo’ noniano; egli sostituisce all’infinito nulla, il concetto di infiniti possibili. Prometeo appare così come un collage di pensieri: errando da un’isola all’altra non ci si smarrisce perché si è in cerca di continue risposte, mai definitive, visto che la libertà dell’errare rende possibili infinite associazioni intellettuali ed emotive.

Il mito è trasformato in una continua ricerca, in una continua messa in dubbio, in un arcipelago di isole pieno di storie, di vita, di intuizioni, di problemi, di verità, di consolazione e di trasgressione. Forse in questo consiste il vero prometeismo di Nono:  l’arte non si esaurisce in capacità tecniche, ma in essa si rispecchia la totalità dell’esperienza umana. Questa è la fonte dell’assoluta diversità delle creazioni musicali di Nono nei confronti di tutta la musica impegnata sul piano sociale del passato e del presente (da Eisler a Henze): non si tratta di riprodurre musicalmente le emozioni di sofferenza, sdegno, collera, ribellione, desiderio e amore di cui parlano i testi o a cui fanno riferimento i titoli di composizioni strumentali; bisogna invece sapere formulare sul piano musicale le domande rispetto alle quali l’umanità richiede un’impellente risoluzione. Ascoltare è conoscere; e la conoscenza sensibile dei soprusi e delle ristrettezze che determinano la sofferenza dell’uomo pone il presupposto del loro superamento nella realtà. Il fuoco che Nono-Prometeo ruba a Darmstadt è di certo tenuto acceso con una personalissima fiamma.

Karen Odrobna Gerardi

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