lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Vincenti e perdenti del voto inglese
Pubblicato il 08-05-2015


Seguire le elezioni inglesi, così come commentate dalla Bbc, è stato un esercizio faticoso ma gratificante.

Abbiamo visto i tecnici che azzeccavano tutti gli exit poll con un margine di errore mediamente inferiore al 5% (almeno per conservatori, laburisti e nazionalisti scozzesi). Gli abbiamo sentiti commentare l’andamento elettorale nel modo più chiaro ed esauriente possibile. Abbiamo assistito a dibattiti segnati dall’immancabile cortesia reciproca ma in cui, una volta tanto, i giornalisti del servizio pubblico non consentivano ai politici di evadere le questioni o di spacciare per possibili vittorie quelle che si apprestavano ad essere pesanti sconfitte. E abbiamo assistito, anche alle cerimonie di proclamazione dei risultati. Il funzionario incaricato, i candidati con le loro coccarde, gli applausi scroscianti dovuti a chi aveva vinto e quelli più timidi riservati, comunque, anche a chi aveva perso,raccogliendo, magari qualche diecina di voti ( fischi mai, per nessuno). Ci sono state risparmiate le querimonie sulle ingiustizie e le distorsioni del sistema uninominale a un turno che pure erano più che evidenti (con il 20/25% dei voti, sparsi su tutto il territorio nazionale, liberaldemocratici e Ukip avevano raccolto, insieme, 9 seggi su 650; con il 5%, concentrato nei sessanta collegi scozzesi, i nazionalisti ne avevano ottenuti 56; e, ancora, uno scarto percentuale, in termini di voti, rispetto ai laburisti, leggermente inferiore a quello del 2010, si traduceva, per i conservatori, in un vantaggio, in termini di seggi, all’incirca doppio rispetto a quello di cinque anni prima ). E, infine, i dirigenti di tutti i partiti sconfitti hanno tutti, immediatamente, rassegnato le dimissioni: chi perde, a prescindere dalle sue responsabilità, se ne va. Perché così deve essere.

Sotto i nostri occhi, in definitiva, la democrazia liberale al suo meglio, nella sua veste di costume politico e morale. Ma anche, se vogliamo, il venir meno di uno dei suoi presupposti essenziali. L’esistenza di un sistema bipolare funzionante. Perché anche nel Regno unito, e per la forza delle circostanze, al predominio assoluto del partito conservatore si accompagnerà, almeno nel futuro immediatamente prevedibile, l’assenza di una opposizione potenzialmente alternativa.

Nel caso dei liberaldemocratici la questione è drammaticamente chiara. Allearsi, cinque anni fa, con i conservatori senza essere in grado di condizionare efficacemente le politiche del governo e senza ottenere nulla in cambio sull’Europa o sulla modifica della legge elettorale è stato un tipico suicidio collettivo. Il partito aveva messo decenni per risalire dalle bassure dei primi decenni del dopo guerra verso livelli accettabili di rappresentanza; ritornare bruscamente ai livelli di partenza (da 57 deputati a 8) potrebbe essergli fatale. Tanto più che i destinatari dei suoi voti sono stati proprio i conservatori.

Più complicato e più drammatico il caso dei laburisti. Questi, anche perché privi di una linea di politica economica ed estera visibile e credibile, hanno finito con il pagare fino in fondo il loro rapporto ambiguo con i nazionalisti scozzesi. Ma, attenzione, in due direzioni opposte. Da una parte, totale eliminazione, con il boom straordinario del Pns, della loro presenza al di là del vallo di Adriano (41 seggi su 59 contro 1 dei conservatori nel 2010; 1 oggi). Dall’altra, mancato recupero nell’Inghilterra vera e propria (dove l’aumento dei seggi, così come quello, più consistente, dei conservatori,è avvenuto a danno dei liberaldemocratici).

Diciamo, dunque, che il movimento laburista è stato danneggiato in due momenti diversi e per ragioni opposte. Prima (ed è stato quello il colpo fatale) per essere apparso troppo inglese agli occhi degli scozzesi; e troppo inglese nel senso di troppo thatcheriano agli occhi di un movimento che vede nella separazione dall’Inghilterra la condizione per mantenere in vita e sviluppare un modello economico-sociale minacciato dal liberismo e dall’austerità. Poi (ed è il sentimento maturato nel corso della campagna elettorale) perché ritenuto troppo scozzese: nel senso di subordinare alla difesa della specificità della Scozia gli interessi specificamente inglesi e la stessa unità della Gran Bretagna.

Un circolo vizioso paralizzante. Impensabile uscirne con dispute estenuanti sulla leadership o con la contrapposizione fasulla tra “vecchio” e “nuovo”. Gioverebbe, invece, discutere dell’assetto istituzionale del Regno Unito, o magari impostare i rapporti con l’Europa in modo meno meschino e bottegaio rispetto a quello praticato dal governo Cameron.
Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Indubbiamente il Regno Unito è qualcosa di molto diverso dal continente europeo. In fondo l’assetto istituzionale è l’erede della battaglia di Hastings che spianò la conquista dell’Inghilterra a Guglielmo il normanno.
    La Corona, la Camera dei Lords la costituzione non scritta; forse basta questo per spiegare le differenze. La “Magna Charta” difendeva i baroni dai soprusi del re, cioè, in termini di oggi, i Lords dalla Regina. Il popolo ha dovuto attendere a lungo prima di avere la rappresentanza nella camera dei Comuni “cittadini”. Il sistema elettorale inglese, forse in maniera sbrigativa, portava più alla rappresentatività locale (donde i collegi) che il peso nazionale dei partiti.
    La caratteristica “insularità” inglese è forse anche il risultato di tutto ciò.
    A me preoccupa piuttosto il ritorno di un atteggiamento dell’Europa continentale che riconduce ad un passato accentratore, elitario, ben espresso dagli imperi centrali ed anche dalla Francia, almeno fino alla prima guerra mondiale.
    Con la fine dell’URSS si è allentata un po’ la presa degli USA sui paesi vinti nel ’45. Così riemergono, anche nell’Europa orientale vecchie ferite non ben cicatrizzate ed orientamenti chiusi, conservatori, chiusi su sé stessi.

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