Isis. Una ‘nuova stagione’ nelle strategie mediatiche

Isis-BallardiniNuove modalità di uccisione degli infedeli e delle presunte spie – l’annegamento in gabbia, le cinture esplosive, le autobombe – tre attentati nel giro di poche ore. Cioè, quasi in contemporanea, venerdì scorso in Francia, Tunisia e Kuwait. E, oggi, per la prima volta, la decapitazione di due donne in Siria con l’accusa di stregoneria. Avanti! fa il punto sull’avanzata del cosiddetto Islamic State of Iraq and Siria con Bruno Ballardini, saggista, esperto di comunicazione strategica, nonché autore “Isis. Il marketing dell’apocalisse”, saggio documentato e dettagliato in cui Ballardini non si limita ad analizzare il fenomeno Isis dal punto di vista della comunicazione, ma ne realizza anche un’approfondita analisi storico-filosofica e sociale. Un libro non per tutti, ma per coloro che sono autentici curiosi dell’informazione negata che emerge grazie al lavoro dell’autore che per mesi ha monitorato i canali dell’Isis per attingere a fonti autentiche, e fornire notizie vere. Per fare chiarezza. «Sono entrati in azione i cosiddetti ‘lupi solitari’. Con questo si è aperta una sorta di ‘seconda stagione’ nelle strategie mediatico-terroristiche dell’Isis» spiega Ballardini.

«Tre attentati cui ne seguiranno inevitabilmente molti altri, visto che sui loro canali si sta parlando di questo da mesi. Tutto ciò è perfettamente coerente con i programmi già  esposti – in modo ampio – nei primi numeri di ‘Dabiq’, la loro rivista ufficiale. Si tratta solo di andare a rileggerli, è già stato scritto tutto» ammonisce l’esperto. Come è noto, l’Isis è una costola di Al-Qeda che si è staccata per essere autonoma. Sulle differenze tra le due organizzazioni terroristiche, Ballardini spiega che «Al-Qeda era ed è troppo concentrata a combattere gli Usa. I miliziani del Califfato hanno invece voluto creare uno Stato islamico per ripristinare i valori dell’Islam tradizionale, quello più arcaico, essendo il mondo arabo prevalentemente occidentalizzato e dunque, per loro, corrotto».

Se la diffusione dei video delle recenti esecuzioni degli ostaggi rappresentava una sorta di ‘ordinaria amministrazione’ – sulla scia di tanti altri e simili filmati diffusi in precedenza – con gli atti terroristici di venerdì scorso «sembra di intravedere qualcosa di nuovo: ovvero, l’utilizzo di attentati ambientati in luoghi specifici allo scopo di ‘illustrare’ un programma» . Ballardini non crede che quanto accaduto in queste ore sia frutto di una casualità; emerge invece «una precisa strategia di comunicazione dietro a ciascuna delle azioni». Uno stabilimento è stato l’obiettivo dell’attentato di Lione che ha provocato danni limitati, «ma – evidenzia l’esperto – il messaggio è inequivocabile: attaccheremo i vostri centri nevralgici e le vostre fonti di energia quando meno ve l’aspettate, con l’intenzione di uccidervi tutti (significante la testa mozzata, ‘trofeo’ utilizzato come nei messaggi mafiosi)». Nell’attacco terroristico in Tunisia, invece è stato scelto un resort di lusso con lo scopo di continuare «ad alimentare il clima di paura che ha già iniziato a danneggiare il settore del turismo che rappresenta uno dei comparti più rilevanti dell’economia tunisina».Qui, secondo Ballardini, esiste però un secondo obiettivo di comunicazione: «uccidendo ricchi turisti occidentali – che vengono in vacanza in un paese arabo – si è voluto indirizzare un messaggio ‘politico’ anche alle giovani leve di aspiranti fighters (combattenti, ndr) che vedono nell’Isis la ‘liberazione dallo sfruttamento dell’Occidente’, la riconquista della propria identità culturale e, se possibile, l’espansione planetaria dell’Islam». Non a caso, su uno dei lati della nuova moneta coniata dai fedeli di Al Baghdadi circa un anno fa – anche se la notizia è stata diffusa pochi giorni fa – è rappresentata l’immagine del mondo. Lo scopo di creare la moneta dello Stato Islamico spiega Ballardini nel suo saggio è proprio quello «di ‘valorizzare’ la loro valuta – basata su metalli nobili (come oro, argento e rame) – rispetto al dollaro, sottolineando quanto abbia più valore rispetto alla finta economia Usa, basata sul niente».

Tornando al venerdì di sangue, il terzo episodio – ossia l’attentato suicida in una moschea sciita a Kuwait City – secondo l’esperto rappresenta «un messaggio rivolto non solo e semplicemente al mondo sciita, ma anche all’Islam sunnita moderato che viene visto in pari modo nemico dai salafiti dello Stato Islamico». Per Ballardini alla luce di quanto successo negli ultimi giorni è necessario fare un’altra considerazione: «nella guerra asimmetrica si usano spesso azioni diversive, soprattutto quando si tratta di distogliere l’attenzione del nemico (che siamo noi) dal vero scenario in cui si è impegnati con il grosso delle proprie forze. Ciò significa che in realtà il vero teatro delle operazioni in questo momento continua a essere la Siria, e che è imminente la caduta di Bashar Al-Assad. Lo ‘spettacolo’ è appena iniziato».

Silvia Sequi

Bruno Ballardini,

ISIS® Il marketing dell’apocalisse

Baldini & Castoldi, giugno 2015

288 pagine

euro 17

Prescrizione. Braccio di ferro Pd-Ap

Giustizia-prescrizioneAlcun accordo dopo il vertice di maggioranza sulla Giustizia – convocato dal Guardasigilli, Andrea Orlando – e tenutosi stamane al Ministero di Giustizia sul disegno di legge relativo alla prescrizione, approvato alla Camera, e ora all’esame della Commissione del Senato. Costituito un nuovo gruppo a tre in vista di un nuovo tavolo. «Le norme sulla prescrizione vanno necessariamente lette in stretta combinazione con quelle che sono finalizzate a garantire tempi certi e rapidi dei processi» ha commentato il viceministro della Giustizia, Enrico Costa. I socialisti Di Lello e Buemi: «No all’allungamento senza misure su ragionevole durata»

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LA TRATTATIVA

Eurogruppo-Dijsselbloem-Grecia

Fino all’ultimo minuto. Con un Eurogruppo straordinario via teleconferenza in serata per discutere la proposta greca. Lo ha annunciato il presidente Dijsselbloem. Un giro di telefonate e contatti, tra cui quella del presidente del Consiglio Matteo Renzi e il primo ministro greco Alexis Tsipras. E le voci di una ripresa del negoziato hanno come effetto immediato quello di far scendere lo spread tra il Btp e il Bund tedesco che torna sotto i 160 punti base, a 154. Ma la cancelliera Angela Merkel ha messo subito le cose in chiaro: “Berlino non prenderà in considerazione l’ipotesi di un terzo salvataggio per la Grecia, come proposto da Atene, prima dell’esito del referendum di domenica prossima”.

Renzi domani sarà a Berlino. Una visita programmata da tempo, ma che oggi assume tutt’altro peso alla luce del precipitare della crisi del debito greco. Il bilaterale con la Cancelliera offre l’opportunità di discutere ampiamente di quanto accade dei possibili scenari che un default greco potrebbe aprire. Proprio oggi il premier ha avuto modo di spiegare che l’Italia è ormai stabilmente “fuori la linea del fuoco”. Concetto espresso anche dal ministro dell’economia Pier Carlo Padoan che ha sottolineato come non esista un rischio spread o un rischio speculazione per il nostro Paese. Diverse e più difficili da prevedere sono le conseguenze di una eventuale Grexit sui mercati. Le tensioni di questi giorni hanno rappresentato una sorta di ‘test’. Il presidente del consiglio, proprio alla vigilia del colloquio con Merkel, ha spiegato in una intervista qual è la posizione dell’Italia: scontato il ruolo di protagonisti giocato da Francia e Germania, “stabile dai tempi di Khol e Mitterand”, l’Italia ha provato a fare da mediatore, sbattendo però contro “l’inutile ostinazione” di Tsipras e Varoufakis.

Uscita dal novero dei problemi ed entrata in quella dei “problem solver” l’Italia può oggi inserirsi in questo asse Parigi-Berlino come terzo interlocutore e senza scendere a compromessi con la burocrazie, italiane o europee che siano. Soprattutto, cercando di rimanere portabandiera anti Austerity e perorando l’idea di una Europa solidale, non “imbullonata” sui conti pubblici, capace di essere comunità di valori. E’ anche sotto questa lente che va letto il tweet in cui il premier ha spiegato che il referendum greco “non è un derby Tsipras-Ue ma un derby Euro-Dracma”. Un modo per dire che essere dalla parte dell’Europa non significa stare contro il governo di Tsipras e tantomeno contro il popolo greco.

Alexis Tsipras avrebbe inviato una lettera a Bruxelles con la sua controproposta. Un testo mandato a Juncker, Draghi, Hollande, Merkel e Dijsselbloem. Inoltre il governo greco ha chiesto un programma di salvataggio di due anni al fondo europeo Esm, assieme a una ristrutturazione del debito. Ma il tempo ormai è allo scadere con un tiro alla corda che si è protratto all’inverosimile. La mezzanotte non è un termine improrogabile, ma sicuramente una nuova intesa se ci sarà, dovrà arrivare a stretto giro. Da Berlino, fonti del governo, sottolineano che ormai “è troppo tardi per un prolungamento del programma”, sottolineando che a questo punto “non sarebbe fattibile” da un punto di vista procedurale nel poco tempo a disposizione. “Come farebbe a votare anche il parlamento tedesco? ” ha aggiunto la fonte. “Se pure si arrivasse a un accordo fra Tsipras e Juncker – si spiega – dopo bisognerebbe fare un assestment con le tre istituzioni, un passaggio nell’Eurogruppo e si dovrebbe rapidamente fare una richiesta al Bundestag per l’approvazione”. Tutto questo, sul fronte tedesco, non sembra fattibile nelle prossime dieci ore. Sarà invece possibile riaprire i negoziati se Atene vuole.

In mattinata il presidente della Commissione europea, Jean Claude juncker, aveva messo sul tavolo del premier ellenico Alexis Tsipras una nuova proposta con lo scopo di avvicinare ulteriormente le posizioni. Nella proposta vi sarebbero anche delle opzioni per trovare una soluzione per il debito, in cambio del sostegno del governo al sì per il referendum sul nuovo piano. Offerta alla quale il governo greco ha risposto con una controproposta nella quale si chiede l’avvio di un programma di salvataggio dell’Esm della durata di due anni e una ristrutturazione del debito. Una posizione che Tsipras insegue fin dalla campagna elettorale che lo ha portato al vertice del governo. Fin dall’inizio – come scrive sul Sole 24 Ore Giuseppe Chiellino – chiedeva alla “troika di cancellare una parte consistente di quei 350 miliardi di debito che stanno schiacciando l’economia del Paese e che rischiano di mettere a repentaglio l’intero progetto europeo”.

Un appello affinché in queste ore si raggiunga un compromesso sulla Grecia è giunto anche dall’Onu. “Qualsiasi accordo tra Atene e i suoi creditori richiederà compromessi da entrambe le parti”, ha detto un portavoce del segretario generale Ban ki-Moon, preoccupato per gli effetti che un default della Grecia il ‘Grexit’ avrebbero sull’economia mondiale.

Un’ultima occasione visto che oggi scade il termine per il rimborso di 1,7 miliardi all’Fmi che Atene non intende rispettare anche se la cancelliera Merkel ha detto che “la porta resterà aperta” anche dopo la mezzanotte non taglieremo fili del dialogo, o non saremmo l’Unione europea”.

Intanto anche gli economisti di fama internazionale, come Joseph Stiglitz, premio nobel e professore alla columbia university, insieme a Thomas Piketty, professore all’Ecole d’économie de Paris, hanno lanciato un appello Pro-grecia sul financial times. “Chiediamo ai leader europei di evitare di scrivere una brutta pagina di storia”, si legge nell’appello sottoscritto anche, tra gli altri, da Mary Kaldor, professore alla London school of economics, Stephany Griffith-Jones, professore alla Columbia University, James Galbraith, professore all’university del Texas, ed altri autorevoli economisti.

“Occorre mettere la Grecia in grado di pagare 1,6 miliardi di euro al Fmi. Bisogna permettere uno swap del debito con titoli della Bce dovuti in luglio e agosto in cambio di bond dal fondo di salvataggio, con scadenze più lunghe e tassi di interesse più bassi, che riflettano gli inferiori oneri finanziari dei creditori”. Tra i firmatari anche Massimo D’Alema.

Redazione Avanti!

I dieci punti su cui andranno a votare i greci il prossimo 5 luglio
(doc originale)(versione Sole 24 Ore)

Telefoni. Il roaming
dal 2017 non si pagherà più

Stop tariffe roaming-UEL’Europa si accorda per tagliare i sovraccosti per usare il cellulare da uno Stato all’altro, il cosiddetto roaming. Dopo ore di negoziato, ieri notte a Bruxelles, sono state gettate le basi, grazie ad un accordo preliminare, per eliminare il roaming all’interno dei 28 stati membri entro giugno 2017. I costi inizieranno a scendere prima, già alla fine di aprile del 2016, con un taglio fino ad arrivare ad un sovraccosto massimo di 0,05 euro al minuto per le chiamate, 0,02 per gli sms e 0,05 per megabyte per i dati, inoltre le compagnie dovranno trattare i dati sul web tutti allo stesso modo.

Finisce così una battaglia iniziata 8 anni fa: da allora i costi per chiamate e sms dall’estero si sono già ridotti tra l’80% e il 90%. Dopo numerose proteste da parte dei consumatori già nell’aprile del 2012 il Parlamento, la Commissione e la Presidenza UE approvarono un accordo che prevedeva, dal luglio di quell’anno, tariffe roaming più basse per telefonate, sms e traffico dati, nonché apertura alla concorrenza con la possibilità di stipulare un contratto ad hoc solo sul roaming con altri operatori quando si va all’estero, mantenendo il proprio numero.

In base a quelle tariffe da luglio 2012 una chiamata effettuata dall’estero veniva a costare 29 centesimi di euro al minuto, ricevuta costava invece 8 centesimi. A luglio 2013 il costo si ridusse rispettivamente a 24 e 7, mentre dallo scorso luglio è passato da 19 e 5. Gli sms invece sono scesi da 9 centesimi a 8, da luglio 2012 a luglio 2013 8 per finire a 6 dello scorso luglio.Il traffico dati invece è passato dai 70 centesimi a megabyte di luglio 2012, a 45 a luglio 2013, per finire ai 20. La battaglia dei consumatori era riuscita a ottenere anche che dallo scorso luglio i consumatori potessero stipulare contratti roaming con operatori alternativi, separati dai loro contratti nazionali. Ora finalmente dopo le numerose denunce delle associazioni dei consumatori, e grazie alla guida della presidenza lettone a Bruxelles, si è arrivati alla fine del roaming.

”Sono stati ascoltati i cittadini europei” che “hanno chiesto e aspettato per la fine dei sovraccosti del roaming così come per regole sulla neutralità di internet”, ha dichiarato il vicepresidente della Commissione UE per il mercato unico digitale Andrus Ansip.

Poiché ci sarà una diminuzione già prima, per evitare la concorrenza fra compagnie nei diversi Stati membri, l’Ue ha previsto una clausola di salvaguardia per “l’uso equo” del roaming. Le compagnie saranno autorizzate a reintrodurre l’extracosto se l’uso della scheda non è limitato a brevi periodi, sarà quindi un regolamento nazionale a porre la soglia oltre la quale il roaming sarà autorizzato.

Liberato Ricciardi

Istat. Meno disoccupati tra giovani e donne

Istat-lavoro-donne-giovaniInvariato e fermo al 12.4%, nel mese di maggio, il tasso di disoccupazione – rispetto al mese precedente. Quello relativo ai giovani tra i 25 e i 24 anni si è ridotto di 0,1% rispetto ad aprile, e dell’1% rispetto a maggio 2014, attestandosi al 41,5%, ossia 20mila ragazzi in meno sono alla ricerca di un lavoro. Anche per le donne il tasso di disoccupazione è in discesa al 12,7% (0,2 punti in meno rispetto ad aprile). Di contro, però, non aumenta l’occupazione: gli occupati sono infatti diminuiti dello 0.3%, ossia 63mila persone in meno. A rilevarlo è l’Istat che oggi ha pubblicato i dati provvisori.

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Da Obama una legge
per aumentare gli stipendi

Obamacare“Chi lavora duro, merita una giusta paga”. Sembra un’ovvietà, ma non lo è, tant’è che il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, ha condensato in questa frase – nel suo blog sull’Huffington Post – il senso della sua proposta di innalzare la soglia minima per aver diritto al pagamento degli straordinari dagli attuali 23.660 dollari l’anno, circa 20 mila euro, a quasi il doppio, 50.440 $ a chi lavora oltre le 40 ore settimanali.

Dietro la scelta di Obama c’è non soltanto la volontà di ridurre le fasce di sfruttamento della forza lavoro, ma anche di innalzare il reddito medio di 5 milioni di americani.

“Come presidente la mia priorità è rafforzare la classe media. E per questo che credo nell’economia della classe media, ovvero l’idea che il nostro Paese fa meglio quando tutti hanno giuste opportunità e quando tutti giocano secondo le stesse regole”. “Dobbiamo investire nel futuro dell’America”. La proposta di Obama verrà formalizzata in una proposta di legge che però è aperta a modifiche. Il progetto di legge è infatti aperto, verranno raccolti e valutati i commenti e poi a fine anno la proposta prenderà la strada del Congresso anche se il Presidente potrebbe decidere di cambiare semplicemente le norme attuali senza rischiare la bocciatura da parte della maggioranza repubblicana.

La situazione attuale – ha riassunto – è il frutto di anni di disattenzione. Si sono lasciate invariate le regole e la soglia di accesso, tutto inizialmente pensato per i ‘colletti bianchi’, e così basta guadagnare anche un solo dollaro al di sopra della soglia corrente e si rischia di non aver nessuno straordinario. E questo indipendentemente dal lavoro che si svolge perché non vale solo per gli impiegati, ma anche per gli operai. Anche se si tratta di un operaio che riempie gli scaffali di stoccaggio, anche se lavora 50 o 60 o 70 ore alla settimana, il suo datore di lavoro non è obbligato a pagargli un solo centesimo in più. Un assurdo anche perché, spiega Obama, questo determina una forma di concorrenza sleale. Generalmente i datori di lavoro pagano gli straordinari, ma c’è chi non lo fa e in questo modo ha costi più bassi.
Ma l’intento dichiarato del presidente è quello di correggere la tendenza all’impoverimento della classe media che ha avuto un’accelerazione dopo la terribile crisi del 2008 che ha visto allargarsi a dismisura – ma anche in Europa e soprattutto in Italia – la forbice tra ricchi e poveri.

Sicuramente nel progetto c’è un intento propagandistico, che consente a Obama di uscire al meglio dal suo secondo mandato e di lasciare una robusta eredità al futuro concorrente del Partito Democratico per la Casa Bianca, ma c’è anche una preoccupazione sincera e non ideologica per le sorti del Paese la cui ossatura di civiltà e modernità è proprio nella classe media.

Una lezione di lungimiranza mentre qui in Europa si continua a cercare di vincere la concorrenza estera abbattendo i costi di produzione tagliando salari e stipendi, riducendo le garanzie e la sicurezza del posto di lavoro. Una politica economica e sociale suicida perché riduce il mercato interno e destabilizza il mondo del lavoro, anche se compiace agli appetiti della finanza e dell’industria.

Insomma dall’America arriva una lezione ‘socialdemocratica’ per il Vecchio Continente dove i Governi – vedi quanto accade con la Grecia – sembrano prigionieri di logiche fallimentari e di ottusa conservazione, salvo poi sorprendersi per gli exploit elettorali dei cosiddetti movimenti ‘antisistema’.

Anche l’iniziativa di aumentare il salario minimo a 10dollari e 10 centesimi l’ora – proposta che è stata ostacolata dalla maggioranza repubblicana al Congresso – va letta in questa direzione: senza una robusta classe media, il Paese è destinato alla stagnazione e l’aumento del PIL, ottenuto con iniezioni di centinaia di miliardi di dollari per volta, non ha prodotto un conseguente livello dell’occupazione né tanto meno del reddito medio. Nel corso degli ultimi 63 mesi, le aziende statunitensi hanno creato 12,6 milioni di posti di lavoro, ma il reddito si è abbassato.

Questa è solo l’ultima iniziativa di un Presidente che passerà certamente alla storia come uno dei più ‘progressisti’ e non è un caso dunque se torna a volare nei sondaggi. Secondo l’ultima rilevazione di Cnn e Orc International, il gradimento nei suoi confronti è salito per la prima volta in due anni sopra al 50%. Un evento per un Presidente che sta per concludere il suo secondo mandato. Sono gli effetti di una settimana di successi, dalle sentenze della Corte Suprema su nozze gay e riforma sanitaria, l’Obama care, al sì del Congresso alla sua politica commerciale (TTP).

Carlo Correr

Tra i vivi e i morti

Ci sono alcune regole basilari in una comunità politica, grande o piccola che sia. La prima è quella della convivenza sotto lo stesso tetto secondo i dettami delle democrazia. Si decide attraverso liberi congressi ai quali partecipano, secondo le norme dei più, gli iscritti, secondo quelle del Pd anche i non iscritti. Poi, una volta che si sono eletti gli organi e un segretario, va avanti la linea politica deliberata o all’unanimità o a maggioranza. Le minoranze possono sviluppare la loro opposizione interna e anche esterna, rispettando le decisioni della maggioranza. Questo vale per il Pd come per il Psi.

La seconda elementare regola è che il dissenso non può mai travalicare i limiti della correttezza e diventare oltraggio, insulto, denigrazione. Quando avviene è giusto che di questo si occupino gli organi di controllo a ciò preposti. Quando avviene viene meno il senso di comune appartenenza e la lotta politica interna si trasforma in faida. Il limite a volte si supera quando si ritiene che la maggioranza e il suo segretario rappresentino l’ostacolo maggiore al dispiegamento della politica che si intenderebbe perseguire. E la richiesta diventa non già quella di celebrare un nuovo congresso, ma di cambiare politica e segretario, oppure di consentire alla minoranza di sviluppare una politica opposta rispetto a quello scelta democraticamente.

E qui sta la terza e più importante regola di comportamento. Prendere atto che in un partito esiste una maggioranza democraticamente preposta a sviluppare una politica e organizzarsi per svilupparne un’altra rende impossibile la convivenza nello stesso partito. Primo perché vengono stravolte le norme statutarie e quelle della democrazia, dunque del rispetto della volontà degli iscritti, secondo perché si mina la credibilità stessa di un partito. Come può infatti essere giudicata una comunità politica con due linee contrastanti? Schizofrenica. È dunque oggi indispensabile, anche nel nostro piccolo Psi, ripristinare le regole del gioco. Civati, Fassina, Cofferati, Pastorino sono usciti dal Pd per potere autonomamente perseguire la loro politica che è in contrasto con quella del loro ex partito. La stessa cosa può valere per noi. Se qualche compagno intende perseguire una linea opposta a quella deliberata dal congresso aderendo a un’altra organizzazione può farlo uscendo dalla sua comunità politica.

Sarebbe anche un modo per evitare queste nostre polemiche che travalicano la politica e diventano così sfacciatamente personali, umorali, viscerali. Vedo che il tormentone della riunione di qualche giorno fa è stato: “Via dalla morte, vado verso la vita”. Mi permetto di osservare che se qualcuno di noi viene considerato morto è un morto che parla e che pensa. Dunque che merita rispetto. Quanto alla vita, non posso che augurarla lunga a tutti. Non so se in questo mondo o in un altro. Non so se nell’anima o anche nel corpo. Dubito però che tra il regno dei morti e quello dei vivi ci possa essere qualche comunanza, anche se dubito altresì che i vivi non finiscano per essere fantasmi. C’è un bellissimo film inglese coi protagonisti vivi che sentono le voci dei morti. Alla fine si scopre che i morti sono loro e le voci sono invece quelle dei vivi. Spiacevole sorpresa davvero. Riflettete…

Immigrati. Sostegno Ue al “muro” ungherese

Immigrati-muroL’Europa continua ad alzare le “barriere” contro gli immigrati. Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per i migranti, durante una conferenza stampa col ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha espresso sostegno al piano del governo di costruire una barriera anti-migranti al confine con la Serbia.
“L’Europa sosterrà sempre gli Stati membri in prima linea e l’Ungheria lo è”, ha detto Avramopoulos. “L’Ungheria è sotto pressione. Finora parlavamo di Italia e Grecia. Ora aggiungiamo l’Ungheria”.

L’appoggio, che ha provocato l’ira della Serbia, ha lasciato tutti di stucco dopo l’annuncio dell’Ungheria della costruzione di un muro lungo 175 chilometri e alto 4 metri al confine con la Serbia per evitare l’introduzione di migranti. Si calcola che solo quest’anno sono stati oltre 67.000 i migranti illegali giunti in Ungheria, dei quali la maggior parte passati per il confine con la Serbia. Avramopoulos ha detto che gli stati membri hanno la responsabilità di gestire i propri confini: “Cerchiamo di adottare un’agenda europea comune, una politica comune sull’immigrazione. Ma questo non significa che siamo autorizzati a impedire agli stati membri di adottare la propria politica, se parliamo di gestione delle frontiere”. Il commissario, a sostegno ungherese, ha anche ricordato che sono state già costruite barriere al confine tra Grecia e Turchia e tra Bulgaria e Turchia.

Avramopoulos inoltre ha promesso all’Ungheria aiuti per quasi 8 milioni di euro, e soprattutto il contributo dell’Ue per realizzare “hot spot” dove poter esaminare rapidamente le domande dei richiedenti asilo, grazie anche a funzionari europei, e per rimpatriare i migranti che non hanno diritto alla protezione. Proprio oggi si sono verificati, nel più grande campo per immigrati dell’Ungheria a Debrecen, disordini e scontri con la polizia, innescati da un centinaio di immigrati. Il campo ospita al momento 1.600 persone anche se teoricamente dovrebbe contenerne al massimo 800.

Da est a nord, l’Europa è la stessa… almeno per quanto riguarda la questione immigrati. La Danimarca ha infatti deciso di chiudere le frontiere, introducendo controlli alla frontiera con la Germania per fermare i clandestini. Il neoministro degli Esteri, Kristian Jensen, nell’informare della decisione il suo omologo tedesco, Frank-Walter Steinmeier, ha comunque assicurato che “I controlli saranno in linea con gli accordi di Schengen”.

Maria Teresa Olivieri

Stato e mercato, come salvare
il liberalismo
dalle sue conseguenze

“Storia del pensiero liberale” di Giuseppe Bedeschi, storico della filosofia, è un bel libro, nel quale è puntualmente narrata l’evoluzione del pensiero liberale sulla base degli apporti ad essa recati da alcuni tra i principali pensatori di filosofia sociale e politica europei ed americani, succedutisi dalla fine del Settecento sino ai nostri giorni. Ciò che appare poco convincente, e un po’ deludente, dell’esposizione di Bedeschi sono le conclusioni, riguardanti l’ineluttabilità che la distinzione-opposizione tra “eguaglianza formale” e “uguaglianza sostanziale” sia destinata a conservarsi, al di là dei limitati interventi riparatori, in tutta la sua “durezza”; ciò perché il suo affievolimento sconta una opposizione critica di natura ideologica che lo considera incompatibile col valore della libertà assegnatale dal liberalismo; si tratta di conclusioni che Bedeschi tenta di supportate con le “viete” considerazioni del confronto-dibattito politico contemporaneo che, per ragioni di opportunismo, non tengono conto che l’attenuazione della distinzione-opposizione, attraverso una limitazione della libertà, costituisce la condizione “sine qua non” per la riproposizione del liberalismo nel mondo moderno.

Dal punto di vista giuridico-politico, il liberalismo è la costruzione di un apparato formale che afferma come lo Stato, costituito per volontà dei componenti di una data comunità, possa essere limitato nei suoi poteri per la difesa dei diritti naturali di chi consensualmente ne ha consentito la costituzione. Questa ha una base giusnaturalistica, in quanto fondata sull’assunto “che esiste una legge naturale precedente e superiore allo Stato e che questa legge attribuisce diritti soggettivi, inalienabili, agli individui singoli prima del sorgere di ogni società e quindi anche dello Stato”; poiché lo Stato è un prodotto dell’uomo, il liberalismo ha una doppia natura: oltre che giusnaturalistica, riguardo ai diritti da tutelare (libertà di pensiero, di religione, diritto di proprietà, libertà di intrapresa economica, ecc.), essa è anche contrattualistica riguardo alle modalità con cui lo Stato deve tutelare quei diritti.

Le fondamenta giusnaturalistiche e contrattualistiche del liberalismo, delle quali John Locke è stato il grande formalizzatore, è stata criticata da David Hume, secondo cui la dimensione contrattualistica è smentita sia sul piano storico, che su quello della presunta razionalità degli uomini: sul piano storico, perché quasi tutti gli Stati sono sorti originariamente mediante atti di conquista o di usurpazione, senza alcuna volontaria adesione da parte di chi ne ha subito gli esiti; sul piano della presunta razionalità, perché la malvagità della natura umana è di natura tale da rendere irrealistico l’assunto che gli individui, nell’intessere i loro reciproci rapporti, siano disposti a gestirli conservando la pace e l’ordine sociale. Malgrado le diverse posizioni riguardo alle fondamenta complessive del liberalismo, molti studiosi hanno però affermato che Locke e Hume sono pervenuti alle stesse conclusioni, in quanto le argomentazione dei due filosofi hanno avuto come obiettivo la costruzione di uno Stato inteso come presidio di una società libera.

Per il liberalismo, la società libera, concepita per la tutela dei diritti naturali e presociali dei soggetti che la compongono, è una società rigorosamente individualistica, nel senso che lo Stato, posto a presidio dei diritti, non è altro dai soggetti che lo compongono, ma solo la somma delle loro volontà; da ciò consegue che senza individualismo, contrapposto a qualunque forma di organicismo, non può esservi liberalismo. Si tratta, afferma Bedeschi, mutuando l’espressione da Norberto Bobbio, di una vera e propria “rivoluzione copernicana” sul piano del pensiero giuridico-politico, in base alla quale il problema dello Stato è stato possibile considerarlo essenzialmente dalla parte del potere degli individui; fatto, questo, che ha portato all’elaborazione delle modalità organizzative dello Stato liberale, perché, dopo la sua costituzione, non potesse diventare dispotico. L’organizzazione dello Stato fondata sulla divisione e sul bilanciamento dei poteri, della quale è espressione paradigmatica “L’esprit des lois” di Montesquieu, ha costituito l’alternativa liberale all’organizzazione dello Stato dispotico, con cui lo stesso Stato era considerato dalla parte del potere sovrano e non dalla parte del potere degli individui.

La preoccupazione liberale di tutelare i diritti naturali e la libertà degli individui, osserva Bedeschi, ha trovato la sua espressione più sottile nel contributo di Benjamin Constant, maturata sotto l’influenza degli esiti della Rivoluzione francese. La Rivoluzione del 1789 ha diviso i pensatori liberali: alcuni l’hanno condannata nel modo più fermo, mentre altri l’hanno approvata “nei suoi primi atti” e condannata per le sue deviazioni giacobine e terroristiche. Constant rientra nel novero dei primi, dato che egli l’ha approvata sino al 1791, in quanto ha rinvenuto in essa “la svolta decisiva della storia del mondo moderno”, ma l’ha condannata per i suoi atti successivi, in quanto li ha valutati non come la continuazione delle Rivoluzione, ma come una sua negazione. La Rivoluzione – osserva Bedeschi – non è stata negata neppure dai liberali “dottrinari” della Restaurazione, ma l’accettazione da parte loro delle principali conquiste del 1789 non ha comportato anche l’accettazione del principio della sovranità popolare; ciò ha impedito “una soluzione politica delle massime tensioni sociali” che covavano nella società francese post-rivoluzionaria. Le tensioni provocheranno i grandi “scoppi rivoluzionari” delle prima metà del XIX secolo; la non accettazione del principio della sovranità popolare è stato, secondo Bedeschi, il limite principale dei “dottrinari”, che darà la stura alle critiche sempre più profonde, rivolte contro il liberalismo nei decenni successivi.

Una di queste critiche è stata quella che ha imputato al liberalismo di “aver espresso gli interessi delle classi e dei gruppi sociali che detenevano la ricchezza, e di aver concepito la proprietà privata come il diritto per eccellenza, al quale avrebbe subordinato tutti gli altri e per la tutela del quale avrebbe congegnato tutto il sistema politico”. La giustificazione in termini naturalistici e presociali della proprietà è stata rifiutata da Constant; egli ha considerato un errore averla assunta come antecedente alla società o indipendente da essa; la proprietà, secondo Constant, non era da considerarsi anteriore alla società, perché era questa che le dava garanzia e valore: la proprietà esisteva perché esisteva la società e quindi la sua origine era da considerarsi di natura convenzionale, con l’implicazione che essa aveva valore solo se fosse stata considerata in funzione della società, delle sue esigenze e dei suoi bisogni.

Dopo le critiche di Constant, la proprietà privata ha cessato, dunque, di rivestire il ruolo centrale che le era stato assegnato nel primo liberalismo; tuttavia, essa ha continuato ad avere per i liberali un’importanza decisiva ai fini della conservazione della libertà, sebbene abbiano dovuto riconoscere che la libertà poteva essere fatta salva solo se la proprietà fosse stata abbastanza diffusa, sicché le scelte di ogni individuo non potessero essere condizionate dalle scelte di altri; di qui l’opzione del liberalismo per il frazionamento della ricchezza e la sua contendibilità attraverso la concorrenza. Ciò perché è solo là dove è resa possibile la sperimentazione di un gran numero di modi alternativi di impiegare la ricchezza che si può ottenere lo sviluppo delle capacità individuali, consentendo, tra l’altro, attraverso una progressiva selezione, un miglioramento continuo delle condizioni di vita, culturali e materiali di tutti i componenti del sistema sociale.

Tuttavia, la ferma difesa della selezione e della concorrenza, per i liberali, ha sempre comportato la necessità di ridurre al minimo i poteri e le funzioni dello Stato; poteri e funzioni che sono aumentati, da un lato, man mano che è cresciuta la complessità della società e dell’organizzazione dello Stato, e dall’altro, via via che si è elevato il livello di democratizzazione dello Stato stesso. La conseguenza di tutto ciò ha fatto sì che liberalismo e democrazia procedessero congiuntamente; il che non è stato però privo di conseguenze. I due concetti evocavano aspirazioni diverse, che hanno dato luogo a crescenti conflitti sul terreno strettamente politico. Con l’aumento del livello democratico delle società moderne, sono aumentate parallelamente le aspirazioni all’uguaglianza sociale, e il loro accoglimento ha rivelato che, per il liberalismo, la libertà e l’eguaglianza sono “valori antitetici”, nel senso che la piena garanzia della libertà comporta il sacrificio dell’eguaglianza. Il rapporto tra libertà e condizione sociale, pertanto, è divenuto, al culmine della rivoluzione industriale, tormentato e conflittuale. Nel corso di questo conflitto si è affermata la distinzione tra libertà politica e libertà sociale, per sottolineare che lo Stato liberale poteva assicurare la prima, ma non la seconda; per l’accoglimento delle opposte istanze di cui erano portatrici occorreva pertanto un nuovo liberalismo che assicurasse tanto la prima che la seconda.

Il conflitto tra libertà politica e libertà sociale ha originato un processo evolutivo che ha portato il liberalismo ad accogliere le pretese dei movimenti democratici, culminato negli anni Trenta con la formulazione di un nuovo liberalismo che, sul piano economico, ha condotto alla teorizzazione del neoliberismo, riconducibile ad una nuova formulazione del liberalismo, distaccata da quella classica e maggiormente “aperta” al sociale ed ad un controllo dell’evoluzione dei mercati da parte dello Stato. È, questo, quanto è accaduto in occasione della svolgimento di un celebre “Colloquio” svoltosi a Parigi alla fine degli anni Trenta, al quale ha partecipato il fior fiore dei liberali dell’epoca: Walter Lippmann, Wilhelm Röpke, Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Raymond Aron ed altri ancora.

Al Colloquio parigino non risulta abbia partecipato il filosofo liberale americano John Dewey, il quale, sempre negli anni Trenta e sotto la diretta influenza degli esiti della Grande Depressione (1929-1932), aveva affrontato anticipatamente e autonomamente il tema del Colloquio, per arrivare però a ben altre conclusioni; egli, infatti, pur collocandosi, secondo la valutazione di Bedeschi, al limite del pensiero che si richiamava ai valori del liberalismo delle origini, affermava che un liberalismo riformato doveva “mirare a realizzare un’organizzazione sociale che mettesse sotto controllo l’industria e la finanza, affinché servissero alla liberazione economica e culturale degli uomini”. Del carattere liberale del liberalismo di Dewey, afferma Bedeschi, è lecito dubitare; così com’è lecito dubitare, si può aggiungere, che le osservazioni critiche del filosofo americano implicassero necessariamente la realizzazione di un’”economia socializzata”.

Sta di fatto, comunque, che a partire dagli anni Trenta si è sempre più affermata in un numero crescente di liberali la distinzione-opposizione fra eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale e la necessità, per correggere gli esiti negativi di un’incontrollata eguaglianza formale, che quella sostanziale fosse considerata ben più importante di quella formale, in quanto la sola, quella sostanziale, che potesse dare all’eguaglianza formale “senso e sostanza”. L’affermata superiorità dell’eguaglianza sostanziale è stata la conseguenza, secondo Bedeschi, di una “posizione ideologica assolutamente incompatibile con il liberalismo”. Ciò perché, l’accettazione di questa preminenza implica un’eccessiva restrizione della libertà; ma senza la piena libertà civile e politica non può esservi neppure giustizia sociale, in considerazione del fatto che questa non può che essere “sempre il risultato di una dialettica politica in cui devono avere libero gioco i partiti, i sindacati, i movimenti di opinione, ecc”.

Tuttavia, secondo Bedeschi, ben pochi liberali contestano oggi la validità delle politiche interventiste, che hanno assunto la forma più compiuta con la realizzazione del welfare state; ma permangono delle differenze sostanziali tra liberali e interventisti circa i modi e le forme con cui il welfare state è attuato: “Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell’operare economico”, mentre il socialista-riformista “indica ed ordina le maniere dell’operare”; in conseguenza di ciò il dirigismo del socialista riformista sarebbe “insomma di sostanza”, mentre quello liberale sarebbe “di cornice”. Meraviglia che un saggio, per molti aspetti esemplare come quello di Bedeschi sulla storia del liberalismo si concluda quasi in modo banale: esso manca infatti, di riconoscere che la ricerca della dimensione della libertà compatibile con una dimensione dell’eguaglianza sostanziale condivisa è la condizione sine qua non, come sta a dimostrare la necessità di superare la crisi ancora in atto in gran parte dei Paesi ad economia avanzata, per salvare lo stesso liberalismo dagli esiti catastrofici della dittatura estrema dei mercati finanziari.

Gianfranco Sabattini

 

 

Corti, mediometraggi di fiction e documentari a Civitavecchia per l’ITFF

tour-film-festival-2015Corti e mediometraggi di fiction, documentari, animazione e film di promozione turistica. Ma anche eventi, workshop e programmazioni culturali. Questi gli ingredienti della quarta edizione dell’International Tour Film Festival, kermesse concepita per promuovere l’uso dell’arte cinematografica quale fattore di promozione e sviluppo culturale esaltandone il ruolo nel dialogo tra le varie culture, e attribuendo una particolar attenzione alla valorizzazione delle opere dei giovani autori. Quest’anno il Festival dal titolo – ‘Experience New Horizons’ – sarà ospitato a Civitavecchia dal 3 all’11 luglio. Il festival – promosso e organizzato dall’associazione culturale ‘Civita Film Commission’ – vede la direzione artistica di Costanza Saccarelli, affiancata dal direttore tecnico, Andrea Donato. Madrina di questa edizione sarà Veronica Maya, attrice e conduttrice mentre tra gli ospiti italiani è prevista la partecipazione degli attori Carlo delle Piane, Giuliana De Sio e Claudia Gerini.

LE NOVITÀ – La novità dell’edizione dell’ITFF di quest’anno risiede nella sua internazionalità grazie alla partecipazione – in qualità di direttore artistico – di Luc Toutounghi, presidente della Sema-For di Lodz, i più vecchi studi di animazione europei. Altra novità è rappresentata dall’introduzione della prima edizione dello ‘Stootin’ Tour’, un contest per la realizzazione di cortometraggi brevi, inserito nella sezione speciali dedicata alla promozione turistica del territorio.

LA GIURIA – La giuria, composta da operatori di prestigio del settore cinematografico e televisivo, della stampa e dello spettacolo assegnerà diversi premi tra cui quello per il ‘Miglior Film’, ‘Migliore Animazione’, ‘Miglior Documentario’ e ‘Miglior Tourism Promotional Movie’.

Silvia Sequi