sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Assegno sociale 2015: quando ‘pesa’ il coniuge
Pubblicato il 01-06-2015


L’assegno sociale, non reversibile ai superstiti, introdotto dall’articolo tre, commi sei e sette, della legge n. 335/95 (riforma Dini) scatta a favore dei cittadini italiani, in luogo della precedente analoga prestazione, con effetto dal primo gennaio del 1996, in presenza dei requisiti previsti in passato per la pensione sociale: residenza effettiva nel nostro Paese; compimento del 65° anno e tre mesi di età sia per gli uomini che per le donne; mancanza di proventi economici individuali e congiunti o possesso di situazioni patrimoniali inferiori ai limiti fissati dalla norma. L’assegno sociale può essere erogato in misura intera e in misura ridotta. E’ attribuito integralmente, con quota piena, (ammontare annuo netto da imposta) in mancanza di redditi da parte dell’interessato, non coniugato, oppure legalmente ed effettivamente separato. Viene invece corrisposto parzialmente, con rata diminuita, fino a concorrenza dell’importo dell’assegno se il richiedente, non sposato, oppure legalmente ed effettivamente separato, produce proventi propri di ammontare inferiore a quello del trattamento in questione. Non scatta il trattamento previdenziale quando il soggetto, non coniugato, oppure legalmente ed effettivamente separato ha una situazione patrimoniale superiore all’ammontare dell’assegno. In caso di richiedente sposato, e non legalmente ed effettivamente separato, la prestazione viene concessa in misura intera quando il reddito personale, sommato a quello del coniuge, risulta al di sotto dell’ammontare annuo della rendita assistenziale; in misura ridotta quando il totale dei proventi individuali e di quelli congiunti va oltre la soglia annua dell’assegno ma è comunque inferiore al doppio dell’ammontare annuo della medesima prestazione. Un esempio: ipotizziamo un cittadino, sposato, con reddito cumulato, per il 2014, di 10.661,52 euro. In questo caso spetta l’assegno sociale ridotto nella misura di mille euro e cioè pari a 11.699,78 (il doppio della prestazione previdenziale in pagamento quest’anno pari a 448,52 euro mensili) meno 10.661,52 euro, anche se il richiedente, con i suoi proventi personali, superi il limite di 5.830,76 euro (totale dell’assegno per l’anno 2015). E’ stato, quindi, adottato per il trattamento assistenziale, un criterio più favorevole in confronto alla vecchia pensione sociale nel caso di cumulo dei redditi con quelli del coniuge. L’importo della rendita assistenziale viene rivalutato annualmente secondo le variazioni del costo della vita. Al riguardo, giova precisare ulteriormente che quando i sordomuti e gli invalidi civili (totali o parziali raggiungono il requisito anagrafico dei 65 anni e tre mesi viene loro corrisposto il nuovo assegno sociale sostitutivo delle provvidenze economiche riservate ai medesimi soggetti minorati.

Per l’accertamento delle condizioni reddituali ai fini dell’attribuzione del vitalizio di cui si tratta si applica per gli invalidi civili parziali o totali , soltanto il limite di reddito personale, con esclusione, pertanto, dei proventi del coniuge. Per i soggetti parzialmente invalidi la soglia reddituale individuale da non oltrepassare corrisponde esattamente a quella prescritta per accedere alla nuova prestazione (che si ripete, per il corrente anno è pari a 5.830.76 euro), mentre per i portatori di limitazioni funzionali totali e i sordomuti rileva per la concessione dell’assegno sociale sostitutivo, il massimale di reddito personale stabilito per la liquidazione della pensione a carico dell’amministrazione dell’Interno (che per il 2015 è pari a 16.532,10 euro). Va, in particolare, segnalato, inoltre, che sono cambiate le regole per la verifica e il controllo dei requisiti patrimoniali fissati per il riconoscimento della pensione sociale o dell’assegno sociale sostitutivi delle indennità economiche nei confronti dei titolari diversamente abili ultrasessantacinquenni. Si dovrà valutare il reddito percepito dall’interessato nell’anno precedente, in rapporto al limite prestabilito per l’anno di riferimento della prestazione assistenziale. Importante da segnalare, a partire dal primo gennaio del 2010 per avere diritto all’assegno sociale occorre aver soggiornato legalmente e in via continuativa in Italia per almeno dieci anni: dall’inizio del 2009, infatti, è entrata in vigore la norma introdotta dalla cosiddetta manovra d’estate dell’epoca, che ha fatto diventare indispensabile l’ulteriore requisito della permanenza legale in via continuativa. La disposizione interessa sia i cittadini italiani sia gli stranieri equiparati, e conferma le precedenti condizioni da soddisfare: la residenza effettiva, stabile e continuativa, lo stato economico entro i limiti prefigurati, la cittadinanza o il possesso del titolo di soggiorno. Nella medesima cennata circolare l’Inps ricorda che possono accedere alla prestazione assistenziale in questione i cittadini italiani ed equiparati che abbiano compiuto il 65° anno e tre mesi, risiedono effettivamente in Italia e producono proventi sotto i minimi postulati dalla legge. Attenzione, la residenza decennale è necessaria anche per il mantenimento dell’assegno in capo a chi già ne fruisce.

Inps. Malattia e visite fiscali

In caso di malatt, vi sono diversi adempimenti che il dipendente deve svolgere, per dimostrare la legittimità della sua assenza.

L’invio del certificato

In primo luogo, il lavoratore deve richiedere al medico curante l’invio telematico all’Inps del certificato, per qualsiasi tipo di assenza (anche della durata di mezza giornata), entro il giorno successivo a quello in cui è iniziato l’evento, e deve trasmettere copia cartacea o identificativo di tale documento al datore entro due giorni. In caso di mancata guarigione, dovrà poi richiedere, entro gli stessi termini, il certificato di prosecuzione della malattia. Se il professionista curante risultasse irreperibile, sarà valido il certificato rilasciato dalla Guardia Medica.

L’obbligo di reperibilità

Per comprovare la legittimità dell’assenza, tuttavia, l’esibizione dell’attestazione medica non costituisce l’unico adempimento, ma vi è l’ulteriore obbligo di reperibilità ai fini della visita fiscale. Si tratta di un accertamento, previsto dallo Statuto dei Lavoratori, atto a verificare non, come erroneamente si ritiene, la presenza del dipendente nel proprio domicilio, ma l’esistenza o meno della patologia per la quale è stata emessa certificazione. Tale verifica può essere predisposta sia dal datore, che dall’Inps: sono previste, sia per i lavoratori pubblici che privati, differenti fasce di reperibilità e regole cui attenersi, che sono variate a partire dal 2015: conoscerle è molto importante, poiché, in caso di violazioni, si andrà incontro a sanzioni.

Gli statali

Per quanto concerne gli Statali ed il personale degli Enti Locali, la reperibilità è valida per l’intera settimana, festività comprese, nelle fasce orarie che vanno dalle 9:00 alle 13:00, e dalle 15:00 alle 18:00; pertanto, nei predetti orari, i soggetti interessati dovranno farsi trovare presso il domicilio indicato nel certificato, ed attendere la visita del medico fiscale.

I privati

Rispetto agli Statali, i privati hanno sempre il vincolo di reperibilità, anche durante festivi e week-end, ma con fasce orarie che partono dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 17:00 alle 19:00.

Il comparo scuola

Sono presenti, poi, alcune regole particolari per il personale del comparto scuola: difatti, il Dirigente Scolastico può richiedere visite fiscali sin dal primo giorno , solo per assenze immediatamente precedenti o successive a quelle non lavorative (non solo festivi o domeniche, ma anche giorni liberi).

Quando non c’è obbligo di reperibilità

Non esiste obbligo di reperibilità, invece, né per pubblici, né per personale privato, in caso di malattie nelle quali è a rischio la vita del lavoratore, d’infortunio sul lavoro, patologie per causa di servizio, gravidanza a rischio, eventi morbosi correlati all’invalidità attestata e, naturalmente, ricovero ospedaliero. Il medico fiscale ha il compito di verificare, anzitutto, l’esistenza della patologia, nonché di analizzarla, assieme alle condizioni generali del soggetto: ha facoltà di protrarre la diagnosi di 48 ore, nonché di variarla e di consigliare al lavoratore una visita specialistica.

La riduzione della prognosi

In caso di riduzione della prognosi, dovrà essere fornita una dettagliata motivazione; il dipendente avrà, conseguentemente, l’obbligo di rientrare al lavoro nel giorno indicato dal medico fiscale.

L’assenza immotivata

In caso di assenza immotivata o d’impossibilità all’accesso o al controllo entro le fasce di reperibilità, al lavoratore verrà negato il 100% della retribuzione per i primi 10 giorni di patologia, ed avrà diritto, per le giornate successive, solo al 50% della retribuzione. Vi sono comunque 15 giorni di tempo per fornire una giustificazione in merito all’assenza.

La comunicazione preventiva

Può capitare, ad esempio, che il soggetto debba allontanarsi per sottoporsi a prestazioni, visite o accertamenti diagnostici: in questo caso, dovrà fornire una comunicazione preventiva al datore o all’amministrazione, ed utilizzare, come giustificativo, l’attestazione di quanto effettuato. Non possono essere, invece, invocati a propria difesa il malfunzionamento del citofono, i difetti uditivi personali, o l’effettuazione di qualsivoglia incombenza: la Cassazione, difatti, ha stabilito ormai da tempo il principio per cui è responsabilità del dipendente ridurre al minimo i disagi e predisporre ogni accorgimento utile per consentire l’effettuazione della prestazione da parte del medico. Una volta che il lavoratore sia risultato assente dal proprio domicilio, la successiva visita ambulatoriale, alla quale avrà il dovere di presentarsi, non costituisce una giustificazione dell’assenza, ma è preordinata alla sola verifica della patologia: pertanto, le sanzioni , pur sussistendo l’evento morboso, saranno comunque applicabili.

Previdenza. Congedo parentale per i lavoratori pubblici

I lavoratori pubblici che diventano genitori possono usufruire del congedo parentale Inps. Il congedo parentale consente che ciascun genitore possa assentarsi dal lavoro per un periodo di sei mesi, anche frazionabile, nei primi otto anni di vita del bambino. Il predetto beneficio previdenziale spetta al genitore richiedente anche qualora l’altro genitore non ne abbia titolo.

Se la richiesta di ammissione all’agevolazione è della madre:

– ne ha diritto per un lasso di tempo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi, trascorso il periodo di astensione obbligatoria;

– se è l’unico genitore il congedo si estende fino a 10 mesi.

Se la richiesta è del padre:

– ne ha titolo dal momento della nascita del figlio per un lasso di tempo continuativo o frazionato non superiore a 6 mesi;

– il limite si estende fino a 7 mesi nel caso in cui il padre lavoratore eserciti il diritto di astenersi dal lavoro per un periodo continuativo o frazionato non inferiore a 3 mesi. In questa seconda ipotesi il limite complessivo dei congedi parentali dei genitori è elevato a 11 mesi.

I periodi di fruizione del congedo parentale sono computati nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia.

Cosa fare per ottenerli

Il genitore è tenuto a preavvisare il datore di lavoro secondo le modalità e i criteri definiti dai contratti collettivi, e comunque con un lasso temporale di preavviso non inferiore a quindici giorni. Nella domanda è indispensabile indicare il periodo di astensione richiesto.

Ai fini della retribuzione

Per i periodi di astensione facoltativa fino al terzo anno di vita del bambino, il trattamento economico dovuto sarà pari alla:

retribuzione intera per i primi 30 giorni, se previsto dal contratto collettivo di comparto. In questo caso sono esclusi i compensi per lavoro straordinario e quelli legati all’effettiva presenza. Tale lasso di tempo potrà essere goduto in via esclusiva dal padre o dalla madre, oppure frazionato tra entrambi i genitori. E viene interamente computato ai fini dell’anzianità di servizio e delle ferie.

al 30% della retribuzione per i successivi 5 mesi, riferito ad entrambi i genitori; ed è utile ai fini dell’anzianità di servizio ma non ai fini delle ferie.

al 30% della retribuzione per i periodi successivi ai 6 mesi, se il reddito individuale del genitore in astensione è inferiore a due volte e mezzo l’importo del trattamento minimo di pensione in pagamento nell’anno di riferimento.

Per i periodi di astensione facoltativa dal terzo all’ottavo anno di vita del bambino, il trattamento economico spettante sarà pari al:

– 30% della retribuzione per qualunque lasso di tempo residuo, se la situazione reddituale individuale del genitore in astensione è minore di due volte e mezzo l’importo del trattamento minimo di pensione vigente al momento della domanda;

ovvero, in caso contrario, vi sarà assenza di retribuzione.

Carlo Pareto

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