venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Avvisi di garanzia e dimissioni
Pubblicato il 13-06-2015


“Non chiederò mai le dimissioni per un avviso di garanzia”, ha testualmente dichiarato Renzi, che ha aggiunto: “Nel mio governo ho cinque sottosegretari indagati, tre del Pd, e se ragioniamo sulla base degli avvisi di garanzia, avendo anch’io un padre indagato, i miei figli non dovrebbero vedere il nonno. Io credo che un cittadino è innocente finché non viene provato il contrario. Questo per me è il discrimine tra giustizia e giustizialismo e non mi si troverà mai dalla parte di quelli per cui un avviso di garanzia significa richiesta di dimissioni».

C’era una volta. C’era una volta Tangentopoli, un periodo strano nella storia d’Italia, in cui i magistrati hanno iniziato a colpire la politica. I partiti si finanziavano tutti irregolarmente e tutti lo sapevano. Tranne loro, i valorosi ed eroici piemme della Procura di Milano. In quel periodo bastava essere stati raggiunti da un avviso di garanzia e dovevi lasciare qualsiasi posizione tu avessi ricoperto nelle istituzioni e nel partito. Tra i nostri oltre a Craxi, molteplici furono le dimissioni al primo avviso, una su tutte quelle del ministro Martelli da guardasigilli. Sembrava di assistere al gioco dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Si passava il tempo angosciati davanti alle telescriventi e alla rassegna stampa, ancora i computer non erano alla portata. Ogni nome che usciva era una croce.

I partiti avevano accettato l’equazione avviso di garanzia uguale a dimissioni per calmare la pubblica opinione, montata ad arte da tutti i giornali, di destra e di sinistra, da tutte le televisioni, pubbliche e private. Se sei avvisato allora sei colpevole. Nessuno osava dichiarare che bisognava aspettare i processi. Oggi il tempo è davvero trascorso. E le idee sono mutate. Nel governo Renzi ci sono quattro esponenti con provvedimenti giudiziari. E adesso anche un quinto con una grave accusa, più un presidente di commissione di maggioranza con mandato d’arresto. Giustamente il premier dichiara che un avviso di garanzia non basta per pretendere le dimissioni. Quanti sono nel suo partito coloro che la pensavano diversamente e oggi se ne sono dimenticati?

Ma c’è di più. Le dimissioni si chiedono in modo assolutamente discrezionale. Renzi le chiese per la Cancellieri a fronte di un caso che non registrava alcun provvedimento giudiziario, le pretese dalla De Girolamo e anche da Lupi per questione di opportunità, ma oggi è intenzionato a tutelare sia il sottosegretario Castiglione, che è raggiunto da avviso di garanzia e non ha deciso se votare o meno per l’arresto di Azzollini. In mezzo la questione De Luca, classificato ineleggibile della legge Severino e addirittura impresentabile dalla commissione Bindi.

L’opportunità politica trascende i criteri. La gravità delle ipotesi di reato possono divenire lievi a seconda dei casi, mentre singoli comportamenti non patibili di provvedimenti della magistratura diventano gravissimi. Si pretendono o meno dimissioni a seconda della valenza politica e della possibile reazione del partner. Lupi si e Castiglione no. Tutto risulta troppo soggettivo. Come nei regimi in cui un uomo solo decide per tutti. Noi, naturalmente, non pretendiamo le dimissioni di nessuno, siamo garantisti davvero e abbiamo pagato sulla nostre pelle le grida di un feroce e ben orientato giustizialismo. Però vorremmo capire meglio. Perché lasciare tutto al caso e al giudizio di uno solo ci preoccupa un po’…

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Commenti all'articolo
  1. Tangentopoli è stato lo spartiacque tra una politica fondata sui valori e una fondata sull’opportunità, e non nelle sue migliori accezioni, se vogliamo si potrebbe definirla opportunismo. Ieri un avviso di garanzia era un’onta, oggi è un vanto.
    Ieri eravamo considerati e stimati sul piano internazionale, oggi Squinzi lamenta che non ci chiamano neppure, nelle riunioni, almeno non in quelle che contano.
    Chissà perché non riusciamo a uscire dalla crisi?

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