lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Ballottaggi amari
Pubblicato il 15-06-2015


Se le regionali avevano lanciato qualche non marginale segnale al Pd renziano, subito contraddetti dal suo staff, questi ballottaggi segnano un’evidente sconfitta del centro-sinistra. Uso quest’ultimo termine perché hanno perso le coalizioni, anche se il partito egemone, e dunque largamente responsabile della sconfitta, è il Pd. Leggo che il vice segretario Guerini si affretta a precisare che il voto non è stato contro il governo, dunque che non si è trattato di voto politico. È vero che tra regionali, e ancor più comunali, e politiche esiste una notevole differenza. Che le prime, e ancor più le seconde, sono influenzate dalle candidature, dalla presenza di liste civiche, da giudizi sulle passate amministrazioni.

È altresì inoppugnabile ritenere che questi ballottaggi segnino tuttavia una tendenza politica, perché il centro-sinistra perde troppi comuni e soprattuto i più importanti. E li perde al Nord e al Centro come al Sud. Venezia doveva lanciare un segnale importante. Il voto è stata una dèbacle come quello della veneta Rovigo. E che dire di Nuoro, dove il centro-sinistra vinceva da sempre, e di Arezzo, in mano al Pd renziano? Che dire di Matera, nella rossa Basilicata? Come non interpretare tutto questo come una tendenza elettorale? E allora cerchiamo di comprenderne i motivi. Innanzitutto mettiamoci la forte astensione che ha visto la diserzione di un’ampia maggioranza degli aventi diritto. Ma anche la scarsa partecipazione al voto, che è ormai più o meno la stessa al Nord come al Sud, rappresenta un dato politico.

Il problema è semmai capire perché oggi l’astensione avvantaggi il centro-destra e punisca il centro-sinistra, come mai era avvenuto in passato. Anzi, perché l’astensione sia diventato il rifugio in cui si collocano larghe fette di elettori di centro-sinistra. A mio avviso i motivi sono essenzialmente due. I problemi legati al fenomeno dell’immigrazione e quelli derivati da una ripresa troppo timida e da una disoccupazione ancora massiccia. Anzi è il secondo problema, come ci ricorda l’economista francese Jean Paul Fitoussi, a creare anche il primo. L’insoddisfazione per il presente e la paura del futuro provocano sentimenti di repulsione e di rifiuto verso il fenomeno di un’emigrazione che per le sue dimensioni non dovrebbe proprio spaventare nessuno.

Oggi Renzi ha il dovere di non sottovalutare il segnale. Anzitutto di recepirlo, poi di aggiustare il tiro. Personalmente non sposerei la linea del socialista Hollande che per paura della Le Pen finisce per accettarne la linea. Quella visione di militari armati che, in sfregio al trattato di Schengen, respingono i migranti (in Italia) è quanto di peggio si possa immaginare. Ma la decisione del socialista Hollande di uscire dall’assurdo vincolo de tre per cento nel rapporto deficit-Pil, se fosse stata imitata da Renzi, avrebbe consentito di gettare sulla nostra economia decine di miliardi di investimenti pubblici, di alzare il tasso di sviluppo, di abbassare in prospettiva il suo rapporto col deficit. Renzi non ha voluto farlo. Adesso deve uscire dai proclami e compiere scelte più nette. Ci pensi.

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Commenti all'articolo
  1. certo egregio direttore nelle battute negative di questi mesi il PD renziano soffre anche le questioni che tu evidenzi.
    Ma il fatto vero (anche se a te forse piace poco) è che in tre anni il PD è scomparso come partito di massa dimezzando gli iscritti storici e l’elettorato di CSX è disgustato dalla spregiudicatezza del turbo fanfaniamo Renzi.
    Per me niente sorprese (nel 2007 proponevo finalmente un grande partito socialista italiano, altro che il minestrone veltroniano…) e così c’è poco da fare: in Italia resiste una sinistra (lo puoi vedere anche da interventi su Avanti online) riformista ma non omologata tout court ai valori del tardo thatcherismo e del berlusconismo. Così noi ulivisti andiamo (obtorto collo) sinistra e Renzi si faccia pure la DC 2.0 con gli gli pare.

    • Staccarcene subito? Ma la dichiarazione del “figuro” orfini dice che noi esistiamo soltanto come esempio negativo. La colpa è solo di questa dirigenza che vuole garantirsi una pensione privilegiata altrimenti si darebbe da fare per presentare il partito alle elezioni.

  2. E’ sempre abbastanza difficile, di fronte ai risultati elettorali, spiegarci quali siano stati i fattori che possono aver orientato di volta in volta il voto, specie in un Paese dove permane ancora una buona dose di scelta ideologica, ma l’analisi fatta nella fattispecie dal Direttore non manca certo di “ragion logica”.

    Nel contempo, pur non potendosi sapere con certezza se in questo caso il voto amministrativo, astensionismo compreso, sia stato significativamente influenzato dalle vicende esterne al livello locale, vale a dire dall’andamento più generale della politica, il complesso momento che stiamo attraversando si presta a mettere più che mai insieme elementi di diverso segno, e l’azione politica svolta a livello centrale può ripercuotersi maggiormente sulla periferia.

    Vi sono poi periodi, come quello presente, in cui la “valutazione” sul Governo nazionale viene da molti misurata sulla sua capacità di saper affrontare, e dirimere, le questioni di livello internazionale, che oggi sono in effetti molto importanti e delicate, e se siamo “un’Italia ‘nana’ in politica estera”, come titola un articolo pubblicato sull’Avanti l’11 giugno, cresce di riflesso la sfiducia e l’astensionismo (è ovviamente una semplice ipotesi interpretativa).

    Paolo B. 15.06.2015

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