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Opinioni e commenti
 

Budapest, le proposte del PSI al Congresso del PES
Pubblicato il 03-06-2015


Stanishev_pesPotrebbe cambiare il presidente dei socialisti europei, PES, nel decimo congresso che si terrà a Budapest da venerdì 12 a sabato 13 giugno. Il congresso è chiamato anche esprimere una posizione forte sui temi della democrazia, della pace e del lavoro, tutti temi cruciali per l’Europa di oggi e dei prossimi anni.

L’elezione del nuovo presidente si svolgerà venerdì mentre la giornata di sabato sarà dedicata alla discussione e alla votazione dei documenti politici e programmatici. In coda l’elezione del vicepresidente del partito, del Segretario generale e del Tesoriere.

I due candidati più forti al vertice del PES sono Sergei Stanishev e Enrique Barón Crespo.

Per il bulgaro Stanishev, del BSP (Partito Socialista Bulgaro) si tratterebbe di un secondo mandato in quanto presidente in carica dal 2012. Prima di essere eletto al vertice del PSE, era stato primo ministro del governo di Sofia.

Lo spagnolo Enrique Barón, indicato dal PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo), è stato presidente del Parlamento europeo dal 1989 al 1992.
Al Congresso di Budapest, i socialisti italiani saranno presenti con una delegazione guidata dal segretario Riccardo Nencini, che porterà un contributo al dibattito sui temi di attualità.

Questo il testo del documento del PSI:

“La sinistra socialista europea, di fronte ai grandi cambiamenti in corso, deve oggi aggiornare le sue politiche, per essere davvero fedele ai suoi valori universali. Occorre evitare la nostalgia e il conformismo, questo vale tanto per le antiche ortodossie economiche della sinistra del Novecento, quanto per il nuovo conformismo dell’austerità di bilancio e della compressione della spesa pubblica. Il nostro elettorato viene conteso da movimenti radicali e da forze populiste, ed è attratto dall’astensione, come dimostrano i risultati elettorali in molti paesi europei, perchè non riceve risposte adeguate alle sue richieste. E’ comprensibile.
Questa è la riflessione che abbiamo avviato nel nostro Congresso nazionale e che lo scorso anno abbiamo affidato ai lavori del congresso del PSE a Roma che elesse Martin Schulz candidato di tutti gli eurosocialisti. Col venire meno dei confini nazionali nella globalizzazione i confini della sinistra sono cambiati ma non sono scomparsi. Affatto. I cambiamenti profondi che tagliano le società obbligano la politica a mettersi in discussione. La rapidità dei cambiamenti dovuta alla scienza, alla tecnologia, al potere della finanza globale, alla complessità delle relazioni economiche inducono la sinistra a ripensarsi lasciando integri i tre pilastri che ancora oggi la rendono diversa dalla destra: redistribuzione della ricchezza, estensione dei diritti fondamentali e delle responsabilità civiche, allargamento degli spazi di libertà e di democrazia.

L’Europa dei padri fondatori non è corrisponde a quella  che conosciamo oggi: è un’Europa zoppa, incompleta. Un’Europa troppo burocratica, poco coesa nelle scelte di politica estera e in conflitto sulle politiche di bilancio. E’ un’Europa che non suscita speranze ed emozioni. Occorre un nuovo patto fondativo che rilanci le ragioni di una storia plurisecolare nel secolo nascente e faccia dell’Unione Europea un soggetto competitivo nel mondo, con un suo ruolo distinto nei processi di globalizzazione, offrendo al mondo un modello europeo, diverso da quello americano e da quello cinese. Occorre un nuovo patriottismo europeo, che non può essere basato sulla retorica dei bilanci in ordine.

Le migrazioni del nostro tempo sono lo specchio di un mondo sempre più insicuro: aumenta il numero degli esuli e dei profughi, se prima ci si spostava in cerca di lavoro e quindi si veniva naturalmente a partecipare a un processo di integrazione nelle comunità di approdo, oggi molti di coloro che arrivano, a seguito della crescente e inquietante crescita delle guerre e dell’insicurezza in Africa e Medioriente, aggiunge il proprio disagio ad una diffusa disintegrazione nelle nostre società. Il Mediterraneo è frontiera europea. Ne discendono due effetti. Ogni nazione dell’Unione deve fare la sua parte verso i profughi, perché è il dovere di una grande democrazia essere responsabile ed essere terra d’asilo. Chi vive tra di noi deve rispettare le leggi, godere dei diritti fondamentali, condividere i principi di libertà e di democrazia. La meta è un multiculturalismo attivo e una cittadinanza inclusiva nei diritti e nei doveri, nel rispetto delle differenze culturali che però non possono diventare lesive dei valori fondanti: nessuna prevalenza religiosa sulla legge laica, pieno rispetto dei diritti delle donne e parità tra i generi. Insomma, libertà, condivisione, responsabilità sulla base dei nostri valori. Non si tratta di valori identitari, ma di valori costituzionali e universali, affermatisi anche in Europa con una lotta secolare delle forze di progresso.

La democrazia rappresentativa si è avvalsa in Italia e in Europa soprattutto del ruolo decisivo dei partiti. Oggi la democrazia è fragile di fronte al mercato e alla finanza globali, e i partiti non riescono più a rappresentare la società civile, la società di mezzo è in crisi. Serve un’imponente spinta riformatrice, né più né meno di quanto avvenne all’indomani del secondo conflitto mondiale, che sappia mettere la visione politica sopra all’ortodossia economica. Di questa spinta il Partito del Socialismo Europeo deve avere la leadership, e deve dare l’esempio soprattutto riguardo al superamento degli egoismi nazionali. Il centro della nostra visione di socialisti europei è il welfare state, e al tempo stesso, l’autonomia delle persone, la loro libertà di scegliere e di perseguire nuove opportunità. Se oggi il welfare state come lo abbiamo costruito non basta più, è in primo luogo per i limiti dello stato nazionale. Occorre certo ripensare e rifondare gli stati sociali nazionali, sostenendo chi è nella condizione del bisogno e chi ha merito, ma non ha né l’opportunità né le condizioni sociali per emergere. Ma, soprattutto, occorre edificare un nuovo welfare state europeo, con standard comuni nelle opportunità, e nelle garanzie, e questo rende necessaria una capacità fiscale dell’Unione Europea. Non si può essere nostalgici dei vecchi welfare nazionali, che oggi sono sostenibili solo al prezzo non aprendo una competizione perversa tra Stati europei forti e deboli. Occorre unire le forze per governare la nuova economia finanziaria, e lì trovare anche le risorse per sostenere i nostri modelli sociali. La libertà deve essere unita al potere di ogni singolo cittadino di poter davvero controllare la propria vita, con la capacità di esprimere il proprio talento e le proprie scelte, a dispetto delle diseguaglianze  di status e di ricchezza. Se la sinistra confida nella nostalgia di un glorioso passato si preclude la capacità di specchiarsi nel futuro, e se accetta il nuovo conformismo dell’economia finanziarizzata e della riduzione della spesa pubblica a prezzo di ogni costo sociale perde la sua bussola. Deve essere strabica. Un occhio qui, l’altro oltre i confini quotidiani. Meglio dunque l’ambizione dei pionieri. Eretici per non morire nel passato”.

Redazione Avanti!

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Commenti all'articolo
  1. Ecco perché sono socialista; mi riconosco in pieno in questo documento e credo anche che questa sia l’unica strada per riaffermare i nostri valori ed il nostro ruolo in Europa e, soprattutto in Italia. La differenza tra noi e “l’altra sinistra”, quella radicale e quella del PD tanto per intendersi, sta tutta nel testo di questo intervento al Congresso PSE.

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