lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Cina-Italia, riciclaggio
da 4,5 miliardi di euro
Pubblicato il 05-06-2015


Cinesi evasori fiscali

Dopo quattro anni di indagini, magistratura e Guardia di Finanza, hanno portato un fiume di denaro, almeno 4 miliardi e mezzo di euro, che dall’Italia è finito in Cina senza lasciare un cent all’ufficio delle imposte. Il denaro sarebbe il frutto di numerose attività illegali che vanno dalla prostituzione al commercio di merce contraffatta, ma nonostante le prove di questa colossale frode la Cina ha risposto picche alla richiesta italiana di tracciare il denaro e ottenere giustizia. La notizia è stata riportata dall’Associated Press che ha parlato con Pietro Suchan, già sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Firenze, il magistrato che ha coordinato le indagini. A quanto appreso dalla AP, il colossale riciclaggio sarebbe stato avvenuto anche grazie al coinvolgi,mento di funzionari di un governo locale e di una delle più importanti banche di affari della Cina che avrebbero rifiutato ogni collaborazione con i funzionari italiani mentre le aziende cinesi coinvolte sono protette dal regime giuridico cinese.

Quasi la metà del denaro è stato trasferito dall’Italia in Cina tramite i buoni uffici della Bank of China, una delle maggiori banche statali del Paese che avrebbe incassato oltre 750 milioni di euro di provvigioni nel trasferimento illegale dei fondi. In Cina, una delle aziende coinvolte che risulta destinataria del fiume di denaro è un ex impresa statale oggi privatizzata e controllata da un gruppo di investimento di proprietà del Governo della città di Wenzhou.

Secondo l’Associated Press, parte del denaro è infatti sfuggito alle maglie del fisco italiano, grazie a alla Wenzhou Cereals Oils and Foodstuffs Foreign Trade Corporation, già finita sotto accusa in passato per aver venduto merci contraffatte negli USA, in particolare calzature sportive sotto il (falso) marchio ‘Converse’ negli Stati Uniti e in Croazia.
Purtroppo il riciclaggio di denaro che non finisce nei soliti paradisi fiscali, – sempre meno numerosi e meno affidabili anche per gli evasori fiscali – ma ha come destinazione finale qualche azienda cinese che fa da schermo alla criminalità organizzata, non rappresenta una novità. Già nel giugno del 2010 e nel dicembre scorso, sono state portate a termine inchieste della magistratura e arresti di esponenti di questa organizzazioni che operano nel nostro Paese.
Il denaro ‘sporco’, proveniente da attività criminali, – scrive l’Agenzia France-Presse – viene anche riutilizzato per importare nuove merci contraffatte col duplice risultato di ottenere in cambio denaro pulito dalla vendita dei prodotti e di aggirare le maglie del fisco che non incassa nulla da questo commercio parallelo.

Franco Roberti, uno dei principali collaboratori del procuratore Suchan, ha detto all’AP che la Bank of China, consapevole o meno, ha avuto “un ruolo cruciale nel trasferimento del denaro dall’Italia alla Cina”. Nonostante le prove, i pubblici ministeri italiani non sono in grado di agire contro organizzazioni che hanno la loro base in Cina perché per le leggi locali non possono ottenere né il blocco dei fondi né informazioni essenziali per le indagini su ordine di una magistratura straniera.
Queste attività avrebbero avuto un costo notevole – circa mezzo miliardo di euro in meno – per le esangui casse dello Stato italiano, ma anche un costo di immagine elevatissimo per il Governo cinese che ormai occupa un posto di primo piano nel commercio mondiale e ha bisogno di mantenere una credibilità per continuare a operare sui mercati internazionali e crescere ancora. Non è dunque un caso se l’attuale presidente Xi Jinping abbia imposto un giro di vite per contrastare la dilagante corruzione, a suon di inchieste a tappeto e di arresti. Pechino ha bisogno della cooperazione dei governi stranieri per ottenere l’estradizione dei funzionari corrotti che fuggono all’estero col bottino.

Le autorità cinesi naturalmente si sono dichiarate all’oscuro dei fatti e il Ministero degli esteri ha spiegato in una dichiarazione ufficiale che “la Cina si è sempre impegnata nel rinforzare la cooperazione legale con altri Paesi, per un giro di vite contro i crimini transazionali e per punire i criminali”. Ma tra il dire e il fare, com’è noto, c’è di mezzo il mare.

 Alvaro Steamer

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