domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Sociologia della letteratura nei ‘Quaderni italiani di poesia italiana’
Pubblicato il 05-06-2015


Poesia contemporaneaDa venticinque anni (il primo uscì nel 1991 e aveva la presenza di Stefano Dal Bianco, Maurizio Marotta, Antonio Riccardi, Nicola Vitale), Franco Buffoni cura i Quaderni italiani di poesia italiana. Da allora un quarto di secolo è passato, e i poeti antologizzati oramai sono più di ottanta. Nel corso degli anni, a cadenza biennale o triennale, il mondo poetico aspetta l’uscita dei sette autori prescelti nel novero di un centinaio di invii e candidature. Con l’acume e la sensibilità, che lo contraddistinguono, Buffoni è riuscito a dare una mappatura quasi completa, se non esaustiva, del nostro panorama letterario. Vi sono state esclusioni eccellenti, questo sì, ma in generale le personalità inserite si sono affermate come autori consolidati e hanno dato prova del loro talento, intuito dal curatore. Penso a Dal Bianco, a Riccardi, Damiani, Fo, Deidier, Villalta, Bocchiola, Febbraro, Zuccato, Nove, Bonito, Lo Russo, Munaro, Raos, Biagini, Santi, Turolo, Raimondi, Inglese, Bianconi, Calandrone, Giovenale, Socci, Pugno, fino ai più giovani: Turra, de Alberti, Bajec, Policastro, Matteoni, Benigni, Gezzi, D’Agostino, Simonelli, Frungillo.

Si potrebbe fare davvero sociologia della letteratura attraverso i Quaderni, considerati strumento critico di analisi (dal terzo fino al nono, la presenza femminile si è attestata a un’autrice, dal decimo le presenze sono due o tre). Veniamo a questo XII Quaderno, che presenta vari spunti di riflessione e che è stato rinnovato nella grafica: in copertina vi è un’opera di Andrew Logie, Graphic Representation of Sound-Scape. Questa antologia è l’ultima ad aver poeti nati negli Anni Settanta e questo fa comprendere come viva sia la volontà di cogliere il presente, di dare spazio a voci nuove. Come sempre avviene con i Quaderni, vi è una pluralità di poetiche e intenti: non si vuole in alcun modo proporre una tendenza o una scuola, bensì far ascoltare autori spesso molto distanti tra di loro, ma con un dettato in nuce ben distinto e riconoscibile. E lo si dirà subito, questa antologia è fra le migliori uscite in assoluto.

Due sono le poetesse inserite: Maddalena Bergamin, prefata da Pusterla, e Maria Borio, con un’introduzione di Emmanuela Tandello. La prima, veneta, classe 1986, vive a Parigi e svolge un dottorato alla Sorbonne. Si presenta con la silloge, Scoppieranno anche queste stagioni e quello che colpisce subito sono i versi icastici degli exergo e delle chiuse, che portano a una circolarità dei componimenti; in effetti quasi tutte le poesie presentano i primi due versi che possono essere collegati agli ultimi due, creando in tal modo un componimento ulteriore. La silloge è un canzoniere innestato in un paesaggio straziante, una poesia che grazie all’ironia e al sentimento amoroso salva dalla tragedia individuale e collettiva: “Vedo resistere nel mondo le cose / e crollare […] e così ti muovi / nel crollo e lo lasci come sospeso / dentro cornici d’argento”.

“Siamo cose leggere / che sillabano e vivono”, questo è l’incipit di una delle più belle poesie della perugina Maria Borio, studiosa di letteratura italiana, esperta di Sereni e Montale. La silloge “Vite nuove” palesa immediatamente l’amore che l’autrice porta per alcuni grandi del Novecento e la sua cultura sconfinata. Eppure i testi non sono mai il tentativo intellettualistico di dimostrare una bravura, un’erudizione, anzi, pare che la Borio faccia i conti con i “padri” per divenire leggera, per ottenere un respiro sereno e “dolce per sé”. Testi che, come afferma in filigrana Tandello, risentono della lezione filosofica di Simone Weil (senza citarla in realtà) e di Antonella Anedda: “Le noci aperte sul tavolo / sono ancora suono” o ancora: “Identiche, vicine ti minacciano / portano nell’aria / quello che vorresti”.

Lorenzo Carlucci (Roma, 1976) con “Prose per Ba’al”, dimostra una volta di più- se fosse necessario- la sua impronta, la sua peculiarità nel panorama poetico italiano. Carlucci non è catalogabile, e per fortuna, anzi disorienta e conduce il lettore nel suo mondo. Non è uno sperimentatore, nel senso stretto della parola, non è un avanguardista, è semmai un poeta-indagatore e un poeta- oracolo (senza alcun riferimento all’orfismo, ma piuttosto alla figura religiosa-politica dei tibetani). Come sottolinea bene Dal Bianco, Carlucci è interessato al Divino, alla sua assenza, a una questione etica ed estetica, che si fondono nelle prose poetiche. E al centro dunque vi è Ba’al, la raffigurazione del male (e penso a un recente e importante saggio di Arturo Mazzarella: “Il male necessario”), che diventa una, e forse la più pregnante, categoria conoscitiva della contemporaneità: “Si raggiunge così, passeggiando tra gli alberi bianchi, in un pomeriggio di una primavera, il dolore”.

Alessandro De Santis (Roma, 1976) ci presenta “Il verso del taglio” con un’introduzione di Benedetti, che giustamente individua nelle apparizioni, nelle epifanie, aggiungerei in negativo, di paesaggi e persone, la poetica di questo autore. Il disagio sociale, la sofferenza dei giorni, vengono stemperate da alcuni versi, da uno sguardo gettato per comprendere e trovare una tregua. Bellissimo è il ciclo di “Fermate”, dedicato al percorso prossimo venturo della Metro C: “Non c’è proprio niente da ridere, stronzi / il matto parla / dice, sputacchia, impreca ad alta voce / lui, spesso dice la verità”.

Niccolò Scaffai firma l’introduzione, preziosa e illuminante non solo per l’autore in questione, a “Da un uomo a un altro uomo” di Marco Corsi. Il prefatore sottolinea la peculiarità del giovane autore a partire dai pronomi utilizzati per attestare una poetica permeata sul passaggio, sulla “relazione mutevole del soggetto, a sua volta oscillante  tra lo statuto dell’io e quello del noi, con le forme d’esistenza”. In questo modo Corsi partecipa a un tentativo della lirica contemporanea di declinare, in maniera originale, la voce e un mondo verso un luogo comune, riconosciuto. E lo fa anche e soprattutto grazie a campi semantici e lessemi contaminati e contaminanti. Scaffai utilizza una definizione calzante: “lirismo biologico”. C’è tutto questo in Corsi, ma anche la parodia, in senso prettamente greco di canto parallelo, parodia enunciata già nel titolo: “da un uomo a un altro uomo / per eccesso di confidenza / è successo di tutto / deriva di contagio sociale: / “una patologia degli affetti”, / in mancanza totale di addestramento / a tutto, al sesso, all’uso del corpo / in un clima d’evasione morale / e di abuso.”

Anche Diego Conticello (Catania, 1984) è poeta colto, anzi coltissimo e nella sua poesia volutamente vi è la lezione dei maestri amati e studiati: Piccolo, Cattafi, Consolo, maestri omaggiati e rivissuti. Ma ciò che colpisce di più in “Le radici del senso” è l’equilibrio linguistico di Conticello, un equilibrio difficile se si pensa all’azzardo, alle contaminazioni improvvise e ricercate, agli scarti, alla compenetrazione di lessemi della tradizione letteraria con quelli atavici della sua terra e ancora a parole in disuso e recuperate per essere rivissute. Conticello rifonda un barocco, un barocco particolare ed affascinante: “è giunto un vento / di falangi sommerse / ad incrinare / le vetrate altere / della notte // e le gocce / della mente / barcollano d’un abisso / dal tempo tutto umano”.

Ultimo autore inserito, con la silloge “Fino a che sangue non separi”, è anche il più giovane fra i sette. Samir Galal Mohamed (1989), figlio di madre italiana e padre egiziano, è il primo poeta di “sangue misto”, pubblicato oggi in Italia. Chi scrive spera che, in un futuro non molto lontano, si possa e si debba parlare dell’opera del poeta, senza specificare le sue origini, come in questo caso, o il genere per altri casi (superando dunque la contrapposizione di maschile/femminile). Se ne è voluto parlare, perché l’inserimento di Galal rappresenta l’abbrivio verso un’apertura e uno sguardo diverso, rispetto a un’Italia retrograda e in ritardo sulle questioni sociali e civili.

Lo dirò subito, al di là della giovane età, Samir è poeta di talento assoluto, capace di alternare la biografia privata (la storia dei suoi genitori) con una dissertazione sulla condizione dei giovani d’oggi, in una dimensione prettamente novecentesca: “la rivoluzione è / identitaria e io non ho collocazione […] ogni verso necessario e sufficiente (perduta nello sforzo dell’essere / Poeta la grazia di un’esistenza civile) adempie il mio dovere / di poeta di regime” o ancora:  “Verrà l’eterno frastuono della contraddizione / e il suicidio dialettico / rimandato (a tutta una vita) / sarà Riparazione”. Questi testi palesano l’impianto discorsivo-filosofico dell’opera di Galal, che tiene conto della lezione sullo scandalo di Pasolini e i versi di Bellezza, cui è dedicato un componimento splendido: “Lacerato; lo sterno / troppo sottile. // Nulla ti è più congeniale / della morte / e della vita eterna”. Ma la prima parte del libro è al contrario permeata di éblouissements, di lacerti e chiarori lirici, che procedono per scarti e accensioni: “poi / i tuoi vandalici baci volgesti / a deflorare le mie labbra corinzie” e ancora: “l’affusolarsi timorato di una schiena / scoprendosi animale”. Chi leggerà Samir si ritroverà di fronte a una sensualità radicata e naturale. Infine è da sottolineare la parola chiave di questo poeta: resurrezione, un risorgere laico e di nuovo pasoliniano (si pensi “All’usignolo della Chiesa cattolica”): “il sacrificio dell’attesa / nell’eucaristica venuta mia.”, “bruciare la sindone di odori quotidiana: / risorgere ogni giorno”, “Nel pieno di un silenzio pieno risorgi e palpiti e / io brillo…”

Andrea Breda Minello 

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