venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Film e vita reale. Essere o non essere se stessi?
Pubblicato il 10-06-2015


Cristiana Capotondi e Nicolas Vaporidis in una scena del film "Come tu mi vuoi"

Cristiana Capotondi e Nicolas Vaporidis in una scena del film “Come tu mi vuoi”

Etica ed estetica a volte collidono mettendoci di fronte a un bivio, soprattutto quello di sollevare le coscienze e di interrogarsi sul senso di ciò che sia giusto o sbagliato; sul significato di parole quali bellezza ed accettazione, su ciò che si vuole essere e su ciò che in realtà si è; su quello che vogliamo noi e ciò che gli altri desiderano da noi; su come noi ci vediamo e ci consideriamo e su come ci guardano e ci giudicano gli altri. Giudizio che si pone in mezzo a due concetti fondamentali: apparire o essere. La massificazione finalizzata a farsi accettare, porta all’annullamento della propria persona, ad essere altro per piacere di più. Per non parlare della mercificazione dei corpi, quasi oggetti da suppellettile, da abbellire e decorare, da mettere poi lì da una parte e dimenticarsene, per poi venerarli e ricordarsene quando ormai può essere anche troppo tardi. In certi casi sensibilità stride con l’oggettività di dover decidere con obiettività e distacco dei rimedi da prendere richiesti dall’etica professionale, che può interferire con il senso morale del singolo individuo.

Ogni persona deve essere libera di decidere della propria vita, ma fino a quando? Allora è più corretto affiancarla e supportarla nelle sue scelte nonostante tutto o andare contro le sue volontà per fare ciò che sembra giusto all’altro, con occhio esterno? Tutte queste riflessioni sono scatenate da diversi episodi accaduti di recente che vanno, per coincidenza e per fortuna, nella stessa direzione. Non stiamo parlando di eutanasia, ma di come comunicare in un certo qual modo: emozioni, sensazioni, stati d’animo, gioie, paure, desideri, ambizioni, aspirazioni, interessi, da condividere per entrare meglio in relazione con l’atro. “Oggi comunichiamo non con le parole, ma con le immagini”, ciò sull’apparenza estetica esteriore che ci viene da una persona o da un oggetto. Pertanto anche quella che un tempo era la cultura, cioè il sapere coltivato per l’autorealizzazione, ora diventa quasi uno spot: Cool…tura; cioè conta solo quello che fa moda e tendenza.

E si arriva ad ipotizzate la tesi per assurdo che, se si è creata tanta tv spazzatura è proprio per far sì che la pubblicità sia più interessante e colpisca meglio e in maniera più efficace la gente. In maniera comica, divertente, leggera, provocatoria, ma anche profonda nella semplicità e schiettezza di un linguaggio diretto ed esplicito, questo il messaggio che vuole lanciare il film d’esordio del regista Volfango De Biasi “Come tu mi vuoi”, con Cristiana Capotondi e Nicolas Vaporidis (mandato in onda, tra l’altro, da una rete quale La 5). Quest’opera è la storia di Giada (Cristiana Capotondi), una giovane intelligente e fervente studentessa modello (e non a caso forse se di Scienze della Comunicazione), ma non di fascino. Si incontra con Riccardo, un giovane aitante, ma sbandato, con degli amici pieni di vizi (alcool, droga, discoteche, nottate brave): famiglia ricca, non riesce a superare e sostenere gli esami all’università se non con qualche raccomandazione. Lei finisce per innamorarsene e vorrebbe conquistarlo.

Ma prima deve mettere in atto una trasformazione per essere come lui la vuole. E per cambiare totalmente look e abitudini si fa aiutare da Fiamma (Giulia Steigerwalt), amica di Riccardo. Ma arriverà sino a non riconoscersi più, a vendersi e vendere il proprio corpo per un lavoro e a spendere tutti i suoi soldi per un guardaroba nuovo e alla moda appunto, lei sempre così parsimoniosa, che lavora per mantenersi gli studi. Allora che ruolo devono ricoprire amici e amiche? Ma a parte questo, risuona forte l’eco delle parole di Giada: “Voglio essere amata per quello che sono”. Ed anche Riccardo, che dalla sua ha da superare un conflitto col padre molto aspro (“i soldi non fanno da padre”, lo rimprovera rinfacciandogli la sua assenza e il fatto che non si accorga di lui, mentre lui cerca di fare tutto per mostrarglisi), arriverà ad amarla così com’è. Di nuovo la disquisizione tra essere ed apparire. Poiché, in fondo, due universi così distanti sembrano ritrovarsi nel pensiero del ragazzo: “hai un punto di vista diverso; volevo cercare di capirti un po’. Forse dici cose giuste, ma hai troppa rabbia dentro”.

Già il rancore che bolle per il sentirsi incompresi o non accettati, oppure la questione di visioni diverse sulle cose che sono al centro dell’esistenza tra individui. Perché “la comunicazione è importante”, si ricorda. L’unico modo per combattere quella selezione naturale di Darwin che sembra caratterizzare la società moderna, in cui “per vendere un prodotto bisogna vendere l’idea più che la sostanza”, cioè convincere che quella sia la strada giusta da percorrere, perché i capi di abbigliamento “non sono abiti, ma modi di essere” (opinione condivisibile) e quindi stilisti che devono cambiare il fashion style di Giada (come accade nel film) non credono di stare interagendo con una persona umana, in carne ed ossa, ma di “stare creando”, quasi a costruire un modello di vita, un atteggiamento sociale, un modus vivendi, per cui la creatività e l’arte possono anche venir stravolte e travisate per un secondo fine, non sempre nobile. Il trionfo della bellezza sull’unicità individuale, che viene annientata dalla “massificazione” come dice Giada. Ribelle, abbandona per quest’ultima “la sua versione integralista”. Ma ciò non le renderà la vita più facile, non l’aiuterà a superare il fatto di sentirsi inadeguata (come Riccardo), di “non sentirsi mai abbastanza, non all’altezza”. E se i giovani si rifugiano in discoteche, droga, alcool, è perché “si annoiano”, cioè non hanno stimoli positivi per costruirsi il loro mondo, mentre continuano a sentirsi soli, “Come sempre nella vita” come dice Fiamma.

Con pochi tratti il film fa una denuncia amara della deriva della società. E, sebbene sia del 2007 è quanto mai attuale purtroppo. Due fatti di cronaca stanno a dimostrarlo. La morte il 4 giugno scorso a 20 anni di Celso Santebanes, il Ken Umano, che sognava di diventare “un pupazzo umano” e per questo si era sottoposto a interventi di chirurgia estetica al naso, alla mascella, al mento e ai pettorali con protesi di silicone, a partire da 16 anni. Spendendo circa 40mila euro. È stato stroncato da una leucemia linfoide acuta, mentre era alla ricerca della sua Barbie perché “nessuno è felice da solo”, come scriveva su Instangram. Vogliamo che il suo sia un esempio e che le sue parole non restino vane: non è retorica, perché ha pagato sulla sua pelle il prezzo del giudizio e dell’accettazione, dell’integrazione e dell’inserimento in società, del non sentirsi diverso, ma uguale agli altri. A gennaio aveva detto che, se fosse riuscito a guarire, non si sarebbe più sottoposto alla chirurgia estetica: per lui era “nuovo ciclo nella sua vita” e la bellezza non gli interessava più. Ecco la bellezza: che cos’è davvero? Forse la bellezza è proprio vivere intensamente la vita con passione, anche con i suoi momenti no per così dire. Per sentire e far sentire la propria presenza nel mondo. Anche fosse solamente una richiesta d’aiuto.

Come lo è quella di Rachael Farrokh, 37 anni attrice e modella, che vive a San Clemente, in California. È arrivata a pesare 20 chili e nessun ospedale la vuole aiutare ad uscire dal tunnel dell’anoressia che la sta sempre più indebolendo. È giusto privarla delle cure perché la sua situazione è troppo delicata e una responsabilità troppo grande da prendersi? Oppure occorre dire sì all’alimentazione forzate ed obbligatoria come vorrebbe la proposta di legge presentata alla camera dei deputati a maggio dalla deputata del Pd Sara Moretto? Molto spesso anoressia, disturbi alimentari, moda, e una società pervasa di canoni estetici standard sono stati collegati e in stretta relazione. Ma la questione centrale da tenere a mente è che, banalmente, il problema non è il cibo, non è mai il mangiare, ma un malessere interiore più profondo, con l’altro o con se stessi fa poca differenza. Anche per una donna a cui apparentemente non manca nulla: bella, attrice, modella, sposata. E sicuramente la solidarietà, l’umanità, la vicinanza solamente possono aiutare queste persone a sentirsi meno sole, inutili, inadeguate, incapaci, ad accettarsi anche se non perfette, coi loro difetti, perché la perfezione è nelle loro imperfezioni, nella loro unicità di essere come tutti gli altri: esseri  umani, coi propri limiti, ma allo stesso tempo diversi e unici per quel che li differenzia e li distingue dal resto di quella massa omologata e omologante, quasi ad equiparare ed appiattire quelle differenza umane così preziose ed arricchenti l’umanità.

Questo ci ricordano questi tre esempi. Questo vogliamo lasciare come messaggio, ribadendo il concetto di solidarietà. Vogliamo concludere citando il gesto nobile di alcuni ragazzi che, con estrema e massima solidarietà ed umanità, hanno rinunciato alla gita a New York che stavano organizzando da quattro anni per cedere la somma di soldi raccolta alla loro professoressa, ammalatasi di cancro, per le cure per combattere la rara forma di sarcoma sinoviale (un tumore raro dei tessuti molli) che l’ha colpita. Che dire? Non servono ulteriori parole. La vicenda si palesa e si commenta da sé. Chapeau a questi allievi. E solamente un grazie a loro che hanno dimostrato un alto esempio di valore umanitario e a tutti i prodotti cinematografici e non che aiutano a diffondere questo tipo di umanità e a sensibilizzare su certi problemi e temi, ricordando il senso vero della vita. Prima che sia troppo tardi.

Barbara Conti 

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