mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

LA GRANA PUBBLICA
Pubblicato il 04-06-2015


Contratti-dipendenti PA

‘Mettere le mani avanti per non cadere all’indietro’. Si può leggere così il documento filtrato dall’Avvocatura dello Stato e destinato ai giudici della Corte Costituzionale, in cui si indica nella cifra mostre di 35 miliardi il costo dell’eventuale sentenza favorevole al ricorso contro il blocco dei contratti nel pubblico impiego. In parole povere dall’Avvocatura sembra partire un avvertimento, una specie di ‘non dite poi che non ve lo avevamo detto’ in vista della seduta del 23 giugno in cui verrà discussa la questione pendente davanti agli ‘ermellini’.

SE 35 MILIARDI VI SEMBRAN POCHI
L’onere della contrattazione nel pubblico impiego per il 2010-2015 – si spiega nel documento che è stato diffuso dall’ANSA – “non potrebbe essere inferiore a 35 miliardi”, con “effetto strutturale di circa 13 miliardi” annui dal 2016. Dopo aver quantificato la botta, si spinge più in là e anticipa i due punti cardine su cui si basa la difesa del blocco delle assunzioni. Da una parte sostiene che il nuovo Art.81 – quello che obbliga lo Stato al pareggio di bilancio – verrebbe messo in discussione dallo sblocco, dall’altra si sostiene che comunque un po’ di contrattazione sindacale è rimasta.

LE PREROGATIVE SINDACALI SALVAGUARDATE
Quanto al diritto dei lavoratori ci contrattare il proprio salario, l’Avvocatura sostiene che “in ogni caso le prerogative sindacali risultano salvaguardate e si sono estrinsecate, tra l’altro, nella partecipazione all’attività negoziale per la stipulazione dei contratti integrativi (Ccni), sia pure entro i limiti finanziari normativamente previsti” e “di contratti quadro”. Poi, aggiunge, è rimasta in piedi la possibilità “di dar luogo alle procedure relative ai contratti collettivi nazionali, sia pure per la sola parte normativa”. Insomma ciò dimostra come “un’intensa attività contrattuale sia stata svolta, anche in pendenza del nuovo complesso normativo, ed abbia riguardato sia la contrattazione integrativa che quella nazionale”.

UN ‘AVVERTIMENTO’ ALLA CONSULTA
La traduzione del documento firmato dall’avvocato dello Stato, Vincenzo Rago, suona così: se voi della Consulta, così come avvenuto per il blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni (deciso dal governo Monti nel 2011 e che ha costretto il Governo a varare un decreto ad hoc, il ‘bonus’ di 500 euro ndr), doveste tener conto solo della sostanza della Carta e non invece anche delle esigenze di cassa dello Stato, per il Governo sarebbe una legnata.

Insomma, come dire: non potete ignorare che una decisione di questo genere, per le sue conseguenze economiche sul bilancio dello Stato, verrebbe letto come un atto di irresponsabilità, un’aggressione politica al Governo in carica. Dietro il documento traspare però anche l’autodifesa della stessa Avvocatura che nel caso precedente delle pensioni era stata accusata di non aver debitamente informato i giudici togati delle conseguenze dell’eventuale sentenza di sblocco. Un non-sense sotto molti punti di vista e comunque, soprattutto ieri come oggi, un’indebita pressione sulla Corte Costituzionale, ma ciononostante la querelle si era trascinata per giorni e questa volta l’Avvocatura sembra intenzionata a sfilarsi anzitempo dall’eventuale, possibile, scontro istituzionale.

UNO SCONTRO ISTITUZIONALE
Come per lo sblocco delle pensioni, si potrebbe aprire difatti un contenzioso dagli sbocchi incerti e pericolosi: i giudici della Corte costituzionale subirebbero infatti una sorta di censura preventiva e prima di varare una sentenza, dovrebbero ottenere il placet dell’Esecutivo che, prima di dare il suo OK, ne valuterebbe i costi e la compatibilità con i conti dello Stato. Ammesso che esistano sentenze costituzionali a ‘costo zero’, questa rappresenterebbe la fine della divisione dei poteri dello Stato, subordinando tutto al potere dell’Esecutivo.

La soluzione più semplice sarebbe quella di un Governo che prima di prendere decisioni che contrastano con i diritti fondamentali sanciti dalla Carta, ne valutasse adeguatamente la portata. Ma questo sembra un compito che esula dalle capacità dei governanti della Seconda Repubblica, più bravi a gestire twitter e facebook piuttosto che gli articoli di legge e tanto meno il bilancio dello Stato.
Sul costo dello sblocco la relazione è diretta con l’art.81: “Di tali effetti – scrivono nella memoria a difesa – non si può non tenere conto a seguito della riforma costituzionale” che “ha riscritto l’art. 81 Cost, a partire dalla disposizione del nuovo comma 1, secondo la quale “Lo Stato assicura l’equilibrio fra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico”.

DALL’AVVOCATURA UN CORLLLARIO DI BUGIE
“L’Avvocatura dello Stato – commenta Silvano Miniati di Network Sinistra riformista – lancia un allarme molto forte contro qualsiasi ipotesi di intervento della Corte Costituzionale sul blocco dei contratti degli statali. L’Avvocatura dello Stato avverte che è meglio stare alla larga da una qualsiasi ipotesi di intervento poiché si tratterebbe comunque di aggravi di spesa insopportabili per il bilancio dello Stato. La questione è già molto seria  senza doverci aggiungere anche un corollario di bugie. L’Avvocatura sostiene infatti che anche in regime di contratti bloccati la contrattazione è stata molto intensa e produttiva. Un’affermazione questa che dovrebbe essere in qualche modo riflettuta e documentata poiché altrimenti si riduce il ruolo dell’Avvocatura a quello di semplice portavoce del governo, che è solo una parte dello Stato. Chi rappresenta lo Stato e non il governo dovrebbe riflettere bene se il blocco dei contratti abbia giovato allo Stato e alla Pubblica Amministrazione e se è davvero ragionevole non proporre, ma imporre ai dipendenti pubblici determinate scelte. Non dimentichiamo inoltre che in questi ultimi mesi il governo ha proprio fatto tutto il possibile e qualcosa di più per presentarsi come il nemico dei dipendenti pubblici, dei ministeri come della scuola. La situazione che si è determinata è davvero drammatica poiché nessuno può pensare di gravare il bilancio dello Stato di tanti altri miliardi “su quanti siano davvero evitiamo i soliti balletti”, ma non è possibile neppure capire la logica di chi sceglie il “questa è la realtà se vi piace”. Il governo non può semplicemente cavarsela dicendo non si può, non ci sono i soldi. Forse la riscoperta di un tavolo con il sindacato pur arrivando tardi potrebbe dimostrarsi l’unica strada possibile”.

NUMERI GONFIATI PER SPAVENTARE
Per Massimo Battaglia, segretario generale della Confsal Unsa, organizzazione autrice del ricorso alla Consulta contro il blocco dei contratti, si tratta di numeri “gonfiati”, “volti a spaventare”. “Questa – commenta – non è più una Repubblica fondata sul lavoro ma sul pareggio di bilancio”.

Carlo Correr

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Commenti all'articolo
  1. La Corte Costituzionale ha il compito di verificare che le leggi non siano in contrasto con la Costituzione. Ogni eventuale conseguenza sui conti pubblici non potrebbe ascriversi ad essa in alcun modo, ma solo all’incompetenza e temerarietà di chi ha approvato leggi o provvedimenti incostituzionali. Questo vale per la sentenza sulle pensioni e varrebbe per quella, eventuale, sul pubblico impiego. Se il Governo non trova i soldi, faccia una patrimoniale sulle grandi ricchezze e tagli gli sprechi inutili di spesa pubblica invece di tartassare pensionati e lavoratori.

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