lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Identità nazionale,
un’altra occasione mancata
Pubblicato il 08-06-2015


Anche le celebrazioni del tragico evento dell’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, come quelle per i 150 anni dell’Unità nazionale e per il 2 giugno, hanno visto la generale assenza di partecipazione degli italiani, nel mentre sono affiorate mai sopite tentazioni secessioniste a Trento e Bolzano, dai toni “austricanti” (il nome attribuito dai patrioti risorgimentali agli italiani collaborazionisti degli Asburgo nel Lombardo-Veneto), a cui fanno spesso da controcanto nel Mezzogiorno nostalgie borboniche.

E così, dopo un secolo e mezzo, l’Italia è ancora un Paese diviso. Abbiamo anche noi il nostro apartheid: tra Nord e Sud, ma anche tra destra e sinistra, invero private di ogni contenuto ideologico, tra laici e cattolici, tra sindacato e impresa.

E al tema dello scarso sentimento nazionale degli italiani è collegato quello dell’assenza di spirito patriottico. Ernesto Galli della Loggia parlò di “morte della patria” a seguito delle complesse vicende della Resistenza, dell’antifascismo e della Repubblica e qualcuno ne ha anche individuato la data: l’8 settembre 1943, con l’armistizio di Badoglio e la successiva fuga del re a Pescara. D’altronde, la prima Repubblica nel dopoguerra, ha visto i partiti di massa confrontarsi (e scontrarsi) tra opposte lealtà non nazionali: da una parte al comunismo, dall’altra all’atlantismo o al Vaticano, con i temi della patria e della nazione ritenuti appannaggio del revanscismo neofascista.

E così, le celebrazioni di un evento storico drammatico, l’entrata in guerra nel 1915, sono ancora una volta un’occasione mancata per parlare dell’Italia e degli italiani e trovare un collante civile e culturale comune.

L’Italia storicamente terra di conflitti profondi, sembra oggi unita non da comuni elementi identitari, ma solo dalla paura di cosa potrebbe succedere “Se cessiamo di essere una nazione”, come recita il titolo di un celebre saggio del politologo Gian Enrico Rusconi, pubblicato nel 1992.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. La Nazione italiana è molto flebile. Dopo Roma ne sono accaduti di aventi che hanno scavato solchi tra i popoli della penisola. Sono stati gli invasori “barbari” che hanno facilitato il depositarsi di nuove identità e il sorgere di punti di grande apertura che, dopo l’era comunale, si è manifestata nel rinascimento (dove ancora però non nasceva l’Italia). C’è voluto il 1861 per avere uno stato italiano. C’è voluto il boom economico degli anni sessanta e la televisione, però, per far parlare l’italiano agli italiani; e il recente risorgere dei dialetti e delle lingue locali, la dice lunga sullo stato di unità nazionale.
    Della grande guerra, quello che più ha accomunato i sudditi dei Savoia sono stati quei seicentomila morti…

  2. Pur se non è affatto semplice trovar spiegazioni in materie come questa, verrebbe anche da pensare che ciò può succedere se per anni non si è sufficientemente coltivato, o incoraggiato, sentimenti come “l’amor di Patria”, e valori come la Bandiera, e aggiungerei pure la Famiglia, vale a dire l’insieme di quegli elementi che disegnano la fisionomia di un popolo, e ne connotano di riflesso l’identità

    Senza contare coloro che, per ragioni di principio, puntano intenzionalmente a minimizzare o ignorare il ruolo dei valori, secondo un concetto di tipo nichilista – se il termine può essere quello più idoneo e corretto per definire detta linea di pensiero – e anche questo può avere i suoi effetti.

    In ogni caso, guardando innanzitutto al futuro, c’è da auspicare che ci si renda conto, un po’ tutti, dell’importanza che possono avere i “valori” nella tenuta della società, anche se quando si parla di identità non manca chi “storce il naso” , ritenendola questione superata, e anche limitante.

    Paolo B. 10.06.2015

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