mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Il collasso della Politica
Pubblicato il 12-06-2015


Quasi settant’anni fa, in Brasile, i sostenitori di una dei candidati alla carica di governatore affissero, a motivazione del loro sostegno, il seguente manifesto: “Rouba, ma faz”; ruba, ma realizza.

Cosa intendevano con questo? Che rubare è una cosa bella? Che, senza ungere e/o ungersi le ruote non si può fare politica? Probabilmente no. Si trattava gente comune che, senza avere letto Machiavelli; pensava, molto semplicemente, che i politici dovessero essere giudicati, in primo luogo, in base all’efficacia della loro azione al servizio della comunità. Fogne, strade, servizi; ma, orrore, anche posti di lavoro e “favori”. A votare, in prevalenza, in Brasile come in India, in Messico come in Sud Africa erano e sarebbero rimasti i poveri: garantendo consenso e potere, a livello centrale e locale, a personalità e a partiti che avevano tenuto conto delle loro esigenze, a prescindere dai loro livelli di moralità se non della loro fedina penale. Siamo, qui, in un mondo in cui il giudizio sui politici e sulla politica si misura sul “che cosa”; insomma sui benefici arrecati alla comunità.

Ma con la nuova presenza sulla scena dei ceti medi e della loro cultura il “non rubare”comincia a fare premio sul “realizzare”; il “ come” sul “che cosa”. Un modello di giudizio presente da tempo nei Paesi di democrazia liberale e che si va affermando, in concorrenza con il precedente, nei grandi Paesi emergenti. Alla base di questo modello un pregiudizio in sé discutibile, ma anche una preoccupazione più che fondata. Il pregiudizio sta nel rifiuto dell’idea stessa di conflitto: la “via giusta”è in realtà una sola ed è compito di una politica razionale il percorrerla. La preoccupazione più che fondata sta nella convinzione che il “come”sia, al dunque, più importante che il “che cosa”; lasciato a se stesso il potere politico tende a prevaricare, con annesse corruzione e inefficienza; ai cittadini l’essenziale funzione di controllo.

Ora, mantenere un equilibrio tra queste due fondamentali esigenze è assolutamente essenziale per qualsiasi sistema politico di democrazia liberale. Senza il controllo e la verifica del “come” la politica diventerà un campo aperto alla corruzione, all’autoritarismo e all’inefficienza. Privata della consapevolezza dell’autonomia dei suoi fini diventerà soggetto passivo, costantemente sottoposto a giudici esterni delle sue azioni collettive e dei suoi comportamenti individuali.

Ora, accade che nel nostro Paese, caso probabilmente unico in Europa, stiano franando insieme questi due codici di giudizio; con le conseguenze che abbiamo or ora descritto.

E basti pensare a quanto è accaduto, e sta accadendo, in queste settimane.

In un Paese normale, Vincenzo De Luca avrebbe avuto tutto il diritto di presentarsi e di lasciarsi giudicare dagli elettori per le sue realizzazioni, per i suoi progetti, ma anche per i suoi metodi. E, quindi, in caso di vittoria, di ricoprire l’incarico cui aspirava.

In un Paese normale, il “giudizio degli elettori”avrebbe, conseguentemente, dovuto riguardare il “che cosa”e il “come”; mentre si è soffermato solo marginalmente, almeno a quanto risulta dai media, sui risultati raggiunti e sulla correttezza delle gestioni, per concentrarsi invece sul “chi” ovvero sulle singole persone in lizza.

In un Paese normale, la scelta delle persone e, quindi, anche il giudizio sulla loro “presentabilità” spettava ai partiti. Ed era un diritto che avrebbero dovuto rivendicare con forza. Delegare questo compito alla Commissione antimafia ha avuto queste tre conseguenze perverse: deviare, diciamo così, la Commissione stessa dal suo compito centrale, quello di analizzare il fenomeno della criminalità organizzata indicando le strategie per combatterla; costringere i suoi verdetti in una tempistica tale da non aiutare i partiti nella preparazione delle liste, finendo così con il giudicare ex post il loro operato; e, infine, valutare la “presentabilità” sulla base delle sentenze, con il risultato di presentare al Paese una situazione di tipo svedese: quattordici impresentabili su migliaia di candidati…

In un Paese normale non dovrebbe essere consentito allo stesso De Luca di insultare con toni e argomenti da codice penale una persona che ha semplicemente adempiuto al proprio dovere, nel silenzio imbelle del partito di appartenenza.

In un Paese normale, infine, non potrebbe mai accadere che amministrazioni, come quelle siciliane, nate sull’impegno della lotta alla criminalità organizzata vengano regolarmente impiombate da accuse di collusioni con la medesima. O che il capo del governo eroghi sanzioni politiche in funzione non in base alla natura dei comportamenti, ma dei tempi in cui sono avvenuti e dell’appartenenza politica.

L’immagine complessiva è quella di un sistema impazzito. Nei suoi comportamenti. Ma anche nella rappresentazione di sé medesimo.

Doveroso, allora, fermarsi e riflettere nella consapevolezza che la responsabilità di questo impazzimento, come vedremo, non è del Fato. E nemmeno del Maggiordomo.

Alberto Benzoni

(Primo di tre articoli)

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Commenti all'articolo
  1. Probabilmente, in un Paese “normale”, specie se di antica storia, dovrebbe esservi anche una “coscienza comune”, fatta di valori-tradizioni-costumi-usanze…., che si è andata via via sedimentando nel tempo, e così radicata e trasversale da non venir mai messa in discussione, almeno nei suoi tratti essenziali, e tale da immettersi in maniera del tutto naturale e spontanea nel percorso formativo di ciascun cittadino.

    Non sono un esperto della materia, ma mi sembra che un tempo fossero i cosiddetti corpi sociali intermedi a farsi portavoce ed interpreti di tali “sentimenti” della società, e a funzionare da contrappesi nei confronti del “potere”, politica compresa, alla quale anch’io attribuisco il primato della rappresentanza, ma anche il peso e la responsabilità di siffatto importantissimo e delicato ruolo, e avendo altresì presente che “lasciato a se stesso il potere politico tende a prevaricare”.

    La “coscienza comune”, laddove è operante ed autentica, può anche essere un fattore che “ingessa” in quale modo una comunità, e limita altresì il perimetro dell’azione politica, cioè il suo “fare”, ma al tempo stesso costituisce pure un elemento di reciproca garanzia, visto che la politica è per sua natura portatrice di interessi collettivi, anche molto conflittuali tra loro, e la “coscienza comune” può impedire che l’antagonismo tra i diversi partiti, o anche tra i loro singoli esponenti, metta a rischio il mantenimento di principi (etici, ambientali, economici….).

    Principi che in una determinata fase possono anche sembrare poco rilevanti, o addirittura superati, ma la cui assenza, vista col senno di poi, può creare un vuoto difficilmente colmabile per la tenuta di una società, e vanno dunque messi al riparo dalle varie “turbolenze” e “prevaricazioni”. .E’ un po’ come quando in un sistema rispunta la voglia di una rassicurante “normalità” dopo che si è spinto semmai troppo verso le “eccellenze”.

    Paolo B. 16.06.2015.

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