martedì, 6 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Il collasso di un progetto
e le sue ragioni
Pubblicato il 18-06-2015


Alla debolezza dell’offerta (di cui abbiamo discusso in precedenza) ha poi corrisposto quella della domanda politica. Si è accelerata la fuga dalle urne, in controtendenza rispetto ad altri paesi (maggiore afflusso in Inghilterra e in Spagna, l’87% in Turchia). Calo di voti per tutti i partiti, ad eccezione della Lega; minore ricorso al voto di preferenza

Un dramma caratterizzato dall’assenza di attori credibili e di pubblico. Siamo di fronte ad un edificio che crolla ma per i difetti strutturali della sua costruzione. Qualsiasi futura ricostruzione deve dunque partire dalla esatta comprensione di tali difetti.

E qui dobbiamo riferirci ai principi fondanti della seconda repubblica. Questa, esattamente com’era avvenuto dopo la caduta del fascismo, si definisce come antitesi del regime precedente. Priorità dell’economia rispetto alla politica e della società civile rispetto alla stato; raccoglimento e razionalizzazione del sistema democratico al posto dell’ulteriore estensione dei suoi impegni e dei relativi diritti da soddisfare; personalizzazione della politica (il “sindaco d’Italia”), con annesso suo risanamento attraverso l’introduzione dello schema bipolare.

In tutto ciò c’era, com’è ovvio, una “pars destruens” e una “pars construens”. La prima è sempre al centro dell’interesse e ha suscitato forti contrasti ma, comunque, è andata sempre avanti, soprattutto per l’oggettiva debolezza di coloro che la contrastavano.

Ma è proprio con la progressiva distruzione del vecchio ordine (giusta o sbagliata che fosse) che è emersa la totale inconsistenza del nuovo. Il vecchio edificio andava certamente “rimesso a norma”. Il nuovo non sta proprio in piedi. Siamo in una situazione in cui è impossibile tornare alla prima repubblica mentre non si scorgono tracce della terza . A furia di riforme, l’Italia è diventata informe, priva di un qualsiasi collante unitario (su questo, molto significativa la riflessione di Bolognesi) e, al tempo stesso, di qualsiasi punto d’appoggio per riprendere il suo cammino. La condizione peggiore.

Per uscirne, la prima regola dovrebbe essere quella di diffidare dei progetti campati in aria; anche perché ispirati a puro e semplice cretinismo istituzionale. Dedicheremo perciò l’ultima parte di questa nota a esaminare due suoi“casi di scuola”- appunto il “sindaco d’Italia” e il bipolarismo come “scuola di virtù”. Salvo a discutere, nella prossima, del grande Assente della seconda repubblica: lo Stato.

Per riuscire, il progetto del “sindaco d’Italia”doveva partire, appunto, dal sindaco d’Italia; e cioè dall’elezione diretta del presidente della repubblica. Un disegno intorno al quale costruire un nuovo sistema elettorale (il doppio turno di collegio) e istituzionale. Lasciata a se stessa, l’elezione diretta dei sindaci (collegata alla limitazione temporale del mandato) ha semplicemente immesso sul mercato politico una serie di potenziali salvatori della patria che, persa la dimensione locale, non riuscivano a trovarne nessun’altra (vedi, tra gli altri, Rutelli, Veltroni, Bassolino e il patetico “partito arancione”). Si aggiunga che la combinazione micidiale tra mandato plebiscitario e collegato potere personale dei sindaci/presidenti di Regione e il mantenimento delle liste di partito, con relative preferenze è stata assolutamente devastante: privi di potere e di possibilità di controllo sulla cosa pubblica, le assemblee elettive sono state fatalmente spinte verso un “consociativismo degli affari” garantito dall’assenza di qualsiasi controllo. Risultato: una democrazia civica ridotta al lumicino.

In quanto all’avvento della virtù nei comportamenti individuali e collettivi e nella ortodossa gestione della cosa pubblica, un bipolarismo pervaso dalla cultura del berlusconismo non era certo il terreno più adatto per realizzarla. Un’operazione siffatta (che comprendeva anche la lotta alla criminalità organizzata ) poteva avvenire solo in un clima di unità nazionale e con il concorso delle maggiori forze politiche. Era la via suggerita dai messaggi di Cossiga e dal discorso di Craxi alla Camera del luglio del 1992. Si offriva l’opportunità di lottare tutti insieme contro un morbo che aveva radici strutturali e che aveva colpito tutti (non c’è la corruzione perché ci sono singoli corrotti; ci sono singoli corrotti perché c’è la corruzione). Ma nessuno raccolse questa sollecitazione. E gli ex comunisti meno di tutti gli altri.

Se l’avessero raccolta, la democrazia dei partiti e dei corpi intermedi (quella prevista dalla Costituzione) si sarebbe probabilmente salvata e, faticosamente, rinnovata. E non avremmo avuto né Berlusconi né gli altri più o meno fasulli salvatori della patria. Averlo respinto ha portato il Pd a rivestirsi di un ruolo, quello di rappresentante della questione morale- su mandato della magistratura e dell’Europa- ruolo che è stato del tutto incapace di svolgere. Alla fine del processo, queste sono entrate direttamente in campo; il Pd è entrato in pieno nel frullatore; e sono aumentate, insieme, l’ansia di virtù e la pratica della corruzione. In un gioco a somma zero.
Alberto Benzoni

(Secondo di tre articoli)
Il precedente:
Il collasso della politica

 

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. In tema di sistemi elettorali, un aspetto di primissimo piano è sicuramente quello di garantire quanto più possibile all’Esecutivo l’azione del governare, essendo giustappunto questo il suo ruolo, ma nel contempo non va considerata affatto secondaria la mappa dei contrappesi, onde evitare che si determini un soggetto politico pigliatutto, col conseguente rischio che una parte dell’elettorato non abbia rappresentanza e, inoltre, si renda di fatto più difficile il ricambio, e l’alternanza, perché sappiamo bene quale attrazione eserciti il “potere”, specie quando lo stesso è molto forte.

    Trovare il perfetto equilibrio tra le varie esigenze in campo non è di certo facile, se non impossibile, ma andrebbe quantomeno evitato che si producano .grossi disquilibri e scompensi, e in tale logica mi sembra ad esempio sbagliato assegnare, in nome della governabilità, un consistente premio di maggioranza al partito più votato, senza peraltro che gli venga richiesta una percentuale di consensi pari o molto vicina al 50% dei votanti (criterio che a sua volta non sembra essere molto in linea col rispetto della volontà popolare, un principio cui sovente ci si richiama, anche con qualche enfasi).

    Sulle preferenze i pareri sono come sappiamo controversi, e non mancano le ragioni dall’una e dall’altra parte, ma col “leaderismo” ormai divenuto la norma, e destinato verosimilmente ad aver lunga vita, la scelta dei capilista, ossia del nome “bloccato”, è in buona sostanza nelle mani del solo Segretario, senza che vi siano altre forme di “compensazione”, il che crea una situazione abbastanza sbilanciata..

    Mettendo insieme tutti questi elementi mi sono fatto l’opinione che il meccanismo elettorale vigente in diverse regioni, con candidato alla Presidenza sostenuto da una coalizione di liste, e presenza delle preferenze, ed eventualmente del cosiddetto “listino”, possa essere la formula – ove includesse anche la facoltà, attribuita al Capo del Governo, di poter sciogliere l’assemblea, e un canale preferenziale per i disegni di legge governativi – che mette insieme e concilia i vari “parametri” (governabilità, rappresentanza, equilibrio tra funzione esecutiva e legislativa……), e un simile impianto potrebbe forse andar bene anche per una Repubblica presidenziale (lo dico da inesperto della materia costituzionale, ma da cittadino interessato all’argomento).

    Nel concludere, mi verrebbe da aggiungere che laddove scompaiono i contrappesi, possono crearsi “vuoti” che non giovano alla vita delle democrazie, tanto che vent’anni orsono non furono pochi coloro che si affidarono al Cavaliere perché colmasse il “vuoto” che allora andò a formarsi, causa il venir meno di alcuni partiti storici

    Paolo B. 22.06.2015

Lascia un commento