venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Inps. Contributi 2015 
Pubblicato il 22-06-2015


Con l’arrivo del nuovo anno sono scattati gli aumenti degli oneri previdenziali dovuti per legge dai lavoratori e dai datori di lavoro agli Enti assicuratori preposti alla riscossione. Tenuto conto delle disposizioni contenute nella legge di stabilità ultima e dei recenti provvedimenti di riforma del welfare, il carico contributivo del 2015, per i soggetti obbligati, è diventato più gravoso, soprattutto per quanto concerne il lavoro autonomo. Assumendo il valore percentuale dello 0,2% come indice di inflazione programmato che incide sui minimali e sulle soglie numerarie varie, parametro indicato in via provvisoria dall’Istat per consentire l’operazione di perequazione annuale dei trattamenti pensionistici, i conti sono presto fatti. Per quanto attiene gli artigiani e i commercianti, di loro si era già occupata la finanziaria del 2012 (legge di conversione 22 dicembre 201 n. 214), che con effetto dal 01/01/2012 ha disposto l’incremento costante dell’obbligo previdenziale, ha fissato per il 2015 l’aliquota di contribuzione pensionistica delle due categorie di lavoratori autonomi rispettivamente al 22,65% al 22,74%.

Tale misura progressiva ha in pratica accelerato l’andata a regime dell’obbligazione assicurativa dovuta, per la quale era prevista il rialzo annuale di 0,45%, pianificato dal provvedimento collegato alla finanziaria 1998 (legge n. 449/1997), che avrebbe dovuto gradualmente portare l’onere contributivo verso il definitivo 24% e spostato in avanti di 1,3 punti percentuali l’obiettivo finale (partito dal 19% del 2007). Tradotto in numeri ciò significa che nel corso del 2015 gli artigiani dovranno applicare il 22,65% sui proventi di impresa conseguiti sino a 46.123 euro e il 23,65% sulla quota di reddito compreso tra 46.123,01 e 76.872 euro, massimale imponibile per il 2015. Mentre i commercianti, la cui aliquota non è stata per il nuovo anno maggiorata di uno 0,9%, destinato al fondo per la razionalizzazione della rete commerciale (per favorire cioè la cosiddetta ex rottamazione delle licenze), dovranno applicare il 22,74% sul reddito sino a 46.123 euro e il 23,74% sulla parte eccedente inclusa tra 46.123,01 e 76.872 euro. Nel 2015 il minimale imponibile ai fini della determinazione della contribuzione da versare all’Inps dovrebbe salire a quota 15.548 euro, per cui la quota assicurativa minima (comprensiva del premio di maternità) dovuta dagli artigiani sarà di 3.529,06 euro, mentre quella che dovranno corrispondere i commercianti sarà di 3.543,05 euro. Nulla di nuovo, invece, per quanto attiene i lavoratori dipendenti, ai quali la precedente finanziaria 2007 aveva disposto un innalzamento dell’aliquota contributiva destinata al fondo pensioni di uno 0,30%. Per cui il valore percentuale dell’onere previdenziale riferito all’invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs) dovuto all’Istituto assicuratore rimane ancora disposto al 33% (era del 32,70% fino al 2006), di cui 23,81 a carico dell’azienda (dato immutato) e 9,19 a carico del lavoratore. Nel 2015 la quota parte dovuta dal dipendente sale però al 10,19% (ex art. 3-ter della legge n. 438/1992) per la misura che splafona i 3.843,58 euro (pari a un dodicesimo di 46.123). I parasubordinati che risultavano comunque i più tartassati in assoluto restano fermi. Con l’incremento di ben tre punti percentuali (uno all’anno) prefigurato dalla legge di riforma del welfare a partire dal 2008 (un punto per i pensionati), l’aliquota contributiva dei lavoratori parasubordinati, già elevata di cinque punti dalla finanziaria 2007, nel 2013 raggiunge quasi il traguardo (ritenuto però non ancora conclusivo), peraltro confermato nel 2014 e nel 2015 del 27,72% (così ripartito: il 18,48% di competenza del committente e il 9,24% del lavoratore con massimale annuo di 100.324,00 euro). Un mancato adeguamento assicurativo che opportunamente favorisce il settore più in difficoltà e svantaggiato del mercato del lavoro. Questa particolare ed atipica tipologia di lavoratori, nell’arco temporale di un decennio ha in sostanza dovuto fare fronte ad un maggiore prelievo di circa oltre dieci punti che incide in maniera davvero notevole sui loro complessivamente modesti compensi. E’ importante sottolineare, inoltre, che la più volte citata finanziaria 2007 ha riconosciuto alle iscritte alla Gestione separata il congedo parentale (con un indennizzo economico pari al 30% dell’indennità di maternità, per tre mesi  entro il primo anno di vita del bambino), finanziato con una ulteriore implementazione dell’onere assicurativo da corrispondere dello 0,72% dovuto nello specifico dai soggetti sprovvisti di altra copertura previdenziale, ovvero non intestatari di assegni pensionistici.

Ciò premesso ecco cosa cambia, per il 2015, nella gestione separata Inps: il lavoratore non iscritto ad altro fondo obbligatorio pagherà un contributo del 27,72% (27 più lo 0,72 destinato al fondo maternità e assegni familiari), di cui 9,24% a suo carico e il 18,48% a carico dell’azienda committente, entro il tetto limite (massimale) di 100.324,00 euro; il lavoratore già iscritto ad altro fondo obbligatorio, ovvero titolare di trattamento pensionistico, verserà un contributo del 23,50% (7,17 a suo carico e 16,33% a carico del committente), entro la soglia dell’imponibile massimo previdenziale di 100.324,00 euro. Per quanto concerne l’accredito dei contributi basato sul minimale di reddito si segnala che per l’anno in corso la sua misura è pari ad euro 15.548,00. Pertanto gli iscritti con aliquota del 23,50% avranno l’accredito dell’intero anno con un contributo annuo di euro 3.653,78, mentre gli altri iscritti (quelli al 27,72%) otterranno lo stesso beneficio con una contribuzione annua pari a euro 4.309,91 (di cui 4.197,69 ai fini pensionistici.

Covip. Relazione 2014 alla Camera 

Stato della previdenza complementare in Italia e ruolo di vigilanza nei confronti delle Casse private dei professionisti. Li ha illustrati Francesco Massicci, presidente della Covip, Commissione di vigilanza sui fondi pensione, giovedì scorso 11 giugno, alla Camera dei Deputati (in Piazza Montecitorio, a Roma), diffondendo i contenuti della relazione annuale sull’attività svolta dall’organismo nel 2014. Il vertice della Covip, si legge in una nota, ha presentato “in un contesto macroeconomico che, sia pure in leggera ripresa, ha ancora prospettive incerte, lo sviluppo di un welfare integrativo possa rappresentare da un lato un’efficace leva di governo, a sostegno dei bisogni sociali dei cittadini, e dall’altro favorire la crescita dell’economia reale del Paese”. All’evento ha preso parte il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti.

Lavoro. Contratti stabili nel primo trimestre dell’anno 

Nei primi tre mesi del 2015 le assunzioni complessive a tempo indeterminato sono state 552.665 a fronte di 475.854 cessazioni, con un saldo positivo quindi di 76.811 contratti stabili. E’ quanto emerge dal Sistema delle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro. Le assunzioni stabili sono salite del 24,6% sullo stesso periodo 2014. Nel primo trimestre 2015 i licenziamenti sono stati 187.578 con una diminuzione del 12,1% rispetto allo stesso periodo del 2014 (213.505). Emerge dalla comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. I licenziamenti scendono sotto quota 200.000 per la prima volta dall’inizio del 2012, inizio delle serie storiche pubblicate.

Amianto. Pubblicato nuovo studio dell’Inail 

Sul sito della rivista scientifica open access BMC Cancer, specializzata in materia oncologica, è stato pubblicato un articolo che riassume i risultati di un innovativo lavoro di analisi territoriale dei casi di mesotelioma, basato sui dati di esposizione rilevati dal Registro nazionale dei mesoteliomi (ReNaM). A realizzarlo sono stati i ricercatori Inail del laboratorio di epidemiologia del Dimeila (Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale) insieme agli esperti dei Centri operativi regionali (Cor), articolazioni del ReNaM che hanno il compito di identificare tutti i casi di mesotelioma insorti nel proprio territorio.

Quasi 12mila storie occupazionali, residenziali e familiari. Lo studio, che risulta essere uno dei più letti e scaricati tra quelli pubblicati su BMC Cancer, ha individuato con tecniche statistiche bayesiane 32 cluster di comuni e analizzato 15.322 casi incidenti (ovvero in vita al momento della rilevazione) di mesotelioma registrati dal ReNaM, con diagnosi formulata nel periodo compreso tra il 1993 e il 2008. Per la prima volta in Italia questi dati sono interpretati alla luce dei dati di esposizione rilevati dai Cor, che hanno raccolto 11.852 storie occupazionali, residenziali e familiari attraverso interviste individuali, dirette o indirette, per identificare le modalità di esposizione. Nel dettaglio, tra gli uomini intervistati l’esposizione all’amianto è stata accertata nell’86,4% dei casi (7.538 su 8.724), mentre tra le donne la stessa percentuale è pari al 60,3% (1.888 su 3.128).

Marinaccio: “Un approccio innovativo rispetto al passato”. “In passato sono state svolte analisi territoriali e comunali dei decessi per mesotelioma con dati di minore qualità diagnostica e senza avere a disposizione informazioni sulle modalità di esposizione – spiega il responsabile del responsabile del ReNaM, Alessandro Marinaccio – In questo studio, invece, per la prima volta abbiamo utilizzato i dati di esposizione rilevati nelle interviste per descrivere le ragioni della presenza di cluster di casi di mesotelioma in ciascun territorio identificato”. Tra i siti analizzati spiccano Biancavilla Etnea, per l’esposizione ambientale da fluoroedenite, Casale Monferrato, Broni e Bari, per la presenza di impianti di produzione di manufatti in cemento amianto, e La Spezia, Genova, Monfalcone, Trieste, Castellamare di Stabia, Livorno e Ancona, per la presenza di cantieri navali.

“Particolarmente alta la quota delle donne”. Un dato interessante emerso dalla ricerca riguarda il rapporto di genere uomo-donna: tra i casi analizzati è pari a due casi e mezzo di sesso maschile per ogni caso di sesso femminile. “Questo rapporto, particolarmente basso in Italia, anche comparato ad altri Paesi con disponibilità di dati, per una malattia di prevalente origine occupazionale è significativo – sottolinea Marinaccio – Nel nostro Paese, infatti, la quota di casi di sesso femminile è particolarmente alta e la spiegazione può essere la circostanza di un impiego nel passato delle donne in settori coinvolti nell’esposizione, come il tessile e l’industria del cemento amianto, elevato per ragioni di storia industriale”. Il peso dell’esposizione non occupazionale nell’insorgenza del mesotelioma è stimabile, secondo il ReNaM, intorno al 10%. Il 10% dei casi di mesotelioma è cioè determinato da esposizioni all’amianto occorse in ambito non lavorativo, per le quali è rilevante la quota femminile.

Il prossimo step: individuare le località di esposizione. Premesso che i casi osservati al momento della diagnosi sono assegnati al municipio di residenza, come vengono valutati i casi di quei lavoratori che sono residenti in un comune ma sono stati esposti in un altro, dove si è svolta la loro storia professionale? La risposta a questo quesito, che introduce il problema della migrazione lavorativa, costituisce la prossima fase di studio dei ricercatori. “L’analisi per comune ‘di esposizione’ avrà l’obiettivo di superare questo limite e sarà il prossimo step del nostro lavoro”, conferma Marinaccio.

La fibra killer estratta e lavorata ancora in molti Paesi. La ricerca ricorda anche che la produzione di amianto nel nostro Paese ha raggiunto il suo culmine nel periodo compreso tra il 1976 e il 1980, ma si è mantenuta intorno alle 100mila tonnellate all’anno fino al 1987, con l’import di asbesto che nel 1991 superava ancora le 50mila tonnellate. Considerata la lunga latenza del mesotelioma – generalmente di 35-40 anni a partire dalla prima esposizione – questi riferimenti temporali non consentono di considerare chiusa la questione amianto in Italia. Malgrado i risultati scientifici non lascino dubbi sui danni per la salute che comporta il suo utilizzo e sebbene tutti gli organismi e le istituzioni internazionali, come l’Ilo e l’Organizzazione mondiale della sanità, abbiano sollecitato a più riprese la sua messa al bando, la fibra killer continua a essere estratta, lavorata ed esportata in molti Paesi.

Carlo Pareto 

                                                                    

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