domenica, 4 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

La Questione Meridionale
‘scomparsa’ e dimenticata
Pubblicato il 16-06-2015


SudMariano D’Antonio, professore di Economia dello sviluppo presso l’Università di Roma, nel saggio a più voci da lui curato e di recente pubblicazione, “Chi ha cancellato la questione meridionale?”, afferma, in apertura dell’Introduzione, che il “Mezzogiorno come problema degli italiani, dell’intera nazione, in larga misura è uscito dalla scena” Quindi prosegue, notando che gli addetti ai lavori, “quelli che una volta si chiamavano i meridionalisti, fanno fatica a presentare i loro argomenti a difesa delle popolazioni che vivono miseramente nei territori più poveri del Paese”, dove il reddito medio per abitante è inferiore di un terso rispetto a quello delle regioni più ricche, la povertà è più diffusa, la disoccupazione, in particolare quella giovanile, è più alta che nel resto dell’Italia. Eppure – continua D’Antonio – nell’opinione pubblica italiana e nei centri decisionali “della politica, delle strategie d’impresa, del sistema bancario, dei sindacati, il Mezzogiorno non fa più notizia”, quasi che si “possa parlare delle scomparsa se non della fine della questione meridionale”.

Una volta, dopo l’avvento della Repubblica, non era così, in quanto la questione meridionale era divenuta una questione della politica nazionale, il cui obiettivo era quello di perseguire la fuoriuscita delle regioni del Mezzogiorno dalla condizione di arretratezza nella quale versavano sin dal raggiungimento dell’Unità nazionale. Se il problema del Mezzogiorno è stato rimosso dall’agenda della politica nazionale, allora – si chiede D’Antonio – “chi è stato a cancellarla? Chi è, chi ne sono i responsabili? E come si possono contrastare per riportare la questione meridionale al centro della discussione politica italiana?”

Alla prima domanda, D’Antonio risponde che non c’è un responsabile e che la “scomparsa” è semplicemente l’effetto della crisi esplosa a partire dal 2009; effetto, questo, che può essere letto in due modi alternativi, a seconda che lo si consideri dal punto di vista delle “regioni forti”, oppure da quello delle “regioni deboli”. Alla diversa valutazione dell’effetto della crisi sono da ricondursi le polemiche che si sono accese in Italia a cavallo degli anni della crisi; tipiche sono le controversie sul problema del “residuo fiscale” (differenza tra entrate e spese del settore pubblico registrata a livello regionale) ed a quello dell’”opportunismo sociale” nella produzione della “prova dei mezzi” per l’accesso ai sussidi ed a servizi erogati dagli enti locali.

Nel caso del residuo fiscale, il segno positivo della differenza tra entrate ed uscite del settore pubblico delle regioni economicamente avanzate è servito a compensare, attraverso la ridistribuzione fiscale del reddito, il segno negativo delle regioni arretrate, per assicurare gli standard minimi dei servizi pubblici forniti a tutti cittadini. E’ stato difficile contenere le proteste delle regioni più avanzate; ciò perché non è bastato il richiamo all’unità nazionale e alla solidarietà, in quanto sarebbe stato necessario dimostrare che gli esiti della ridistribuzione venivano saggiamente utilizzati per riscattare dall’arretratezza le regioni meridionali, scoraggiando tutti i possibili comportamenti opportunistici delle loro popolazioni.

La corretta utilizzazione dei residui fiscali in funzione del superamento dell’arretratezza avrebbe, tra l’altro, dovuto impedire il diffondersi di pratiche irregolari, spesso illegali, per acquisire il diritto all’accesso ai sussidi ed ai servizi pubblici locali; comportamenti, questi, che sono valsi, da un lato, a diffondere ed a radicare i molti pregiudizi nei confronti delle genti meridionali e, dall’altro lato, ad impedire la formazione di quel particolare fattore di crescita e sviluppo costituito dal capitale sociale, ovvero da quel mix di senso civico, di rispetto del principio di legalità nei comportamento pubblici e di legittimazione delle istituzioni; fattori universalmente considerati come pre-condizioni irrinunciabili per il funzionamento efficiente ed efficace dell’organizzazione di un dato sistema sociale a livello di tutte le sue articolazioni territoriali.

La mancata formazione di un adeguato capitale sociale all’interno delle regioni meridionali ha costituito la causa prima del fallimento delle politiche meridionalistiche; di ciò si è avuta prova dopo la fine dell’intervento straordinario all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso. Il nuovo indirizzo che si è voluto dare alla politica meridionalistica, osserva D’Antonio, intendeva fare leva “sulle iniziative locali, sulle intese tra istituzioni e forze produttive, che partendo dalla mobilitazione delle risorse esistenti nei territori potessero dare impulso alle forze economiche”.

La spinta che ci si attendeva potesse venire dal basso si è esaurita dopo pochi anni; se sono fallite, sia le strategie di sviluppo governate dal centro, che quelle governate a livello locale, diventa inevitabile chiedersi: cos’è mancato perché tutte le politiche fallissero? Quali fattori rilevanti non sono stati considerati? “La risposta immediata – afferma D’Antonio -, forse la più facile, che ancora oggi circola tra gli osservatori, in particolare tra gli economisti, è che le risorse, specie i finanziamenti pubblici, non sono state sufficienti allo scopo da raggiungere”. Questa risposta pare inadeguata allo steso D’Antonio, perché manca di considerare la persistenza della relazione perversa, alla quale non è mai stata riservata la dovuta considerazione, che ha sempre reso inefficienti le politiche meridionalistiche: ovvero, la relazione che intercorre tra la mancata formazione del capitale sociale nelle regioni deboli e l’insuccesso delle politiche meridionalistiche. Lo scarso capitale sociale è sempre stato, nello stesso tempo, effetto e causa della bassa crescita: quest’ultima ha ostacolato la formazione del capitale sociale, la cui bassa disponibilità si è riverberata negativamente sulla riduzione dell’arretratezza.

Senza negare l’esistenza e la persistenza dei molti pregiudizi formulati ai danni delle popolazioni delle regioni meridionali, conclude D’Antonio, occorre riconoscere che i fallimenti delle politiche meridionalistiche sono da ricondursi ai meridionali, che, coi loro comportamenti opportunistici, hanno affievolito o annullato la cooperazione reciproca e quella con le istituzioni pubbliche.

Lo scoramento di D’Antonio può esser capito e giustificato, sol che si percorra brevemente la storia della politica meridionalistica dal dopoguerra in poi. L’idea che il problema del Mezzogiorno dovesse essere risolto nell’ambito dell’intera nazione italiana era condivisa dalla generalità dei più autorevoli rappresentanti del meridionalismo post-bellico, quali Luigi Sturzo, Guido Dorso, Manlio Rossi-Doria, Emilio Sereni ed altri ancora. Questi hanno sempre sostenuto che il problema dovesse essere risolto in presenza di un esteso autonomismo per tutte le regioni, col sostegno della solidarietà dell’intera nazione italiana, intesa come “patrimonio” dal quale attingere le necessarie risorse culturali, politiche ed economiche.

Per i moderni meridionalisti, come per tutti quelli che li avevano preceduti, risolvere la Questione meridionale significava dare forma e sostanza all’unità nazionale attraverso la costruzione della nuova Italia che ci si attendeva dovesse nascere dopo il 1945. Quest’idea centrale è stata smarrita con il prevalere della logica di un intervento straordinario realizzato in assenza delle pre-condizioni necessarie per garantirne il successo; con tale forma di intervento, le regioni meridionali sono state estraniate e deresponsabilizzate rispetto ad ogni processo decisionale riguardante gli obiettivi da perseguire e le forme più convenienti di impiego dei mezzi utilizzati allo scopo.

In tal modo, l’esclusione delle società civili meridionali dalla progettazione del proprio futuro ha determinato forme di intervento fondate solo sulla “manipolazione degli aggregati economici”, nella presunzione che le pre-condizioni mancanti si creassero spontaneamente. Tutto ciò è accaduto nell’ipotesi, dimostratasi infondata, che il miglioramento del reddito disponibile, indotto dalla manipolazione dei soli aggregati economici, sarebbe bastato a provocare, in tempi rapidi, l’adeguamento spontaneo delle regioni meridionali alla logica di funzionamento di un nuovo e dinamico sistema economico.

L’idea che alla base della rimozione dei vincoli dello stato di arretratezza dovessero esserci solo consistenti investimenti, coi quali finanziare “processi forti” di industrializzazione, ha però condotto alla istituzionalizzazione di politiche di intervento che hanno favorito, come afferma D’Antonio, la diffusione nelle regioni meridionali di un esteso opportunismo e di una diffusa corruzione ambientale. La reazione ai risultati non soddisfacenti della politica adottata, fondata sull’assunzione dell’ipotesi che per promuovere la crescita e lo sviluppo delle regioni meridionali fosse stata sufficiente la sola manipolazione delle variabili economiche, ha condotto all’abolizione dell’intervento straordinario ed alla condivisione della necessità di affidare il futuro delle regioni del Sud dell’Italia all’autogoverno delle risorse disponibili da parte delle stesse regioni e all’autonoma valutazione delle opportunità perseguibili.

L’approccio alla crescita ed allo sviluppo delle regioni meridionali, secondo questa prospettiva, non ha sortito esiti positivi, al pari dell’ipotesi opposta precedentemente sperimentata. A questo punto non resta che la fatidica domanda: che fare allora? Il Mezzogiorno è destinato a non avere un futuro? Con D’Antonio, si potrebbe essere tentati di suggerire di abbandonare il Mezzogiorno a se stesso, quasi che la diminuzione dei trasferimenti pubblici fosse la condizione necessaria per motivare i meridionali a dare origine alla formazione del capitale sociale mancante, senza il quale nessun cumulo di investimenti pubblici può produrre il miracolo di indurre autonomamente un processo di crescita e sviluppo.

Un possibile programma realistico di azione per i meridionali potrebbe consistere nel rimuovere, come suggerisce D’Antonio, indipendentemente dalle risorse pubbliche, i due “grandi buchi neri” che hanno bloccato la crescita e lo sviluppo delle regioni meridionali: l’inefficienza delle istituzioni locali, da un lato, e la mancanza di capitale sociale, dall’altro lato. Ma come “colmare” questi “buchi neri? La risposta non può prescindere dalla considerazione che, fino ad oggi, tutto ciò che è stato pensato e realizzato, per la rimozione dello stato di arretratezza delle regioni del Sud, è stato “calato dall’alto”.

Per il futuro, perciò, la partecipazione alla formulazione delle proposte di crescita e sviluppo dovrebbe essere intesa come momento centrale di auto-formazione ed auto-realizzazione delle popolazioni meridionali; tutto ciò dovrebbe concorrere a rafforzare la loro capacità di auto-organizzarsi, accrescendo la loro volontà di cambiare la situazione attuale. In ultima istanza, il nuovo approccio alla crescita ed allo sviluppo delle regioni meridionali dovrebbe concorrere a formare ciò che da sempre è mancato: la formazione di un’autonoma soggettività meridionale. A tal fine, occorrerà pensare, da un lato, a come realizzare la trasformazione in senso federale dell’organizzazione istituzionale dello Stato italiano; dall’altro lato, a come assicurare le condizioni di equità distributiva largamente condivise all’interno delle singole regioni.

Gianfranco Sabattini

 

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