martedì, 6 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

L’attenzione amorevole nei versi di Giovanni Turra
Pubblicato il 25-06-2015


L'autore del libro di poesie uomo, Giovanni Turra

L’autore del libro di poesie uomo, Giovanni Turra

Con Giovanni Turra (Mestre, 1973) siamo alla quarta intervista ai poeti contemporanei. Veneto, Turra è poeta e studioso trai più colti e preparati delle ultime generazioni. Laureatosi a Venezia, ha conseguito nella stessa città il Dottorato di ricerca e ivi ha insegnato a contratto. Si occupa, a livello critico, di Biamonti, Cecchinel, Zanzotto. In poesia ha esordito con “Planimetrie” (Book, 1998) ed è apparso nel “IX quaderno di poesia contemporanea” con la raccolta “Condòmini e figure” (Marcos y marcos, 2007). Nel 2014 esce “Con fatica dire fame”, summa di un quindicennio poetico, per l’editore La vita felice, con cui è finalista al ‘Premio Dedalus’.

Il tuo nuovo libro di poesia, “Con fatica dire fame”, rispecchia una condizione esistenziale e civile, scevra di retoriche. Vorresti spiegare al lettore la scelta del titolo?

L’accento è da porsi ovviamente su “fatica” e “fame”. “Fatica” ha qui almeno due accezioni: quella inevitabile del labor limae, e quell’altra, anch’essa scontata, del «male di vivere»; “fame” invece è da ricondursi in qualche modo a ciò che Lacan chiama jouissance. Tento una definizione: all’idea connessa alla scarica della tensione somatica, com’era ancora in Freud a proposito del Lustprinzips, lo psichiatra francese oppone una soddisfazione connessa con il senso. Si rompe finalmente con l’idea di un animale uomo che gode da solo e senza parole. È quanto fin dal titolo ho cercato di circoscrivere: con il libro in generale, e con alcuni suoi loci in particolare.

Badanti, immigrati, gli abitanti del Paese, i condomini popolano la tua poesia e soprattutto il Nord-Est. Cosa vuole dire per te essere nato e cresciuto in quella Regione che sulla fine degli Anni 90 è stata definita “miracolo produttivo”?

A lungo il tentativo di definire una poetica ha coinciso per me con la volontà di tracciare il mio orizzonte visibile e vivibile, che nel mio caso sono Mestre e il suo hinterland: la Mestre che ho abitato fino alla metà degli anni Ottanta era la nona città d’Italia per estensione e numero di abitanti; non un paese, dunque, com’è per molti autori regionalistici. Era la Mestre operaia del dopoguerra, educata da decenni di lotte e sovrapponibile ad altre importanti realtà produttive dell’Italia di allora. Nulla insomma a che vedere con gli scenari di un Veneto pruriginoso e codino, restituitici tante volte nell’ultimo mezzo secolo: da Signore e signori di Germi a Cartongesso di Maino. È questo il motivo per cui la mia visione del mondo e il mio registro linguistico sono assai poco connotati territorialmente (è una scelta che mi distingue da molti miei corregionali), e si avvalgono piuttosto, ma abbastanza di rado, di tecnicismi mutuati dall’edilizia. Semmai, s’incistano qua e là termini obsoleti e/o desueti, secondo l’alterna vicenda del pre – e del postgrammaticale.

Il poeta oggi è un autoescluso rispetto alla società?

Non credo si possa parlare a buon diritto di «autoesclusione» (mi ricorda il titolo di Artaud per Van Gogh, Il suicidato della società); vero è che, volendo pensare poeticamente in un’epoca da cui sono state bandite prima l’immediatezza della poesia e poi la poesia tout-court, il poeta del XXI secolo non può che riconoscersi impoetico. Ne viene che oggi comporre versi è un rischio anche maggiore che in passato. I fatti lo confermano: nelle collane di poesia dei maggiori editori italiani, i nomi dei poeti di comprovato valore troppo spesso mancano, oppure si trovano accanto ad autori il cui unico pregio è un talento autopromozionale più spiccato che in altri. In compenso, si registrano un buon fermento di iniziative a latere della grande editoria, il più delle volte sponsorizzate tramite la rete, e la vivacità di alcune riviste cartacee e telematiche, che si sono ritagliate per sé lo spazio del giusto riferimento

Vi è ancora spazio per una poesia di stampo civile?

La miglior letteratura è sempre civile, a mio modo di vedere, ma un eccesso di intenzione non giova alla poesia. Per spiegarmi: amo Gli strumenti umani di Sereni, molto meno Trasumanar e organizzar di Pasolini.

Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione? E quali secondo te oggi sono quelli che hanno qualcosa da dire?

Ciò che più mi preme è di affondare nella vischiosa opacità del quotidiano, con l’ambizione di tradurre alcune verità esistenziali nel linguaggio del senso comune. In questo, la folla di necessari numi che mi tutelano include una vasta e vaga zona della poesia realistico-espressivista che, dalle origini della nostra letteratura, potrebbe arrivare, infittendosi di nomi via via che si attraversa il Novecento, sino al feticismo laterizio di Umberto Fiori. Ma non posso tralasciare altre tradizioni che ho accostato negli ultimi anni, soprattutto quella inglese, il cui campione evidenzio in Philip Larkin («The Master of Ordinary», secondo l’epiteto conferitogli da Walcott), e quella americana, su tutti William Carlos Williams («No ideas but in things»). Quanto all’oggi, e all’Italia in specie, è difficile per me rispondere, non essendo io un lettore maniacalmente aggiornato; e tuttavia ci provo: tra i meno giovani, amo De Angelis, Buffoni e Benedetti; tra i nati negli Sessanta e Settanta, leggo Raimondi, De Marchi e Gezzi; per gli anni Ottanta, seguo dappresso Di Dio, Mancinelli e Rusconi.

Questo libro racchiude il tuo lavoro poetico di un quindicennio. Una summa e consultivo sia come poeta sia come uomo. E ora?

In poesia, come nella vita, ho imparato che non si butta via niente, che tutto serve. Il ciarpame dell’anima è fin dai primordi salvato dalla benedizione di Ecate, signora delle ombre e degli incubi notturni; persino lo spreco che faccio di me stesso può essere ricondotto a Lei. Una vita sconclusionata e piena di problemi è l’iniziazione ai misteri di Ecate. Uso come sono a degradarmi, mi riesce di abbassare la guardia e di muovere verso il mondo infero e le ombre che lo popolano. Ombre del Regno dei Morti sono anche gli animali, che di frequente si accampano nella mia poesia. Come nei sogni, essi non sono immagini di animali, ma immagini come animali. Io cerco di riservare loro l’ancestrale rispetto dell’uomo primitivo, che disegnava alla luce di una fiaccola: non di rado infatti la mia poesia sembra ispirarsi alle pitture rupestri dei nostri lontanissimi progenitori. Tutt’al contrario di Eracle: nella Casa di Ade, l’eroe sbaglia le sue mosse, e quelle che compie sono violente. Le ombre fuggono al suo arrivo, dileguandosi come i sogni nel mondo diurno. Occorrono invece caverne vaste e attenzione amorevole. Allora gli animali verranno e ci racconteranno di sé, e a noi sarà dato di poter ridire quanto è sepolto nella terra più scura e nelle tenebre.

Andrea Breda Minello 

Due testi da Con fatica dire fame (La Vita Felice, 2014)

con fatica dire fame

Issata sopra molle è la mia testa

e balla a ogni alzata di spalle

e crolla giù. E se faccio no col capo,

mi si rovescia l’occhio nell’occhiaia.

Non ho equilibrio come vedi

né sostegno alcuno. E calzo

spaiati due trentotto, entrambi

destri. E non posso portar pesi.

Neppure la sportina con il miglio

e la foglia di lattuga.

E quando con fatica dico fame,

mi accennano con gridi dalla strada,

non mi lasciano frinire.

perché sì

Noi diamo sulla voce a chicchessia.

Diciamo  perché sì    

così è

  si deve

   bisogna.

Non parlano tu dici gli animali.

Una lingua e non il cibo

indicibilmente ci divide: noi

e loro. Parlano invece:

silente si avvicina e mi tenta con il muso

dov’è più molle, dietro le ginocchia.

Ma poi, la dignità non gli concedo

di essere ascoltato.

Un inedito (giugno 2015)

avere ragione

Domenica, ora viola.

Precipita a lento moto sul bidè

un omarino di rette sghembe.

O dovrei dire piuttosto un kiwi

o l’uccello trampoliere.

Ripeteva l’asimmetrica posa

di un piede sospeso a mezz’aria,

invece di cacciarlo nella bocca

allargata del pigiama.

In silenzio mi vien fatto di pensare

a quanto avessero ab antiquo

avuto ragione:

avere fatto del cavallo

attributo di re.

 

 

 

 

 

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