giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Mezzogiorno, oggi ci sono
le condizioni per farlo ripartire
Pubblicato il 22-06-2015


“Il Nord balza in avanti e il Sud collassa”, ha scritto pochi giorni or sono “The Economist”, riproponendo il tema dell’arretratezza del nostro Mezzogiorno, purtroppo rimosso dall’agenda politica del nostro Paese.

Alcuni dati. In sette anni, dal 2007 al 2014 su 943.000 italiani che hanno perso il lavoro, il 70% sono cittadini del Sud; tra il 2001 e il 2013 si sono spostate dalle regioni meridionali 700 mila persone, prevalentemente giovani tra i 15 e i 34 anni, e l’Istat prevede che nei prossimi cinquant’anni il Sud potrebbe perdere un quinto della sua popolazione, qualcosa come oltre 4 milioni di persone che si sposterebbero verso il Nord Italia oppure oltre frontiera.

Critichiamo tanto la Germania, e a ragione per le stolide politiche di austerity imposte all’Europa, però i tedeschi hanno vinto la scommessa della riunificazione post-1989, inglobando un territorio molto più ampio del nostro Sud attraverso un grande flusso di aiuti comunitari, utilizzati al meglio e non sprecati tra mafie, clientelismi politici e tangenti.

Ma questa condizione può mutare, poiché dalle recenti elezioni regionali è scaturito un quadro politico che vede il Meridione uniforme al governo nazionale, con un ruolo guida del Partito democratico. Una grande opportunità quindi, per rilanciare il Sud, pur nella sua asimmetricità sociale ed economica, all’interno di un’azione unitaria, basata su di una programmazione generale degli interventi, che consideri il Mezzogiorno come una macro-regione in cui investire, selettivamente sul territorio, in infrastrutture, cultura, industria, ricerca e capitale umano, per riagganciare, come l’obiettivo di medio periodo, il resto del paese.

A disposizione ci sono significative risorse finanziarie, a partire da cosiddetto “Piano Juncker”, che prevede stanziamenti a regime per 315 miliardi di euro, oltre ai “Fondi strutturali” per le aree meno sviluppate, in gran parte inutilizzati (si veda la Sicilia!) o, peggio, dissipati in micro-interventi. Bisogna ripartire dalla infrastrutture, quale motore di un ciclo di sviluppo che stimoli occupazione e domanda, in primo luogo per strade e autostrade, porti, aeroporti e ferrovie, così come si deve investire sul capitale umano, in primo luogo sulle penalizzate università meridionali rispetto a quelle del Nord.

Il problema, insomma, e quello della modernizzazione di sistema del Sud, per ridurre forti diseguaglianze territoriali.

Ma per fare questo, il tema del Mezzogiorno, ai giorni nostri, non si può ridurre solo alle risorse finanziarie, poiché il più grave problema negli ultimi venti anni, quelli della cosiddetta “seconda Repubblica”, non risiede soltanto nelle risorse economiche da mobilitare, quanto nella degradazione nella gestione della cosa pubblica, con la degenerazione della classe politica, non solo meridionale, e la drammatica diffusione dell’economia criminale.

Serve un vero riformismo meridionale”, come quello del grande economista e senatore socialista Manlio Rossi Doria, protagonista all’alba della Repubblica della battaglia per la riforma agraria, basata sul “pragmatismo strutturalista”, agli antipodi dagli stereotipi del meridionalismo frutto di ideologismi astratti e manichei; Rossi-Doria, già nel 1948, scrisse ad un altro illustre meridionalista, Gaetano Salvemini: “Continuo il mio lavoro nel Mezzogiorno convinto come sono che l’unica cosa che conta è lavorare sodo attorno a problemi concreti”. Un monito per il governo nazionale e la politica del nostro Sud.

Maurizio Ballistreri

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