lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

«Devastazione e sofferenze senza precedenti a Gaza»
Pubblicato il 25-06-2015


Gaza-bombardamentiNew York, 24 giugno – Un nuovo capitolo nella infinita guerra fra Israele e Palestina cerca di fare il punto su quanto avvenuto nella violenta ripresa dei combattimenti nell’estate dello scorso anno. Tramite il rapporto presentato a Ginevra lo scorso 22 giugno, la Commissione indipendente delle Nazioni Unite incaricata di riferire sul conflitto di Gaza del 2014 ha cercato di stabilire alcuni punti fermi nell’ambito di una questione che presenta ancora  molti  lati oscuri, tanto per quanto riguarda Israele quanto per i gruppi armati palestinesi.

“Uno scenario di devastazione e sofferenza” così il giudice Mary McGowan Davis, a capo della Commissione, descrive quello di fronte al quale si sono trovati gli emissari delle Nazioni Unite durante un’indagine che, iniziata a conflitto ancora in corso, ha necessitato di quasi un anno per presentare un documento che probabilmente verrà utilizzato come base per un futuro processo della Corte Penale Internazionale. Nel corso di una guerra che ha portato alla morte di almeno 1462 civili palestinesi e 6 israeliani (più 1600 feriti),  continua il rapporto, “l’ampiezza della devastazione e della sofferenza umana a Gaza è stata senza precedenti e avrà un impatto sulle generazioni future”.

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Particolarmente violenta sia nei risultati che nelle modalità di esecuzione degli attacchi, infatti, la guerra dello scorso anno, seppur relativamente breve, ha stabilito dei precedenti pericolosi. La discussa pratica del roof knocking israeliano, il “bussare” sui tetti degli edifici che stanno per essere colpiti, per “dare modo alla popolazione civile di fuggire”, ne è il primo esempio. Nell’utilizzare strumenti estremamente precisi per colpire gli obiettivi, che hanno portato alla distruzione di circa 18mila edifici negli appena 51 giorni di durata del conflitto, infatti, Israele ha utilizzato questa tecnica per giustificare l’uccisione di civili, che se non fuggiti in tempo sarebbero da considerarsi a tutti gli effetti “combattenti”, ma che in realtà avevano a disposizione un tempo del tutto insufficiente per mettersi in salvo, ma nello stesso tempo non è riuscita a spiegare perché dei palazzi civili fossero, in primo luogo, da considerarsi degli adeguati obiettivi militari. Grazie a questa strategia,  la breve ma devastante operazione dello scorso anno, il cosiddetto Protective edge, ha totalizzato, in meno di due mesi guerra, un numero impressionante di vittime civili palestinesi, un terzo delle quali costituito da bambini, tra i quali anche i quattro cuginetti uccisi sulla spiaggia che sono diventati il simbolo di un conflitto nel quale l’esasperazione reciproca ha portato a una cancellazione non solo dei diritti umani, ma anche dei più elementari sentimenti di empatia.

Da una parte è ancora forte nell’opinione pubblica l’immagine dei civili israeliani che, sdraio all’aperto e birra in mano, si godono le esplosioni su Gaza con lo stesso entusiasmo che nel resto del mondo si stava dedicando ai Mondiali di calcio, dall’altra il rapporto delle Nazioni Unite, seppure decisamente aspro con Israele, non è affatto tenero neppure nei confronti di Hamas. La scoperta di un fitto reticolo di tunnel che da Gaza portano ad Israele, utilizzati per tendere agguati ai soldati, furono infatti uno degli elementi principali che portarono all’esplosione del conflitto, terrorizzando la popolazione israeliana. In quei lunghi mesi, da Hamas sono arrivati circa 7mila fra razzi e colpi di mortaio, a fare da contraltare ai 6mila raid aerei e 50mila colpi da terra israeliani.

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Si tratta, come sempre, di un’opposizione di forze altamente sbilanciate ma che stavolta hanno entrambe portato lo scontro all’estremo delle proprie possibilità. Il documento finale sulla guerra di Gaza, è stato anticipato l’11 giugno scorso da alcune dichiarazioni del primo ministro israeliano Netanyahu, che nel presentare il rapporto della commissione israeliana, ha voluto definire quella dell’ONU verso Israele “una vera e propria ossessione” e il rapporto che ne è conseguito “motivato politicamente e moralmente imperfetto”, in quanto non distinguerebbe fra il comportamento morale dello stato ebraico e le organizzazioni terroristiche che questo si è trovato a fronteggiare.

Israele, ribadisce ancora una volta Netanyahu secondo il suo ormai stanco leitmotiv “non commette crimini di guerra”. Un’affermazione palesemente smentita dai fatti, che serve solamente a mettere le mani avanti rispetto ad una futura indagine della Corte Penale Internazionale. Proprio questo è l’auspicio del portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, il quale chiede che il rapporto venga sottoposto al più presto all’autorità della Corte perché accerti le responsabilità di Israele. Quale che sia il risultato di questa inchiesta, tuttavia, un elemento appare chiaro a tutti: a meno di grossi cambiamenti nei negoziati di pace (una flebile speranza viene dalle non confermate voci di attivi colloqui informali fra le parti), una ripresa del conflitto sembra davvero inevitabile e la nuova stagione del governo Netanyahu non ispira di certo un grande ottimismo.

Costanza Sciubba Caniglia 

 

 

 

 

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