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Opinioni e commenti
 

PD, finite le regionali comincia la guerra
Pubblicato il 03-06-2015


Elezioni regionali 2015Il ‘nuovo che avanza’, Vincenzo De Luca, già sindaco di Salerno, scelto da Renzi obtorto collo per non perdere la Campania nelle regionali, almeno una promesso l’ha già mantenuta, la querela alla presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, rea di averlo inserito nella lista degli ‘impresentabili’ a 48 ore dal voto. De Luca, anche se per tre punti percentuali soltanto, ha vinto, ma ancora non si sa se potrà mai sedersi sulla poltrona che è stata di Caldoro in virtù di quella Legge Severino che impedisce di assumere incarichi pubblici se condannati in primo grado. Ed è il caso di De Luca che è ancora in attesa dell’appello per il reato di abuso d’ufficio commesso nella sua qualità di Sindaco di Salerno.

“Quella di De Luca – dice la Bindi – è una denuncia priva di ogni fondamento, un atto puramente strumentale, che ha scopi diversi da quelli che persegue la giustizia e che pertanto non mi crea alcuna preoccupazione”. Il Presidente in pectore della Campania l’ha denunciata per diffamazione, attentato ai diritti politici costituzionali, abuso d’ufficio.

BINDI CHIEDE LE SCUSE DEL PD
La presidente della Commissione Antimafia non solo non mostra temere il passo di De Luca, ma chiede, durante la trasmissione ‘Piazzapulita’ su La7, le scuse del suo partito: “Ritengo di aver diritto ad un risarcimento, perchè sono molti anni che servo questo Paese e le mie battaglie le ho sempre fatte a viso aperto”. “Non si può arrivare a diffamare così una persona che sta svolgendo il proprio ruolo istituzionale. Il Pd ha sbagliato a reagire in quel modo, avrebbe dovuto continuare a difendere De Luca, non a delegittimare il lavoro della Commissione Antimafia”.
L’aria che tira è invece tutt’altra almeno a sentire i rumor che arrivano dalla stanze del Nazareno dove prevale la linea facile facile di addossare tutte le responsabilità alla minoranza interna, di costringerla alla resa totale oppure ad andarsene. Lo show down ci sarà forse già alla Direzione convocata per lunedì.

L’ANALISI DEL VOTO
Lasciata da parte la questione personale con De Luca, la Presidente dell’Antimafia fa poi un’osservazione politica che risponde alle critiche durissime piovute sulla testa dell’opposizione e in particolare sul candidato concorrente di Paita in Liguria, Pastorino, invitando ad un’analisi più intelligente dei dati elettorali, a concentrarsi sulle cose che non funzionano nel partito anziché scaricare la responsabilità di scelte sbagliate sull’opposizione. “Il risultato delle elezioni – osserva – è molto positivo, ma bisogna riflettere sull’astensionismo, sui 2 milioni di voti persi, sull’apertura di un problema enorme alla sinistra del Pd, che non va liquidato con i soliti discorsi sui ‘gufi’, sulla presenza stabile ormai del Movimento Cinque Stelle, sulla Lega che cresce e sul centrodestra che se si ricompatta vince. Tutti questi elementi consigliano ad un bravo presidente del Consiglio e segretario, quale Renzi è e può essere, di riflettere e di condividere i percorsi un po’ di più di quanto è stato fatto”.

PAITA AVREBBE PERSO COMUNQUE
In effetti, in base ai dati sui flussi elettorali sviluppati dall’Istituto Cattaneo di Bologna, Raffaela Paita avrebbe perso, e male, anche senza la candidatura di Pastorino. Questa lista difatti ha tolto poco più del 2% dei voti al PD e molti di più, il 4%, al Movimento 5 Stelle. Ne ha tolti anche alla Lista fiancheggiatrice ‘Altri per Paita’ (2,7%), ma è possibile che in assenza della Lista di pastorino quei voti sarebbe piuttosto andati ad allargare le schiere degli astenuti. Il risultato in Liguria ha visto la vittoria di Toti col 34,4% mentre Paita ha avuto il 27,7%; il M5s il 22,3% (la candidata Alice Salvatore al 24,9%). Il Pd, ha perso il 18% rispetto alle europee di un anno fa. Candidatura sbagliata, campagna sbagliata, ‘effetto Renzi’ al contrario, forse uno o tutti questi elementi hanno portato alla disfatta ligure e prendersela con l’opposizione interna rischia solo di aggravare il danno.

Sergio Cofferati fiero oppositore della Segreteria Renzi, intanto ad ‘Agorà’ su Rai3, difende Rosy Bindi: “Sì, la Bindi merita le scuse per come è stata trattata”. “Quello che è successo è un venir meno di una normale prassi e di rispetto”. “Io non mi pento di aver lasciato il Pd (rottura avvenuta proprio sulla candidatura Paita ndr). Ho provato a combattere le anomalie dall’interno, ho segnalato ai massimi dirigenti del partito l’esistenza del problema ovviamente dando disponibilità a discuterne, ho chiesto ne parlassero col gruppo dirigente della Liguria. Non è stata convocata nessuna riunione, sono andati avanti…”.

Infograficaflussi-regionali

LA RADIOGRAFIA DELL’ISTITUTO CATTANEO
Intanto sul piano dell’analisi del voto, ancora da segnalare quanto scrive l’Istituto Cattaneo che attribuisce il calo secco di voti del Pd– due milioni in meno rispetto alle europee e uno rispetto alle regionali precedenti – soprattutto all’astensionismo, insomma ad elettori che ‘questa volta’ non hanno voluto votare per Renzi.

Secondo questo Istituto di ricerche è il partito del ‘non voto’ difatti ad aver sottratto, in misura maggiore, consensi al Pd e alle altre principali forze politiche. Il partito di Matteo Renzi in alcune Regioni ha perso elettori anche a favore dei Cinque Stelle o della Lega. Anche il M5s lascia al non voto un discreto pacchetto di consensi, ma dall’astensione riesce ancora, sebbene meno, a pescare. Mentre la Lega, unica ad aver ingrossato il bottino elettorale, ruba un po’ a tutti.
L’Istituto Cattaneo, per rispondere al quesito ‘dove sono andati i voti persi dai partiti (o, per la Lega, da dove provengono)?’, ha confrontato i dati delle Europee 2014 con quelli delle Regionali in alcune città: La Spezia (per la Liguria), Padova (Veneto), Livorno (Toscana), Perugia (Umbria), Napoli e Salerno (Campania), Foggia (Puglia).

DAL PD VOTI A TUTTI
Il Pd è, appunto, il partito che ha più «flussi in uscita», cioè che rispetto alle Europee ha perso più consensi. «Come poteva non essere così? — commenta Piergiorgio Corbetta, del Cattaneo — . In Italia un partito del 41%, il risultato straordinario del Pd nel 2014, non si è mai visto negli ultimi 20 anni». I dem pagano il confronto con il loro record. In ogni caso le perdite vanno soprattutto verso l’astensione: con vette a Padova (il 10% dell’elettorato) e Livorno (11,7%). Potrebbero aver pesato le polemiche interne al partito e i conflitti della sinistra con il governo, che hanno disorientato parte dell’elettorato. Ma i dem cedono anche ai cinquestelle, in 6 casi su 7 (a Salerno però è De Luca ad attrarre voti grillini), con picchi in Toscana e in Liguria: a La Spezia danno il 4% al M5S; a Livorno il 2,8%. In queste due città cedono anche alla Lega: in Liguria il 3%. Qui gli elettori ex Pd seguono più il Carroccio di un ex pd: a Luca Pastorino e alla sinistra, dai dem, va il 2,3% degli elettori.
«Alle Europee il Pd aveva guadagnato voti anche a discapito dei 5 Stelle. Potrebbero essere tornati a casa: allora Renzi era la novità, ora è al governo. Poi possono aver giocato gli scandali o il caso impresentabili», spiega Corbetta. Per il flusso dal Pd alla Lega, invece, «può aver avuto un peso la protesta contro l’immigrazione o la criminalità, che trova un’accoglienza nell’elettorato popolare, più esposto a questo conflitto, anche per la crisi».

VOTI DI PROTESTA, OGGI CI SONO, DOMANI …
Quelli di protesta, in ogni caso, sono voti volatili. Ne sa qualcosa il M5S, che in queste elezioni, pur consolidandosi con percentuali tra il 10,4 e il 22,3, perde quasi 900 mila consensi rispetto alle Europee. Molti finiti all’astensione: soprattutto a Livorno (6,3%) e Foggia (9,9%). Ma dal non voto il Movimento prende ancora (a La Spezia, il 5,3% degli elettori). «Come se ci fosse una contiguità tra la protesta e il voto ai Cinque Stelle, un elettorato a cavallo che sceglie di volta in volta».
La Lega, che in alcuni casi sottrae voti al Pd, prende anche dall’area «di protesta», da Grillo e dall’astensione. Appare invece basso il travaso di voti da Forza Italia al Carroccio. In Campania e Puglia le vittorie di Emiliano e De Luca sono state accompagnate dal successo delle liste a loro collegate, capaci di attrarre da più direzioni (dall’astensione, da Grillo e, in Campania, anche da FI). Da segnalare poi il ricorso, sempre minore, al voto di preferenza. Il «tasso di preferenza» (che misura quanto gli elettori abbiano usato questa possibilità, indicando uno o più nomi) va dal 25,7% in Umbria al 44,6% nelle Marche. Non supera mai la metà degli elettori. In Campania, dove è esploso il caso impresentabili, l’uso delle preferenze è passato dal 76,9% del 2005 al 38,6% in dieci anni. A usarle di più sono gli elettori Pd. Meno Lega e M5s.

Armando Marchio

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