sabato, 21 gennaio 2017
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Opinioni e commenti
 

Previdenza. Il minimale contributivo 2015
Pubblicato il 25-06-2015


Il prelievo dei contributi avviene direttamente dalla busta paga: il datore di lavoro trattiene una somma dalla retribuzione per poi versarla all’Istituto assicuratore. Il sistema di previdenza dei lavoratori dipendenti, iscritti nel regime generale dell’Inps, è infatti finanziato attraverso un prelievo contributivo rapportato, per la maggior parte delle categorie, alla reale consistenza salariale e, per le altre, a retribuzioni convenzionali. L’onere assicurativo è per definizione “obbligatorio”, in quanto dovuto per legge, indipendentemente da eventuali accordi tra le parti. I contributi vengono calcolati in percentuale sullo stipendio: una parte è a carico dell’azienda e una parte grava direttamente sul lavoratore. La retribuzione è formata da tutto ciò che il lavoratore percepisce, in denaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta. Tuttavia alcune voci sono escluse dal compenso erogato e non sono soggette a contribuzione, per esempio: gli assegni familiari, le somme spese per le borse di studio, gli asili nido e le colonie a favore dei familiari dei dipendenti, il trasporto collettivo del personale anche se affidato a terzi. I contributi devono essere corrisposti ogni mese dalle aziende tramite il modello di versamento unificato “F24” e sono dichiarati all’Inps con la denuncia mensile dei contributi “DM10”.

Le aziende devono trasmettere mensilmente all’Ente per via telematica, con la denuncia “Emens – Uniemens”, i dati retributivi riferiti ad ogni lavoratore dipendente e le informazioni necessarie al calcolo degli oneri assicurativi, all’aggiornamento delle posizioni previdenziali individuali e al pagamento delle prestazioni. I contributi per la pensione sono calcolati sugli emolumenti lordi del lavoratore dipendente. Nella generalità dei casi la percentuale globale è pari al 33%. La retribuzione da assumere come base per il calcolo dei contributi del dipendente non deve essere inferiore alla retribuzione minima stabilita da leggi, regolamenti, contratti collettivi nazionali o da accordi collettivi o contratti individuali. Di conseguenza, non possono essere versati all’Inps contributi al di sotto di determinati limiti annui stabiliti dalla legge, i cosiddetti minimali. Essi cambiano di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita.

Per il 2015 il minimale vigente è pari a € 200,76  settimanali, cioè € 10.440,00 annui. Se il datore di lavoro corrisponde comunque un importo inferiore, il soggetto interessato si vedrà diminuita l’anzianità contributiva in misura proporzionale all’importo versato. Il massimale invece è il limite di retribuzione oltre il quale gli oneri assicurativi non sono più dovuti. Esiste unicamente per i lavoratori a cui si applica il sistema contributivo cioè coloro: che si sono iscritti per la prima volta all’Inps a partire dal 1° gennaio 1996; ovvero che, pur essendo iscritti all’Ente prima del 1996, scelgono di andare in quiescenza con il sistema contributivo. Il massimale cambia di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita.

Per il 2015 il limite massimo oltre il quale non si devono corrispondere i contributi per la pensione è pari a € 100.324,00 annui. Per i lavoratori più anziani, il massimale influisce solo sui periodi contributivi successivi alla data in cui è stata esercitata l’opzione per il sistema contributivo. L’aspetto che più sta a cuore ai lavoratori attiene ovviamente all’osservanza e al rispetto rigoroso del minimale contributivo più che a quello relativo al massimale. Al riguardo è appena il caso di precisare (ai lettori interessati) che per ricevere, nel 2015, un anno intero di contribuzione utile per la pensione occorre – come detto – percepire uno stipendio minimo globalmente pari ad almeno 10.440,00 euro. Per molto tempo, in vero, la legge non ha fissato alcun valore retributivo per l’accredito degli oneri assicurativi necessari per la quiescenza. Ma a partire dal 1984, per evitare la costituzione di posizioni previdenziali di comodo, è stato deciso un livello minimo, indicizzato annualmente, al di sotto del quale non si ottiene la copertura integrale dei periodi assicurativi. In altri termini, il numero dei contributi da accreditare a favore dei dipendenti, ai fini pensionistici, è pari a quello delle settimane retribuite durante l’anno di riferimento, a condizione però che risulti corrisposta, per ciascuna settimana, una somma non inferiore al quaranta per cento dell’importo del trattamento minimo mensile di pensione. Ciò significa, quindi, che per il 2015 il dipendente ha diritto all’accredito contributivo pieno dell’intero anno (52 contributi settimanali) solo se la sua retribuzione complessiva risulterà almeno pari a 10.440,00 euro, ossia 52 volte 200,76 euro, che rappresenta il quaranta per cento di 501,89 euro, importo del minimo di pensione in pagamento quest’anno. Nell’ipotesi contraria si vedrà registrare un numero di settimane proporzionalmente ridotto.

Prendiamo ad esempio il caso di una lavoratrice che si impiega per un paio d’ore al giorno presso una piccola impresa magari di un conoscente. Per la sua limitata attività percepisce uno stipendio pari a 602,28 euro al mese, compenso regolarmente assoggettato a contributi. Alla fine dell’anno sul suo conto previdenziale saranno accreditati soltanto 39 contributi settimanali: gli emolumenti totali annui incassati (tredicesima inclusa) di 7.829,64 euro diviso 200,76, minimale di retribuzione settimanale utile per la copertura assicurativa per l’anno 2015. In pratica, ai fini della quiescenza, l’interessata per l’anno considerato, avrà maturato nove mesi anziché dodici; come se avesse prestato la propria opera solamente a partire da aprile fino a dicembre. Il massimale attualmente vigente è invece di euro 100.324,00, mentre il tetto pensionabile massimo è attestato a 46.123 euro. E’ appena il caso di ricordare poi che, l’aliquota Ivs dovuta all’Inps rimane ancora complessivamente fissata al 33%, di cui 23,81% a carico dell’azienda e 9,19% a carico del lavoratore. La predetta quota sale al 10,19% soltanto per la parte di retribuzione mensile eccedente i 3.844,00 euro (1/12 di 46.123 euro).

ANNO 2015

Trattamento minimo di pensione:                           euro   501,89

Limite settimanale per l’accredito dei contributi:                (40%)

Limite annuale per l’intera copertura assicurativa: euro 10.440,00

Inps a porte aperte. La previdenza dei magistrati

Prosegue l’operazione trasparenza “Inps a porte aperte”. In questa sezione, raggiungibile dall’home page del sito istituzionale, vengono pubblicate informazioni che chiariscono le regole previste per la composizione e l’effettivo funzionamento dei maggiori fondi speciali gestiti dall’Istituto. La sezione “Inps a porte aperte” è dedicata a migliorare il rapporto informativo tra Ente e cittadini, al di là degli obblighi prescritti dalla legge. L’obiettivo è quello di rendere più chiari i meccanismi di funzionamento delle prestazioni erogate dall’Istituto. L’iniziativa fa parte di quell’operazione trasparenza annunciata dal presidente Inps, Tito Boeri, all’atto del suo insediamento. E’ stata di recente pubblicata una scheda informativa sulla previdenza dei Magistrati.

I giudici, in quanto dipendenti civili dello Stato, sono iscritti alla cassa per i trattamenti pensionistici dei dipendenti dello Stato (Ctps), istituita il 1° gennaio 1996 in applicazione della legge 335/1995, come gestione separata dell’Inpdap. La soppressione dell’Inpdap, dal 1° gennaio 2012, ha determinato il trasferimento dei Fondi gestiti all’Inps. Sono 10.200 i togati iscritti alla cassa Ctps. L’importo annuo lordo medio di tutte le prestazioni pensionistiche in pagamento dei magistrati, compresi gli assegni ai superstiti, è di circa € 103.000. La cassa Ctps (che comprende tutti i dipendenti dello Stato, della scuola, dell’università e le forze armate per un totale di 1.581.000 iscritti) è gestita contabilmente in maniera unitaria, senza evidenza separata per categorie di iscritti/pensionati. Pertanto, non è possibile esporre alcun dato sulla situazione economica e patrimoniale dei soli dipendenti civili dello Stato appartenenti alla Magistratura. La nota dell’Ente assicuratore è corredata da un’apposita scheda informativa utile per ulteriori approfondimenti, nella quale si riportano opportunamente alcune particolarità previdenziali di tale comparto:

1) fino al 31 dicembre 1992 la pensione era conteggiata sulla base della retribuzione tabellare dell’ultimo giorno di servizio, maggiorata del 18 per cento (mentre per gli iscritti al Fpld si calcolava sulla media degli ultimi cinque anni senza maggiorazione, sebbene con l’inclusione di alcune voci retributive accessorie) e non esistevano tetti retributivi;

2) l’aliquota di rendimento (la percentuale con la quale nel sistema retributivo vengono valorizzati gli anni di contribuzione al fine della determinazione del trattamento di quiescenza) è del 2,33% fino al 15° anno di anzianità (diversa da quella prefigurata per la generalità degli iscritti al Fpld che è al massimo del 2%) e dell’1,80% dal 16° anno in poi.

Da un ipotetico ricalcolo contributivo delle pensioni, si evidenzia che – delle prestazioni pensionistiche del comparto con decorrenza successiva al 2004 – solo il 10% vedrebbe un aumento se ricomputate applicando il metodo contributivo, mentre la decurtazione media che le rendite dei magistrati subirebbero è dell’ordine del 12%. Rispetto ad altre categorie, le riduzioni risultano più contenute in quanto l’età e l’anzianità media alla decorrenza, rispettivamente pari a circa 70 e 46 anni, sono più elevate rispetto al complesso delle pensioni dei dipendenti pubblici e l’età non incide sul conteggio della pensione retributiva ma soltanto su quella contributiva, mentre l’anzianità, che rileva su entrambi i calcoli, nel sistema contributivo viene valorizzata totalmente. La scheda completa relativa alla previdenza dei Magistrati – si puntualizza – è disponibile nella sezione “Inps a porte aperte” sul sito dell’Istituto, insieme a tutte le altre già pubblicate.

Pensioni. Poletti: «Non possiamo creare altro debito»

Il governo è intenzionato ad aprire una discussione sulla flessibilità per l’accesso alla pensione ma non vuole “costruire altro debito”. “Non vogliamo scaricare – ha detto il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – altri pesi sulle future generazioni”. “E’ volontà del governo – ha puntualizzato il titolare del Welfare – aprire una discussione sulla flessibilità” modificando quindi la legge Fornero sulla previdenza. “Affronteremo il tema in legge di stabilità. Dobbiamo trovare un equilibrio tra la maggiore flessibilità e le compatibilità di finanza pubblica. Non vogliamo scaricare altri gravami sulle future generazioni. Non possiamo formare altro debito”. Poletti, parlando a margine della presentazione della relazione annuale della Covip, ha ribadito che l’intervento deve essere tassativamente “a costo zero per le generazioni futuro”. Bisogna decidere come ripartire il peso dell’intervento”. Occorre decidere comunque quale parte del peso deve andare a chi anticipa l’uscita dal lavoro. Infine Poletti ha sottolineato che si potrà contare probabilmente anche sulle esigenze delle imprese che hanno volontà di ricambio del personale.

Pensioni magistrati 103mila euro lordi – L’importo annuo medio delle pensioni in pagamento dei magistrati è di 103.000 euro lordi. Il dato arriva dall’Inps che accende un faro sulla categoria segnalando che circa il 90% degli assegni in pagamento è superiore ai contributi versati. La riduzione media che subirebbero i trattamenti ricalcolati con il contributivo sarebbe del 12%.

Carlo Pareto

                                                                          

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