domenica, 11 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Riforme. La Rai rischia un ritorno al passato
Pubblicato il 05-06-2015


Rai-RiformeCalo della pubblicità, degli ascolti, della credibilità dell’informazione. Tanti difetti. Tuttavia la Rai regge bene alle sfide della concorrenza, della crisi economica, del rinnovamento tecnologico. Le televisioni del servizio pubblico, nonostante tutto, hanno ancora l’egemonia degli ascolti: nel 2014 hanno ottenuto il 37,5% di share. Un risultato da far invidia agli altri servizi pubblici europei; quello tedesco si è perfino messo a studiare il “mistero” del successo e ha concluso: la ragione è nel pluralismo delle tre reti tv generaliste: Rai1, Rai2, Rai3 centrate su Tg1, Tg2, Tg3 e, da qualche anno, anche da Rainews24. Questa larga differenziazione di reti, è l’analisi, riesce a raccogliere il pubblico di diverso orientamento culturale e politico. Adesso tutto potrebbe cambiare.

Matteo Renzi ha presentato un disegno di legge di riforma della Rai: la parola chiave è “amministratore delegato” e «se – ha avvertito – non porta risultati viene cacciato via, ma deve poter decidere come fanno tutti i manager». Il progetto del governo da aprile è all’esame del Senato e, finora, è rimasto al palo. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd in questi mesi è stato impegnato su ben altri infuocati fronti: riforma del mercato del lavoro, del bicameralismo perfetto, della scuola, elezioni amministrative del 31 maggio, gli arresti di Mafia Capitale che hanno coinvolto anche il Pd. Ha affrontato avversari esterni, le opposizioni, ed interni, le minoranze di sinistra del Pd. Così la riforma della Rai è passata in secondo piano e difficilmente potrà diventare legge entro luglio, secondo i piani. Renzi tuttavia ha già previsto questa eventualità: «Faremo le nomine con la Gasparri se non ci sarà la riforma della Rai a luglio».

Già, in realtà, cambierebbe poco per la Rai. Un deputato della maggioranza spiega nel Transatlantico della Camera mentre nell’aula sono in corso delle votazioni: «Per Renzi non cambia niente. Se non passa la riforma, rinnova il consiglio di amministrazione con la Gasparri, la legge sulle tv di Berlusconi. La riforma assegna la nomina dell’amministratore delegato al governo e la Gasparri attribuisce la scelta del direttore generale sempre all’esecutivo». Non solo. Il nuovo consiglio di amministrazione del servizio pubblico radio televisivo potrebbe, secondo una scuola di pensiero, decidere di sostituire la figura del direttore generale con quella dell’amministratore delegato. Tutte e due le nomine competono al governo, ma la seconda ha un potere decisionale molto più forte ed indipendente dal consiglio di amministrazione espressione del Parlamento e, quindi dei vari schieramenti politici e dei diversi partiti.

Perché, allora, la riforma? Al presidente del Consiglio serve di apporre “il timbro del cambiamento renziano” anche sul capitolo dell’azienda pubblica radio televisiva. È una mossa, insieme, di immagine e di ampliamento dei poteri dell’esecutivo. Le accuse sono fioccate e il giovane “rottamatore fiorentino ha smentito la volontà di “mettere le mani” sulla Rai. Tuttavia l’assicurazione è stata poco convincente. Non a caso ha insistito sulla necessità «di affidare a un amministratore delegato la responsabilità di guidare l’azienda senza mediare continuamente con il consiglio di amministrazione sulle scelte operative». Il manager del governo alla guida del servizio pubblico deve avere dunque «le mani libere» dal Parlamento e dai vari schieramenti politici e partitici.

Non sarebbe, del resto, un fatto inedito. La Rai, fino alla riforma del 1976, fu strettamente controllata dal governo; più esattamente, dalla Democrazia cristiana; più specificatamente, dalla Dc di rito fanfaniano. Poi, 40 anni fa, finì “il latifondo democristiano”: fu il Parlamento e non più l’esecutivo il “supervisore” della Rai. S’impose il pluralismo culturale e politico con la comparsa di reti e tg non solo d’impostazione scudocrociata, ma anche d’ispirazione socialista, comunista e laica. Nella Prima come nella Seconda Repubblica ci fu e c’è stata, in alcuni casi, anche una degenerazione nella famigerata “lottizzazione”, tuttavia nel servizio pubblico è cresciuta la libertà e la democrazia culturale e politica. Nacque anche la capacità di reggere alla concorrenza nel libero mercato delle televisioni commerciali.

Dal 1976 ad oggi la Rai non ha più avuto il monopolio della programmazione radio-televisiva ed informativa e ha dovuto confrontarsi con il mercato. Finora è stata una sfida vinta. “Mamma Rai” è riuscita a combattere prima contro le tv Mediaset di Silvio Berlusconi e poi con le altre scese in campo, fino ai più recenti arrivi di Sky e di La7.

La Rai è una delle ultime grandi aziende italiane, ha segnato la storia del Belpaese, contribuendo a rinsaldare l’unità nazionale, diffondendo la stessa lingua italiana in una popolazione un tempo scarsamente alfabetizzata. La “galassia” Rai è una realtà culturale, industriale ed informativa imponente: 15 reti tv tra generaliste e tematiche, 11 canali radio, 19 portali web, centrati da un anno su Rainews.it, la scommessa per l’informazione on line. E ancora: quasi tre miliardi di euro di entrate l’anno (oltre 1,7 dal canone e il resto dalla pubblicità), circa 12 mila dipendenti (1.600 giornalisti), oltre 10 mila collaboratori, 9 centri di produzione (a Roma, Milano, Torino, Napoli), 21 sedi regionali. “Tagli” e risparmi degli ultimi anni hanno cancellato il deficit e riportato i conti a posto: l’utile netto nel 2014 è stato di 57,9 milioni di euro, grazie anche alla vendita del 35% di Rai Way (la società delle torri di trasmissione). L’evasione del canone è enorme: circa il 30%, la più alta in Europa.

Il governo ha indicato per “la nuova Rai” l’obiettivo di “informare, educare, divertire”. Intanto ha chiesto e ottenuto l’anno scorso dall’azienda pubblica 150 milioni di euro come “contributo” per risanare le finanze del Paese. Luigi Gubitosi, il direttore generale giunto a fine mandato, ha tagliato costi ed organico, ed ha proposto una riorganizzazione dell’informazione televisiva abolendo i vari tg e unificando tutto in “due Newsroom” con risparmi stimati di 80-100 milioni di euro.

Più che una riforma c’è chi teme un ridimensionamento di programmi e d’informazione con un taglio pesante del personale, per aprire la strada alla vendita-svendita di una rete televisiva ai concorrenti privati. L’esperienza dell’unificazione di Gr1, Gr2, Gr3 in un solo Gr Rai, avvenuta nei primi anni Novanta, non ha portato bene. Gli ascolti sono caduti a picco. Radio private come Rtl e Rds hanno surclassato i canali radio dell’azienda pubblica. Un vecchio spot per invitare a pagare il canone diceva: “Rai, di tutto di più”. Ora sembra una corsa verso “di tutto, di meno”.

Tommaso Del Grillo

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