giovedì, 8 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Scrive Antonella Soddu.
Sardegna. ‘No’ alle scorie nucleari
Pubblicato il 08-06-2015


In Sardegna da tempo incalza il dibattito “No scorie nucleari”. Molti comitati spontanei di cittadini nati come funghi e tutti in nome della difesa dell’ambiente e del territorio. Peccato che a muovere la nascita di alcuni di questi movimenti  ci sia sempre dietro la manovra di qualche politico che dopo le passate esperienze di Presidente della Regione Sardegna, parlamentare della Repubblica era Berlusconi, e da ultimo era “Unidos”. E il recente ex Presidente della Regione, oggi coordinatore regionale di Forza Italia 2.0. Poco importa o molto importa, forse. Di importante, di fatto,  c’è  la volontà dei sardi espressa al referendum del 2011 con un quorum del 97,13% (hanno votato 848, 691 uomini e donne sardi). Ma, lasciando per un attimo da parte la battaglia “No Scorie”, vogliamo provare a guardare l’altra faccia della medaglia?

Premesso che la scelta dei depositi per le scorie nucleare, o meglio, l’elenco dei siti verrà diramato dal Ministero dell’Ambiente, pare a partire dal 15 giugno. Inoltre sembra, sempre secondo i bene informati, tra cui l’inarrestabile ex presidente della Regione, nonché attuale parlamentare della Repubblica con il partito “Unidos” (ancora  non so cos’è!) Mauro Pili, che ha affermato di aver in anteprima il documento, il sito prescelto sia la Sardegna la quale, dunque, diventerà un deposito di scorie nucleari. Pare. Sempre, pare. Io continuo ad usare il condizionale d’obbligo nonostante, Unidos, indipendentisti e quanti altri vorrebbero risolvere il problema con i flash mob, per esempio, tenutisi nella giornata odierna,  in una sorta di “contro questo, contro quello” basta che diciamo ‘no’ a prescindere, in nome di una volontà del cosiddetto ‘popolo sovrano’.

Amo anche io la mia terra, e mi sia consentito di dire che dinanzi a queste messe in scena  teatrali in piazza mi viene spontaneo chiedermi com’è che tutti questi movimenti ambientalisti, per esempio, gli amici della terra, specializzati in ricorsi al TAR, non si sono mai prodigati per organizzare un referendum contro la miniera di Furtei, oggi un sito al cianuro a cielo aperto. E anche su questo Mauro Pili dovrebbe riflettere su anche sue responsabilità. No, loro, gli amici della terra, fanno ricorso contro i lavoro di messa in sicurezza di un fiume che nel corso dell’alluvione del 2013 ha causato danni a persone, cose, abitazioni e aziende. I lavori potevano iniziare, il Comune non ha atteso i fondi del governo, li cercati e trovati, voleva spenderli. Invece, causa una colonia di gallo faraone in periodo di accoppiamento, che quindi non poteva esser disturbato, tutto è fermo.

Quei lavori avrebbero garantito la sicurezza dei cittadini e, se anche per breve periodo,  fatto  in modo che qualche disoccupato potesse lavorare. Oppure, che dire della sospensione per breve periodo dei lavori della Sassari – Olbia per tutelare la cova della gallina prataiola. Ma il mitico popolo sardo, quello dell’indipendentismo, è favorevole o contrario alle industrie chimiche e metallurgiche? Forse no, per loro queste sono responsabili di aver rovinato la Sardegna distribuendo fame e povertà. Ma non sarà per caso che gli investitori scappano a causa di questo clima di  ostilità? Come è accaduto  proprio due giorni fa quando è stato deciso di spostare l’annuale addestramento delle forze nato, dalla base aerea di Decimomannu a quella di Trapani. In Sardegna, abbiamo grandi handicap tra i quali l’alto costo dell’energia, una rete ferroviaria quasi risalente ad epoca sabauda, il sistema trasporti al collasso, una continuità territoriale inesistente, una rete stradale che porta i viaggiatori pendolari sull’orlo di una crisi di nervi ogni volta che si alzano e sanno di dover affrontare gli ostacoli di una S.S. 131 in condizioni a dir poco pessime.

Ma siamo capaci di  contestare anche gli arabi del Qatar che investono in ricerca e innovazione finanziando un progetto, “il Mater Olbia”. Il mitico popolo sardo sovrano, i suoi  fautori di proteste del tipo “basta che siamo contro questo e quello”, dovrebbe fare anche un altro tipo di riflessione in merito alle scorie nucleari. Dovrebbero preoccuparsi non tanto che le portino in Sardegna, anche se a onor del vero la Sardegna non sarà l’unico sito nazionale, ma su come verranno realizzati i depositi per contenerle. Considerate le attuali normative in materia di appalti  e le mazzette che girano un po’ troppo intorno al sistema degli appalti pubblici italiani. Si può fare anche un’altra considerazione, infatti, in paesi come Francia, Germania, Gran Bretagna, Svezia, i depositi esistono da molti anni, non è mai accaduto nulla, forse mai succederà. Possiamo dire lo stesso per quanto ci riguarda? Saranno realizzati con regolare efficiente opera d’arte come quelli realizzati in altre parti d’Europa? Per esempio, come quelli realizzati dai nostri “cugini” francesi. Ottanta metri sotto terra costruiti con un gettito di cemento armato spessore un metro, camerette di deposito con murature in cemento armato spessore 80 cm. Sarà possibile anche da noi in Italia e in Sardegna, nel nostro caso? Ecco, il popolo sardo sovrano dovrebbe chiedere ai suoi amici fautori di movimenti in difesa della sovranità  o agli amici dell’ambiente di capire chi sarà l’autorità di controllo, magistratura compresa, che verificherà la correttezza dei lavori e gli appalti e se gli stessi sono fatti, per esempio, alla tedesca, alla francese o invece all’italiana.

E vi risparmio di leggere con quale criterio sono fatti questi ultimi, ma anche quelli alla sarda, nel caso nostro di specie. Vi sono anche altre considerazioni importanti  e di merito da fare. Sappiamo bene che l’ Italia è un paese  a  grosso rischio di terremoti, vedi Emilia, Calabria, Sicilia, etc.Conosciamo  tutti bene il dato di fatto che l’unica Regione in cui questi fenomeni naturali non avvengono è proprio la Sardegna. Ciò detto, proviamo a ragionare in termini di sicurezza. Dove  potrebbe aver collocazione un sito di stoccaggio altamente pericoloso? In una zona non sismica. In Sardegna, appunto. Sempre in questo senso, vorrei comprendere: noi sardi abbiamo l’errata convinzione che le radiazioni siano in grado di rispettare i confini regionali o per caso quella che se si inquinassero le acque del Mediterraneo noi, la nostra isola ne sarebbe risparmiata? I pesci del Mediterraneo, i nostri litorali, non avrebbero problemi?  Allora, ‘sì’ o ‘no’ alle scorie nucleari? Se no, d’altra parte, l’alternativa sarebbe quella di inviarle all’estero. Ma non ci passa per l’anticamera del cervello che anche all’estero, e forse più di noi italiani e sardi, hanno una cultura di rispetto dell’ambiente ben radicata? Oppure, ancora, siamo davvero disposti a pagar fior di quattrini per inviare le nostre scorie nucleari all’estero?

Alla fine degli anni ’80 alla fermata in Italia di tutti gli impianti di fertilizzanti esistenti tra Marghera, Ferrara, Ravenna, Manfredonia, Gela e Priolo, ufficialmente perché a detta di varie associazioni ambientaliste responsabili della proliferazione di alghe nell’Adriatico e di inquinamenti ovunque. Questa era il motivo ufficiale dato in pasto ufficialmente dai media nazionali agli italiani, invece i motivi societari di Montedison ed Enichem erano di natura ben diversa, si trattava esclusivamente di costi di produzione. Questo genere di impianti anche in periodi di elettronica e automazione spinta, sono sempre ad alto numero di lavori di facchinaggio e manovalanza che per quanto poco possa costare in Italia costa almeno il 70% dei costi di personale specializzato o qualificato, mentre in Senegal, Egitto e nazioni del terzo mondo costa molto poco. A questo aggiungiamo gli investimenti ecologici che la comunità europea chiedeva. Successe così che ufficialmente i settori chiamati agricoltura di entrambe le società italiane vennero vendute ad una multinazionale norvegese che di fatto acquistò solo il pacchetto clienti di Eni e Montedison, mentre gli impianti, almeno quelli diciamo più moderni, vennero smontati e rimontati nei nuovi stabilimenti di Tunisia e Marocco. A questo punto urge porre una domanda per questi santoni dell’ambientalismo italiano e sardo in particolare; esiste qualche differenza sul piano ambientale se questi impianti hanno gli scarichi sulle coste tunisine e marocchine del Mediterraneo, oppure a Gela, Assemini oppure a Brindisi o Priolo? Siamo una terra piena di possibilità, lottiamo per prendere queste possibilità non per tagliare ogni nuovo progetto per dire sempre ‘no’.

Antonella Soddu 

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