domenica, 11 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Scrive Paolo Bolognesi:
La nostra casa: sospiri,
delizia e spine
Pubblicato il 23-06-2015


Ho ancora un ricordo abbastanza nitido di come, negli anni del secondo dopoguerra, tante famiglie aspirassero ad avere una casa loro, cioè di proprietà, e per raggiungere tale obiettivo non si contavano le ore di lavoro, né si misuravano i sacrifici, i quali erano purtuttavia ripagati dalla meritata soddisfazione, e da un comprensibile orgoglio, una volta raggiunto l’agognato “traguardo”.

Mi vengono inoltre alla mente i commiati tra vicini di casa, allorché qualcuno lasciava la vecchia abitazione per trasferirsi nel nuovo alloggio, con reciproci saluti ed abbracci, misti a una qualche lacrima, mentre v’era forse anche un po’ di nostalgia in chi se ne andava e un pizzico di bonaria “invidia” tra chi rimaneva (e stava semmai aspettando di poter compiere lo stesso passo).

Rammento pure l’attenzione e la cura con cui venivano tenuti gli spazi contigui alle nuove case, cortili o giardini che fossero, e altrettanto dicasi per i loro interni, arredati per solito con mobilio in stile “moderno”, cioè di quell’epoca, a conferma del rinnovamento in atto, e della comune “proiezione” verso il futuro, quasi a voler dimenticare un passato cosparso di molte “ferite”.

Di lì a poco arriverà pure il cosiddetto “miracolo economico”, e in quel mondo che cambiava velocemente il proprio volto, sotto la spinta di una gran voglia di fare, si crearono le condizioni che permisero ai più intraprendenti, o “fortunati”, di “metter via” un qualche risparmio, spesso investito nel “mattone”, cioè nell’acquisto di un immobile ad uso abitativo o commerciale, da cui ricavare una rendita che sarebbe tornata particolarmente utile negli anni a venire (specie per le categorie che prevedevano di ricevere una modesta pensione, e si proponevano quindi di andare ad integrarla).

Quel patrimonio edilizio, fatto di piccole proprietà – e sorto grosso modo nell’arco di tempo che va dagli anni cinquanta agli anni settanta – ha svolto più di una funzione, giacché ha prodotto lavoro al momento della sua nascita, e ulteriore altro nella successiva manutenzione, oltre a rendere disponibili per l’affitto abitazioni e locali adibiti ad attività varie, con annesso reddito da locazione per i relativi proprietari, i quali lo avranno a loro volta speso, cioè rimesso in circolo, senza contare quanto versato in tasse, ovvero al pubblico erario.

Per chi ha conosciuto quella vitale stagione, e pensando all’impegno profuso da quelle generazioni,  è abbastanza triste e sconsolante vedere oggi che molti degli immobili di allora recano affisso il cartello “vendesi”, e constatare altresì che il loro numero è in continuo aumento, come a dirci che si è infranto o esaurito quel “sogno” post-bellico della casa, di grande portata economica ma intriso anche di una forte valenza simbolica.

L’attuale fenomeno ha sicuramente molteplici cause, ma tra i potenziali “venditori” figurano anche proprietari che non vorrebbero cedere il “bene”, per ragioni affettive o altro, ma si trovano a doverlo fare causa la gravosità degli oneri, tra imposte e spese di manutenzione.

Da quanto ne so, e salvo errori, non è ad esempio possibile usufruire della detrazione fiscale per i lavori di manutenzione “ordinaria”, a meno che non riguardi le parti comuni degli edifici condominiali, mentre vi rientra invece quella “straordinaria” insieme ad altre tipologie di intervento, e dal beneficio mi sembrano comunque esclusi gli immobili che non siano ad uso residenziale, cioè abitativo.

Sempre se non erro, per questi ultimi non sono neppure previsti i contratti di locazione a canone concordato, i quali, nel contenere l’affitto e ridurre la tassazione, potrebbero forse tornare utili ad entrambe le parti, locatore e locatario e in taluni casi aiutare anche la permanenza dei piccoli negozi di quartiere, o esercizi di vicinato (anziché vederli chiudere i battenti).

Mi sono sempre chiesto il motivo di queste “esclusioni”, alla luce di quanto dicono non pochi economisti, ossia che la riduzione del carico fiscale porta poi un ritorno di maggiori introiti per le casse pubbliche, essendo che favorisce ed incentiva l’economia (sulla faccia del pianeta gli esempi in proposito non mancano).

Forse per qualcuno si tratta di una tesi troppo liberista, e dunque da scartare a priori, ma a me pare invece rispondere ad una visione liberal-riformista delle cose, cui anche in questa occasione andrebbe data voce politica, specie oggigiorno visto che si parla con insistenza di rivedere la normativa fiscale sulla casa.

Paolo Bolognesi

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento