mercoledì, 7 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Scuola, i socialisti alzino la voce
Pubblicato il 05-06-2015


Il DDL di riforma della scuola è l’occasione giusta per far sentire la voce dei socialisti. Com’è noto a tutti, il percorso di approvazione della riforma in Senato potrebbe riservare delle sorprese. In questa situazione incerta è assolutamente necessario che i senatori socialisti giochino un ruolo di primo piano, sia per rendere giustizia al mondo della scuola, che ha scioperato in massa, sia per restituire al nostro partito quella centralità politica cui ha abdicato da troppo tempo.
Con una maggioranza di governo che si è fortemente assottigliata con l’uscita di Mauro e con la dichiarata volontà della minoranza PD di non rimanere inerte, l’apporto dei senatori socialisti e, in generale, del gruppo parlamentare cui appartengono, è diventato cruciale. I compagni Buemi, Nencini e Longo hanno l’opportunità di dimostrare che i socialisti ci sono e che stanno dalla parte della scuola italiana.
In particolare:
-si intervenga per rimuovere il principio della chiamata diretta. Le graduatorie sono garanzia di imparzialità e trasparenza. Non si trasformi la scuola in un luogo clientelare in cui trovino spazio solo parenti ed amici;
-si diano risposte anche ai precari esclusi dal piano di assunzione. In particolare si recepisca e si sostenga l’emendamento di Gotor che prevede un piano pluriennale di assunzioni, includendo però anche gli abilitati con o senza servizio, eventualmente dando priorità ai primi; si dia anche una prospettiva ai docenti della terza fascia, che non possono essere mandati a casa impunemente; si ponga la dovuta attenzione anche al personale ATA. Insomma i socialisti devono difendere i lavoratori della scuola, la vergogna degli esodati dovrebbe insegnarci che non si scherza sulla pelle delle persone;
-va bene la valutazione dei docenti e la premialità sul merito, ma si fissino dei criteri oggettivi e verificabili. Inoltre la valutazione va affidata al dirigente e a funzionari ministeriali, non certo alle famiglie. Diversamente si creerebbero meccanismi perversi di ricatto psicologico a danno dei docenti;
-si intervenga per bloccare ogni forma di finanziamento alla scuola privata. La Costituzione Italiana è chiara sul punto, se non si è d’accordo la si cambi con legge costituzionale, ma, finché è così, il Parlamento ha il dovere di rispettarla;
-si migliori la qualità complessiva della scuola italiana aumentando le risorse ad essa destinate. In tal senso, si preveda e si effettui un monitoraggio nazionale finalizzato a sanare ogni forma di squilibrio territoriale.
La partecipazione del PSI a questo Governo è già di per sé un vulnus nella nostra storia, soprattutto per la gravità del progetto costituzionale che ha un sapore amaramente autoritario. Si pensi alla vergogna dell’Italicum che impedisce, ancora una volta, ai cittadini di scegliersi i parlamentari. Pertanto, a mio avviso, i parlamentari socialisti dovrebbero almeno operare per limitare i danni. Con la riforma della scuola hanno l’occasione di farlo. Mi auguro che ciò avvenga.
Sandro D’Agostino
bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. “Si intervenga per bloccare ogni forma di finanziamento alla scuola privata” , leggiamo nell’articolo.

    Negli anni ottanta il PSI aveva avanzato l’idea del buono scuola, che la famiglia poteva spendere nella scula pubblica o in quella privata (se non sbaglio, lo ha ricordato anche il Direttore in un Fondo di metà maggio).

    Io non so se la prima opzione escluda la seconda, ossia il buono scuola inteso nella forma pensata allora, ma se così fosse mi esprimerei a favore di quest’ultima, che mi sembra rispondere maggiormente ad una concezione liberal-riformista della nostra società.

    Paolo B. 07.06.2015

  2. Caro compagno Paolo B.,
    non a caso nell’articolo ho fatto espresso riferimento alla Costituzione (art.33). Un buono scuola, una detrazione fiscale, qualunque forma di finanziamento diretto o indiretto alla scuola privata è incostituzionale. Capisco che nel Paese possa esserci una sensibilità diversa da parte di taluni rispetto a questa questione e, proprio per questo motivo, si intervenga con legge costituzionale, se ci sono i numeri. Se i padri costituenti hanno inteso inserire nella Carta il divieto di oneri per lo Stato per l’istruzione privata, vuol dire che alla questione hanno ritenuto di dare la massima importanza. Questo in punto di diritto.
    Personalmente, ma questo ha poca importanza, ritengo che non solo la scuola privata non debba essere finanziata, ma che si debba anche rivedere il discorso della parificazione giuridica. Insomma, sempre a mio modesto avviso, il massimo che mi sentirei di riconoscere all’istruzione privata è il diritto di contribuire alla preparazione degli alunni (tipo ripetizioni private, per intenderci), ma ogni forma di valutazione (dalle interrogazioni agli esami) andrebbe affidata alla scuola pubblica, unica in grado di garantire equità ed obiettività. Lo stesso dicasi per l’Università. D’altronde, di diplomifici e laurifici ne abbiamo abbastanza. Spesso sono scorciatoie per figli di papà, con molti soldi e poca voglia di studiare. Io ne conosco tanti, usciti anche da Università che godono di un prestigio spesso artefatto.
    A mio giudizio, settori importanti come l’Istruzione e la Sanità dovrebbero essere sotto il controllo stretto ed assoluto dello Stato, cioè di tutti noi, dell’intera collettività. Lo Stato siamo noi. Tutti noi.

  3. Se non erro, è da un qualche tempo che il settore pubblico (inteso nel suo insieme e astraendo dunque dai risultati raggiunti in proposito nei singoli comparti) cerca di individuare il sistema e metodo più confacente per “misurare” la propria efficienza e produttività, e ciò potrebbe anche significare che non si tratta di obiettivo semplice, per una pluralità di ragioni, e al di là delle critiche che possono essere avanzate.

    Del resto, in questa sorta di “dualismo” tra pubblico e privato, o anche tra presente e passato, ossia fra i rispettivi tifosi e simpatizzanti, c’è chi sembra rimpiangere “l’Industria di Stato” di vecchia memoria, in modo da evitare la dislocazione delle aziende in altri Paesi, per dire di come siano articolate le posizioni su questa complessa materia.

    Facendo un inciso per la Scuola, mi sono più volte domandato per quale ragione sia stata cambiata l’impostazione vigente ai miei tempi, che erano quelli del dopoguerra, e mi par anche di ricordare che allora i “privatisti” sostenessero poi gli esami finali presso le sedi pubbliche, dove avveniva appunto la valutazione di cui parla l’Autore (mentre non conosco le regole vigenti oggiorno al riguardo).

    Fuori dai nostri confini non mancano poi gli esempi che starebbero a dimostrare come il “tutto pubblico” o il “tutto privato” non abbiano dato i risultati attesi, e In questo “contesto” la contemporanea presenza dell’uno e dell’altro, laddove sia possibile, mi sembra la via per giungere ad un giusto e reciproco bilanciamento (a mio opinabilissimo parere).

    Paolo B. 09.06.2015

Lascia un commento