sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Spagna. Donne e Indignate
a Madrid e Barcelona
Pubblicato il 15-06-2015


Manuela Carmena

Manuela Carmena

Con l’obiettivo di conquistare il governo del Paese dopo il terremoto provocato alle comunali dello scorso 24 maggio, Podemos ha messo le mani su quattro delle cinque più grandi città della Spagna: Madrid, Barcellona, Valencia, e Saragozza. Nella capitale è stata eletta sindaco l’ex-giudice Manuela Carmena, 71 anni, a Barcellona l’icona del movimento degli indiganti anti-sfratto Ada Colau, 41 anni, primo sindaco donna della metropoli catalana dopo 119 uomini.

Le due nuove ‘donne forti’ della politica spagnola governeranno le due città più popolose e più importanti politicamente ed economicamente del Paese. Donna ed (ex) indignata, per non rinunciare allo slancio populista che l’ha portata alla vittoria, Ada Colau ha immediatamente annunciato il taglio del proprio stipendio, una politica della città “dal volto umano”, investimenti per decine di milioni di euro in politiche sociali per chi ha più sofferto per la crisi, il blocco degli sfratti, la sospensione di progetti di investimenti urbani miliardari, lo stop alla privatizzazione dei servizi urbani, e tolleranza zero contro la corruzione. Con questa ricetta la nuova giunta di Barcellona vuole fermare anche l’invasione del turismo di massa che nei mesi scorsi ha provocato la rivolta di alcuni quartieri della capitale catalana.

A Madrid Manuela Carmena più pragmaticamente, e senza slogan ha annunciato che verranno in primis controllati e riesaminati contratti e debito (4,5 miliardi) ereditati dalla precedente giunta Pp, un inizio senza fronzoli quello dell’ex-magistrato, e anche lei icona indignata, come la sindaca di Barcelona.

Ada Colau

Ada Colau

Entrambe elette grazie all’appoggio del partito socialista, accordi che oltre a Madrid, Barcellona, Valencia (sindaco Joan Ribo’ di Compromis) e Saragozza, hanno permesso ai socialisti di tornare a conquistare i sindaci di 26 capoluoghi di provincia contro gli otto che di prima. Il Partido Popular del premier Mariano Rajoy, benché primo in voti alle amministrative con il 27% (ma con una emorragia di 2,5 milioni di elettori) davanti al Psoe con il 25%, è il grande perdente. Conserva solo 20 delle 34 capitali provinciali che governava, perde Madrid e Valencia, suoi bastioni da 24 anni, ma anche Siviglia (700mila abitanti), che torna a guida socialista.

Già nella notte del 24 aprile il leader di Podemos, Pablo Iglesias aveva annunciato una “rivoluzione democratica” in marcia in Spagna lanciando la sfida per il potere nazionale a Rajoy in vista delle politiche che si terranno a fine anno. Dopo Syriza in Grecia, Podemos punta alla guida del governo in Spagna. Il successo, o il fallimento, delle politiche che le  nuove formazioni porteranno avanti nei prossimi sei mesi soprattutto a Madrid e Barcellona peseranno sul risultato delle prossime elezioni politiche confermate per il mese di novembre. Nessuna elezione anticipata quindi, lo ha detto Mariano Rajoy, a margine della visita a Expo, parlando informalmente con i giornalisti spagnoli. Rajoy ha così respinto così le dichiarazioni del numero uno del Partito socialista, Pedro Sanchez, secondo il quale il capo dell’esecutivo si sarebbe detto pronto a un anticipo delle elezioni.

Laura Agostini

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