sabato, 10 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Turchia. Segreti di Stato versus libera informazione
Pubblicato il 03-06-2015


Cumhuriyet-TurchiaNon solo la minaccia di far pagare a “caro prezzo” uno scoop sul presunto appoggio della Turchia a gruppi jihadisti in Siria, ma anche l’attacco ai media internazionali. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – a pochi giorni dalle elezioni cruciali nella Repubblica islamica – torna ad attuare un’altra opera di repressione, facendo scattare di nuovo l’‘allarme democrazia’. Un pubblico ministero ha infatti richiesto la condanna all’ergastolo per Can Dundar, direttore del quotidiano di opposizione “Cumhuriyet” che lo scorso venerdì aveva pubblicato le immagini di armi presuntamente destinate a gruppi islamisti in Siria a bordo di camion scortati dai servizi segreti turchi. Ondata di solidarietà nei confronti del giornalista da parte di colleghi e intellettuali.

LE IMMAGINI INCRIMINATE – Non è la prima volta che il governo turco viene accusato di appoggiare gruppi di jihadisti in Siria – e di lasciare aperte -, sul proprio territorio, le ‘autostrada del jihad’. Questa volta la rivelazione arriva dal quotidiano d’opposizione Cumhuriyet che venerdì scorso ha pubblicato in uno scoop – firmato dal direttore Dundar – il presunto appoggio turco a ribelli siriani in guerra contro il presidente Bashar Al Assad. Le immagini del video erano state scattate nel gennaio 2014 da militari della gendarmeria che avevano effettuato un controllo dei camion scortati dal Mit (il sistema di intelligence turco, ndr).  Il governo di Ankara aveva allora negato che a bordo vi fossero armi e munizioni, ma solo “aiuti umanitari”. I militari che avevano partecipato al controllo erano stati prima trasferiti per poi essere arrestati e incriminati per ‘spionaggio’. Anche l’accusa nei confronti del quotidiano è di “spionaggio politico e militare” e “propaganda per un’organizzazione terroristica”, nonché “diffusione di informazioni riguardanti la sicurezza nazionale”.

LA MINACCIA DI ERDOGAN – In seguito alla pubblicazione del video il presidente conservatore ha reso noto che “la diffamazione contro i servizi di intelligence nazionale e l’operazione di sorveglianza illegale è un’attività di spionaggio. Questo giornale è stato anche coinvolto nelle attività di spionaggio. Chi ha scritto la storia pagherà a caro prezzo. Non gliela lascerò passare”.

SOLIDARIETÁ A DUNDAR – E così è stato. Poco dopo è infatti arrivata la richiesta di condanna all’ergastolo da parte di un pm turco nei confronti del direttore del quotidiano. Il violento attacco a Dundar non solo è stato denunciato da diverse organizzazioni internazionali della stampa – tra cui il Comitato internazionale per la Protezione dei Giornalisti Cpj che ha invitato Erdogan a “smettere di fare bullismo contro i giornalisti” – ma ha anche generato una consistente ondata di solidarietà da parte di giornalisti e intellettuali. Il Premio Nobel turco, Orhan Pamuk ha dichiarato che “la democrazia non può essere sacrificata, non lasciamo che abbia ragione chi vuole rappresentare la Turchia come un Paese dove possono parlare tranquillamente solo i giornalisti che sostengono il governo! La democrazia e la libertà di pensiero non possono essere sacrificate per l’emozione e la rabbia di un voto! Perché è possibile essere più tolleranti e sorridenti”. Sul social network ‘Twitter’ è arrivata la risposta del direttore del quotidiano che ha voluto sottolineare: “Non siamo dipendenti statali, ma giornalisti. Il nostro compito non è di coprire gli sporchi segreti di Stato, ma siamo chiamati a renderne conto in nome del popolo. Chi ha commesso questo crimine la pagherà a caro prezzo, non glielo lasceremo passare“.

LA CROCIATA DI ERDOGAN CONTRO LA STAMPA – Nel frattempo non sembra arrestarsi la crociata del presidente turco contro la stampa, in particolare quella internazionale. Il New York Times, la Cnn e la Bbc sono infatti finiti nel mirino di Erdogan che li accusa di tentare di indebolire la Turchia e di volerla disintegrare – in base alla linea dettata da quella che ha definito “la mente superiore” – per poi dominarla. Di certo resta il fatto che la Repubblica islamica si trova al 149esimo posto sui 180 paesi monitorati dal World Press Freedom Index che rileva il grado di libertà dell’informazione nel mondo. La prolungata assenza di miglioramenti nella libertà dei media turchi rende Ankara “una delle più grandi prigioni al mondo per i giornalisti”. E i recenti fatti lo stanno dimostrando.

Siria Garneri 

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