lunedì, 5 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Un’Italia ‘nana’ in politica estera
Pubblicato il 11-06-2015


È vero che l’Italia nella sua storia contemporanea non ha mai avuto un peso politico di rilievo nel panorama internazionale, se non, in qualche misura, durante la guerra fredda, grazie alla posizione geografica di frontiera ed alla presenza nel suo arco politico di un rilevante e temuto partito comunista, che faceva temere una deriva del nostro Paese verso l’Unione Sovietica.

Peraltro anche in quelle circostanze il nostro Paese restava una sorta di sorvegliato speciale ed i leader statunitensi, come ad esempio Kissinger, guardavano con disprezzo alla nostra classe politica. Ma è anche vero che, all’epoca, l’Italia era una consumatrice di sicurezza internazionale perché con un esercito, al tempo inadeguato, contribuiva poco al sostegno delle missioni militari di pace e, di contro, usufruiva del sostanziale scudo NATO e quindi statunitense.

I tempi sono cambiati, ma il peso politico dell’Italia è sempre lo stesso, se non inferiore. Il nostro Paese da molti anni non si tira indietro e paga il proprio prezzo, in termini di uomini, mezzi e risorse finanziarie, alle missioni internazionali di pace ed alle missioni NATO, anche quando queste non sono nel proprio immediato o stretto interesse, si pensi ad esempio ai casi dell’Afghanistan e della Libia.

Inoltre, l’Italia ha generosamente finanziato gli altri Paesi europei quali Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia, che hanno vissuto momenti di forte difficoltà durante la crisi economica degli ultimi anni. Nei confronti della Grecia, ad esempio, vantiamo un credito di 40 miliardi di Euro. Siamo i terzi creditori alle spalle di Germania e Francia, che hanno rispettivamente un credito di 60 e 46 miliardi di Euro nei confronti di Atene. La differenza con la Francia, in termini di esposizione è dunque minima, ma a differenza degli altri due Paesi creditori citati, la Repubblica Italiana non è intervenuta a mettere soldi per salvare le proprie banche eccessivamente esposte nei confronti del Paese ellenico, come invece hanno fatto Germania e Francia.

Ancora, il nostro Paese si allinea ai partner europei e non rompe le righe quando, per via della crisi ucraina, si tratta di imporre ed inasprire le sanzioni economiche alla Russia, pur sopportandone gravi conseguenze. Putin ha quantificato in un miliardo di Euro l’anno la perdita per le imprese italiane a fronte delle restrizioni. Sanzioni che peraltro colpiscono uno dei Paesi dai quali ci approvvigioniamo di gran parte del nostro gas.

Continuando, l’Italia subisce e si fa carico di un processo migratorio, in parte causato dalla poco ponderata azione militare promossa da Francia e Regno Unito contro il regime libico di Gheddafi. Mentre alcuni altri Paesi europei si apprestano ad accettare in due anni appena 40.000 migranti, di cui 24.000 provenienti dall’Italia, il nostro Paese riceve quasi 500.000 richiedenti asilo nello stesso periodo.

Infine, l’Italia è, anche per sue colpe, il terzo contribuente netto dell’Unione Europea, con un contributo di circa il 12% al budget annuale dell’Unione Europea, pari a 140 miliardi di Euro. Le risorse versate dall’Italia sono pari a circa 16 miliardi di Euro, mentre gli accrediti sono pari ad appena 11 miliardi di Euro, con un differenziale di circa 5 miliardi di Euro con i quali si potrebbero fare molte cose.

Insomma, mentre trenta o quaranta anni fa l’Italia, facendo poco, aveva all’estero un peso politico superiore a quanto di fatto meritasse, oggi, nonostante faccia molto, ha un peso politico di molto inferiore a quello che meriterebbe. Diciamola francamente: all’estero siamo dei veri e propri ‘nani’. Non siamo neanche considerati una media potenza locale, quale in realtà siamo. E questo è in gran parte colpa della nostra classe politica, tuttora poco credibile. Qualche dimostrazione?
Iniziamo con la crisi greca: nonostante quanto rappresentato sopra, Tsipras si siede al tavolo negoziale con la Merkel ed Hollande e a nessuno dei tre viene in mente di invitare o imporre la presenza anche dell’Italia.
Sulla questione immigrazione la situazione è nota a tutti: il nostro Paese finora si è dimostrato incapace non solo di gestire i flussi in arrivo, ma anche di trovare una posizione comune con gli altri grandi Paesi europei. Gran Bretagna, Francia, Austria, Spagna, per citarne alcuni, sono su posizioni diverse.
Sulla crisi ucraina, nonostante fossimo rilevante parte in causa, sono stati i soliti Merkel ed Hollande a recarsi da Putin nel febbraio di quest’anno per presentare un piano per porre fine al conflitto nell’Ucraina orientale.

Questa agli occhi di scrive sembra essere la dura verità: Renzi e Gentiloni facciano dunque sentire di più il nostro peso in Europa. L’Italia lo merita di diritto.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. Io non so a che arco di tempo si riferisca l’Autore quando dice che “l’Italia nella sua storia contemporanea non ha mai avuto un peso politico di rilievo nel panorama internazionale”, ma se andiamo indietro di non molti decenni la mia memoria ricorda alcuni episodi e momenti in cui il nostro Paese ha dimostrato di non essere affatto subalterno, appunto in politica estera, pur nel rispetto delle alleanze e cercando sempre di esercitare un ruolo di mediazione, e talvolta possono bastare gli “episodi” a qualificare uno Governo e uno Stato sullo scenario internazionale. .

    A me sembra che il “valore” di uno “statista”, espresso sul piano internazionale, si traduca nella sua grande capacità di intermediazione (specie quando le posizioni iniziali delle parti in causa sono molto diverse e distanti), ma avendo nondimeno sempre presente, fin da subito, come doversi muovere, cioè quale decisone assumere, qualora tutti i tentativi di “negoziazione” dovessero andare a vuoto, perché i suoi interlocutori avvertano di sicuro questa sua “padronanza” della situazione, che gli conferisce a sua volta autorevolezza e credibilità, a tutto vantaggio del buon esito della “trattativa” in corso.

    Mi pare che tutto questo sia valso allora anche per la “questione immigrazione”, cercando di affrontare il problema nei luoghi e nella Patria di origine, e se anche oggi i termini, e le dimensioni, del problema sono cambiati, si potrebbe probabilmente trarre una qualche utile indicazione da quanto si fece all’epoca.

    Paolo B. 16.06.2015

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