Caos Migranti. Ora tocca
a Francia e Inghilterra

Calais-immigratiL’Europa continua a mostrare il pugno duro contro i migranti, stavolta è proprio la Gran Bretagna ad alzare i muri e a sbarrare la strada agli immigrati. In questi giorni l’Eurotunnel è stato protagonista delle cronache nazionali per il tentativo di varcare il confine francese e raggiungere l’Inghiletrra. Solo nella notte tra il 28 e il 29 luglio più di 1.500 migranti hanno preso d’assalto la galleria, nei pressi di Calais, che collega i due Paesi sulla Manica.
Il primo ministro inglese, David Cameron ha annunciato che invierà altri reticolati e cani da fiuto della polizia all’uscita del terminal francese di Calais e ha anche ordinato l’uso di spazi militari sul versante inglese della Manica per il controllo dei camion. “La Gran Bretagna – dice Cameron – non diventerà un paradiso sicuro per i migranti”. Al termine di una riunione d’emergenza del comitato Cobra. Il ministro degli interni britannico Theresa May ha annunciato che “Il Governo britannico verserà altri 9,8 milioni di euro per mettere in sicurezza il sito Eurotunnel dal suo lato della Manica”.

In progetto, in particolare, la costruzione di una recinzione metallica lunga 3,5 km e altra 3 metri per chiudere l’accesso agli immigrati. Tutto pronto insomma per rimandare indietro gli immigrati provenienti soprattutto da Libia, Eritrea e Siria, e che scappano quindi dalla guerra. E nel tentativo di fermare i migranti, la Gran Bretagna ha anche chiesto aiuto alla Francia, David Cameron, ha dichiarato che “sarà fatto tutto il possibile per migliorare la situazione e che il governo britannico sta lavorando a stretto contatto con Parigi”. “La situazione che stiamo affrontando è di una gravità e una complessità eccezionali, per questo il governo ha deciso di rafforzare la sicurezza sotto l’Eurotunnel, mobilitando circa 120 tra poliziotti e gendarmi” ha dichiarato Bernard Cazeneuve, ministro dell’Interno francese.

I due Paesi stanno lavorando a stretto contatto per impedire l’entrata di clandestini che sta lasciando sul confine anche dei morti: nove vittime dall’inizio di giungo. Proprio i due Paesi sono stati protagonisti nei mesi scorsi della loro politica dura nei confronti degli immigrati: la Francia ha rispedito in Italia i migranti, mentre la Gran Bretagna aveva risposto con un secco “no” alle quote europee di ripartizione dei migranti.

Liberato Ricciardi

GIOVANI E DISOCCUPATI

Giovani disoccupati

Continua la china pericolosa che riguarda i giovani italiani, la disoccupazione giovanile registra l’ennesimo record: il 44,2%, un prospetto che rimanda le lancette indietro al 1977, a giugno infatti il tasso della disoccupazione giovanile tocca il livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensile e trimestrali (quelle che riguardano appunto il primo trimestre del 1977) cresce anche il tasso di disoccupazione globale italiano che tocca il 12,7%. Dati che portano allo sconforto e che arenano le buone prospettive di chi vedeva un barlume dell’uscita dalla crisi e che si somma alle cifre catastrofiche di ieri dello Svimez.
L’Istat oggi mette i numeri in chiaro e calcola che su base mensile, il numero dei disoccupati è in crescita dell’1,7% (+55mila) e del 5,2% se si guarda soltanto ai giovani (+34mila). Soprattutto, il tasso di disoccupazione – che era calato dello 0,2% ad aprile e si era mantenuto stazionario a maggio – è aumentato di 0,2 punti percentuali arrivando al 12,7 per cento. Nei dodici mesi il numero dei disoccupati è lievitato del 2,7% (+85mila) e il tasso di disoccupazione di 0,3 punti.

Jobs Act: un incentivo più che una riforma
La Riforma del lavoro attuata ad aprile, il Jobs Act, ha inciso molto poco rispetto alle nuove assunzioni, anzi ha avuto come effetto quello di produrre delle strane anomalie, come quelle denunciate dai sindacati, in particolare dalla CGIL. “Forse il presidente del Consiglio Matteo Renzi non lo sa, – si legge in un comunicato sindacale della Filt Cgil di Pordenone – ma il suo bonus alle aziende se ne va in assunzioni di occupati, fatti “disoccupare” e poi riassunti: ma dalla statistica poi arriveranno dati esaltanti per l’occupazione e… per il governo”. In seguito alle denunce fatte, il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti ha emesso una circolare per effettuare ispezioni.
Pochi giorni fa, sempre la CGIL ha diffuso i dati di giugno sull’occupazione, rilevando la poca incisività della Riforma del Lavoro sul precariato.
cgil lavoro
Ma tornando al Jobs Act, aldilà degli attacchi dei suoi detrattori, merita di essere menzionata l’analisi di Francesco Seghezzi del centro studi sul lavoro Adapt su Linkiesta.it
“Gli incentivi a pioggia previsti dalla legge di stabilità 2015 per le nuove assunzioni con contratto a tempo indeterminato non aiutano i giovani. Se un’impresa – spiega Seghezzi -deve assumere a tempo indeterminato sceglierà o di trasformare i contratti a tempo determinato di lavoratori che sono già impiegati presso di loro o assumerà i lavoratori che hanno più esperienza. In entrambi i casi, sono i giovani a essere le vittime”. “I giovani sempre più formati e competenti – continua Seghezzi – non riescono a incontrare le richieste del mercato del lavoro e si verifica così il fenomeno dello skill mismatch, per cui abbiamo ragazzi che sanno fare cose che non interessano al mercato e un mercato che cerca competenze che i giovani non possono offrire”. Senza dimenticare “l’utilizzo ormai patologico dei tirocini, che spesso sono strumenti per ottenere occupazione a breve periodo che non ha un effetto formativo e spesso si conclude in nuovi periodi di disoccupazione e inattività”.

Per il Governo è il segno che è iniziata la ripresa economica
L’Istat spiega poi “l’aumento del numero dei disoccupati negli ultimi 12 mesi è associato a una crescita della partecipazione al mercato del lavoro, testimoniata dalla riduzione del numero di inattivi”, insomma il numero di quelli che non cercavano lavoro è diminuito portando a un aumento del numero di coloro che cercano lavoro e di conseguenza dei disoccupati. Il Governo prende spunto da questi dati per rilanciare le prospettive di una ripresa vicina. “Il tasso di occupazione resta sostanzialmente invariato”, dice il ministro del Lavoro Poletti, e il calo degli inattivi “è un segno della crescente fiducia dei cittadini sull’incremento delle opportunità nel mercato del lavoro”.

“Il dato complessivo dell’occupazione continua ad avere aspetti positivi e negativi”, dice il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. “Questo dimostra che c’è ancora molto da fare. Con il Jobs Act noi abbiamo stimolato l’occupazione, abbiamo fatto un grande investimento ma l’occupazione è l’ultima cosa che riparte dopo un periodo di crisi. Per questo motivo i dati sono timidi ma anche incoraggianti – rileva Renzi – la produzione industriale lascia sperare” in un aumento del Pil, “poi ci sono i dati dei consumi che sono finalmente di segno positivo”. “Il quadro è ancora molto lontano da quello che pensiamo, ma la direzione è quella giusta”, sottolinea infine il segretario del Pd.

Per il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, nelle “economie avanzate gli aumenti dell’occupazione seguono con un ritardo di 6 mesi la crescita economica”. “L’occupazione segue la crescita economica, difficilmente accade il contrario”, nota il responsabile economico del Pd, secondo cui “va sottolineato quanto velocemente sia calato il numero dei lavoratori in cassa integrazione tra l’inizio del 2015 e il 2014: si tratta di più di 110mila occupati effettivi in più al lavoro. È normale che sia così: quando l’economia si rimette in moto prima tornano al lavoro i cassaintegrati, poi si aprono gli spazi per i disoccupati. È ingiustificato emettere giudizi definitivi sugli effetti della riforma del lavoro o della politica economica del Governo in questo momento”.

Maria Teresa Olivieri

Partito, Di Lello va nel PD
Nencini: scelta personale

Marco Di LelloIn un’intervista pubblicata questa mattina sul Corriere della Sera, siglata MTM, (Maria Teresa Meli, ndr), Marco Di Lello annuncia la sua intenzione di aderire al PD e di proporre comunque la stessa soluzione a tutto il partito.

Nella mattinata sono giunte le prime reazioni. Il segretario del partito, Riccardo Nencini, in una nota scrive: “Ho letto poco fa che Marco Di Lello, coordinatore del gruppo socialista alla Camera, ha deciso di aderire al Pd. Una scelta singola che avviene dopo un continuo infittirsi di illazioni e di chiacchiericci e prima di aver avviato il dibattito congressuale, ormai alle porte. Viene così meno un principio fondamentale per la vita nei partiti: chi porta responsabilità decide con la sua comunità. I parlamentari socialisti tutti – da Buemi a Longo al Senato, da Pia Locatelli a Pastorelli alla Camera  – e così i segretari regionali e i consiglieri regionali, con i quali ho parlato, restano al loro posto. Con convinzione. Rivolgo un appello a tutti i socialisti. C’e’ bisogno di unità per dare dignità alla nostra storia e per tenerla in vita. C’è bisogno di tutta la forza che abbiamo”.

“Apprendo dal Corriere della Sera – aggiunge a sua volta Oreste Pastorelli, tesoriere del partito – che il coordinatore della componente socialista alla Camera, Marco di Lello, ha deciso di andare nel Pd. Noi parlamentari socialisti abbiamo ricevuto un mandato dal nostro partito e dobbiamo essere coerenti di fronte alla nostra comunità. I socialisti italiani stanno nel Psi e non altrove”.

Pia Locatelli commenta sul suo profilo Facebook: “Leggo sul Corriere che il nostro capogruppo alla Camera ha deciso di andare nel PD. Ho anche letto che due o tre parlamentari sarebbero pronti a seguirlo. Non mi risulta e comunque io non sono tra quelli: ho la tessera socialista da oltre 40 anni e finirò la mia carriera politica da socialista”.

Dal Senato i compagni Enrico Buemi e Fausto Guillermo Longo scrivono: “Apprendo dal Corriere della Sera che l’onorevole Di Lello sarebbe pronto a entrare nel Pd e che altri parlamentari socialisti sarebbero pronti a seguirlo. Voglio specificare che l’on. Di Lello esprime una sua posizione personale sia io che il collega Longo non abbiamo alcuna intenzione di lasciare il partito socialista, il nostro partito, né di tradire il mandato degli elettori che ci hanno votato in quanto socialisti, seppure nella lista del Pd. Comunque qualsiasi discussione e decisione per la strategia futura del partito socialista, per quanto mi riguarda ha una sede unica dentro la quale essere affrontata, il congresso del Psi”.

Maria Pisani, portavoce del PSI, scrive: “Leggo sul Corriere della Sera della decisione del coordinatore dei deputati socialisti, Marco Di Lello, di aderire al PD. Una scelta prettamente individuale, non certo collettiva. Nessun organismo ha mai deliberato una simile opportunità. L’autonomia politica e organizzativa del PSI è ben salda. Portiamo sulle spalle una grande responsabilità soprattutto nei confronti delle nostre compagne e dei nostri compagni. Chi ha ruoli dirigenziali dovrebbe sempre ricordarlo”. Gian Franco Schietroma, coordinatore della segreteria nazionale PSI ha reso noto: “Rispetto la scelta individuale compiuta da Marco Di Lello, ma non la condivido assolutamente nella forma e nella sostanza. Dal punto di vista formale, visto che il suo obiettivo dichiarato è quello di portare tutto il PSI nel PD, egli avrebbe dovuto proporre questa posizione politica all’ormai prossimo congresso del Partito. Dal punto di vista sostanziale una nostra confluenza nel PD non è utile nemmeno al PD. Invece, anche ai fini di una democrazia migliore, è sicuramente più opportuna un’articolazione plurale della coalizione di centrosinistra. Per l’esperienza e per la conoscenza del partito da me accumulate in tanti anni, posso dire con certezza che la decisione di Marco Di Lello non verrà condivisa dalla stragrande maggioranza del PSI”. Secondo Enzo Maraio, membro della Segreteria nazionale del Psi e Consigliere regionale della Campania le dichiarazioni di Di Lello sulla sua volontà di aderire al Pd “non ci stupiscono, anzi, rispecchiano in pieno l’atteggiamento ambiguo da lui assunto nelle ultime settimane. Da giorni si rincorrevano le voci di una sua scelta di aderire ai democratici. Per quanto ci riguarda è libero di andare: da oggi parte una nuova sfida. Rilanciamo l’azione politica socialista rivendicando con orgoglio la nostra autonomia decisionale rispetto agli altri partiti della coalizione. Proprio per questo, i cinque Segretari Provinciali della Campania – in una nota – hanno preso ufficialmente le distanze dalle posizioni di Di Lello e sono pronti, insieme a me, a Riccardo Nencini e all’intera segreteria nazionale, a lavorare in autonomia per costruire un centro-sinistra forte e di governo e rilanciare l’azione del partito socialista a tutti i livelli, partendo dalla Campania e dalla federazione napoletana, appiattita da tempo dalla miopia politica di Di Lello. I risultati importanti delle elezioni regionali della Campania sono merito di una classe dirigente che si è opposta alla “crescita politica del singolo” a favore della crescita della comunità socialista. Chi si è candidato contro il PD alle primarie in Campania perché non condivideva le scelte politiche oggi fa marcia indietro”.

Qui di seguito registriamo anche i primi commenti giunti in redazione.

Scrive Luigi Mainolfi: “Caro Direttore, sul Corriere della Sera di oggi, si legge che Marco Di Lello ha dichiarato: Ora il PSI deve aderire al progetto dei Democratici. Se non riuscissi a portare tutto il partito allora aderiremmo al PD come associazione socialista. Ho trovato la concretizzazione di ciò che avevo intuito nel 2010, quando Di Lello non organizzò la lista per le elezioni comunali di Napoli. In questa sua scelta è stato preceduto da Gennaro Oliviero. Come volevasi dimostrare. Mi domando: Come può un partito cercare consensi, se massimi dirigenti tifano per un altro partito?”

Scrive Roberto Biscardini, consigliere socialista di Palazzo Marino e membro della Segreteria nazionale del Psi: “La decisione dell’On. Marco Di Lello e forse di altri parlamentari socialisti, di lasciare il PSI e di aderire al Partito Democratico non può essere sottovalutata per il ruolo che Di Lello ha avuto nel Partito e nel Gruppo parlamentare. Questa decisione pesa come un macigno sulla Segreteria di Riccardo Nencini e sulle scelte che essa ha compiuto negli ultimi anni. Da quando nel 2013, contro il parere di molti compagni, non si volle presentare la lista del Partito alle elezioni politiche fino ai comportamenti più recenti come quello di sostenere in modo acritico e supino il governo Renzi, senza esprimere alcuna posizione autonoma e indipendente. L’uscita di deputati socialisti dal PSI, considerata anche la loro esigua rappresentanza parlamentare, rafforzano la convinzione che non serve più un PSI che sopravvive a se stesso senza politica. È arrivato il momento che il PSI con una nuova direzione politica rilanci l’idea di una grande forza socialista autonomista, necessaria a riunire i socialisti e alla sinistra democratica di questo Paese.”

Scrive Mario Michele Pascale (Consiglio Nazionale del PSI): “Le parole del compagno Di Lello scuotono il partito. Il nostro deputato si dice pronto a passare nel PD, anche da solo, se necessario. Fanno piacere le repliche del segretario Riccardo Nencini, di Oreste Pastorelli, di Pia Locatelli, Gianfranco Schietroma e tanti altri: i socialisti sono quelli che stanno nel PSI. Sia chiaro: io non voglio andare nel PD. Né nel PD né in ipotetiche formazioni a sinistra del PD, dove non si è mai vista tanta folla e si sta stretti come sardine. Ma vi voglio prospettare la questione da un angolo diverso. Di Lello dà voce ad una istanza che da sempre serpeggia nel partito.
Riassumendo: se dovunque i compagni si territori sono subalterni al PD, se noi non riusciamo ad avere autonomia progettuale, se presentiamo sempre più di rado il nostro simbolo, se comunque i nostri posti in parlamento sono “grazia ricevuta” dal PD, perché frutto di una lista in cui i nostri voti sono inquantificabili, se il PD si è appropriato anche del socialismo europeo, che era la nostra ultima ancora di salvataggio, se alle ultime elezioni europee molti, invece di far votare per i nostri candidati, hanno sostenuto gli uomini del PD, è tanto scandaloso chiedere di entrare direttamente nel PD?
Il ragionamento non fa una grinza. Molti, moltissimi compagni la pensano così. Pur onorando formalmente il nostro segretario nazionale e le nostre strutture territoriali, prendono ordini dalle eminenze grige dei democrats.
Di Lello ha avuto il coraggio, e gli va riconosciuto, di agire secondo le sue idee. Molti nell’attuale PSI non ce l’hanno. Ora è abbastanza semplice e gratificante impugnare la bandiera dell’autonomia. Ma essere autonomi vuol dire elaborare una nostra visione del mondo, un “nostro” riformismo, organizzare le strutture territoriali, farle vivere, fare le liste e prendere voti. Vuol dire addestrare una nuova classe dirigente. Vuol dire accettare senza se e senza ma, la sfida del 3%.
Di tutto questo ancora non c’è traccia. E siamo, secondo me, molto in ritardo. Si naviga vistosamente a vista. Io spero che il futuro congresso faccia definitivamente chiarezza. Se voteremo per esistere e resistere come entità autonoma, come PSI, le nostre azioni dovranno essere conseguenti. Non possiamo condannare chi dice di entrare nel PD per poi andare dallo stesso PD a chiedere posti in lista o candidature sicure. Se voteremo per l’autonomia deve iniziare un processo di autonomia. Ora. Subito. Ed il congresso lo dovrà suggellare. Se il prossimo congresso prenderà tempo, indicherà impossibili terze soluzioni, vagheggerà di terzi, quarti e quinti poli, sarà chiaro che ci stiamo prendendo in giro”.

Il fondo di Mauro Del Bue

Teoria della complessità
e globalizzazione

Di Frijtiof Capra, noto fisico e saggista, direttore del “Center for Ecoliteracy” a Berkeley (Calfornia), è stato di recente pubblicato, per iniziativa del Corriere della Sera, il libro “La scienza della vita. Le connessioni nascoste fra la natura e gli esseri viventi”. In esso l’autore, estendendo al campo delle scienze sociali la nuova concezione della vita che è emersa dalla teoria della complessità, delinea un quadro concettuale in cui le dimensioni biologiche, cognitive e sociali della vita si integrano a vicenda. Il suo scopo dichiarato non è solo quello di offrire un’idea unitaria di “mente, vita e società”, ma anche di “sviluppare un approccio sistemico e coerente col quale affrontare alcuni problemi fondamentali del nostro tempo”. Fra i problemi trattati, quello forse più coinvolgente, per la sua attualità e le sue conseguenze, riguarda la globalizzazione senza regole; a questa l’autore riconduce la consapevolezza preoccupata dell’umanità d’essere la causa dell’emergere di un “nuovo mondo”, caratterizzato da nuove tecnologie, da nuove strutture sociali, da una nuova economia.

Con la creazione, nella metà degli anni Novanta, della World Trade Organization (WTO), l’integrazione delle economie nazionali nell’economia globale, caratterizzata dalla libertà di mercato, è stata salutata dalla stragrande maggioranza degli agenti politici ed economici come un nuovo ordine mondiale che avrebbe portato benefici ai Paesi di tutte le latitudini. Tuttavia, per un numero crescente di critici, le regole di funzionamento dell’economia-mondo stabilite dal WTO sono divenute insostenibili, in quanto hanno prodotto “una molteplicità di conseguenze devastanti fra loro interconnesse: dei fenomeni di disgregazione sociale, un dissesto della democrazia, un più rapido ed esteso deterioramento della situazione ambientale, la diffusione di nuove malattie e il crescere della povertà e dell’alienazione”. Tutto ciò, per i critici, è stata la conseguenza del fatto che il modello keynesiano di economia capitalista, realizzato dopo la Seconda guerra mondiale, ha raggiunto nel corso degli anni Settanta i propri limiti di validità teorica.

In risposta alla crisi di quegli anni, i Paesi occidentali hanno realizzato una radicale ristrutturazione del capitalismo, che ha determinato il graduale smantellamento del contratto sociale fra capitale e lavoro di keynesiana memoria e, con esso, la ‘deregulation‘ dei mercati, la liberalizzazione dei “traffici finanziari” e i molteplici cambiamenti nelle organizzazioni economiche, al fine di accrescere la flessibilità e l’adattabilità delle attività produttive alle nuove regole di funzionamento del sistema economico globale. L’insieme di questi fenomeni, interconnessi tra loro, non hanno tardato a generare “catene di retroazione”, che hanno dato origine a un insieme di conseguenze, il cui manifestarsi non era affatto previsto, sino a determinare un risultato, la ‘New Economy’, la cui complessità e turbolenza è sfuggita alla capacità di comprensione delle analisi condotte secondo il metodo proprio della teoria economica tradizionale.

A livello esistenziale – osserva Capra – la caratteristica più allarmante della ‘Nuova Economia’ è stata offerta dal fatto che, per più aspetti essenziali, essa è stata “plasmata dalle macchine”; ciò perché il mercato globale non si è conservato nella forma di un mercato tradizionale, bensì in quella di “una rete di macchine programmate secondo un singolo valore – quello di far soldi al solo scopo di far soldi – a esclusione di ogni altro possibile valore”. In tal modo, inquadrato “nella realtà virtuale delle reti elettroniche, il denaro è diventato quasi del tutto indipendente dalla produzione e dai servizi”, per cui lo spazio virtuale dei flussi finanziari e quello reale, dove le persone lavorano, sono diventati sempre più differenti tra loro.

All’inizio del nuovo secolo, le conseguenze indesiderate e impreviste del modo di funzionare del capitalismo globalizzato hanno impresso all’attività economica linee di tendenza sbagliate, causando un cambiamento in negativo delle “regole del gioco economico”, per opera dalle principali istituzioni del capitalismo globale: Banca mondiale, Fondo monetario internazionale, WTO ed altre ancora. Per questo motivo, secondo Capra, occorre riconoscere la necessità di una nuova forma di governance della globalizzazione, considerando che, per quanto l’economia globale sia un fenomeno ormai stabile e radicato, il modo in cui essa funziona, producendo conseguenze indesiderate, è “stato progettato a tavolino“ e che, in quanto tale, può essere rimodellato. Come?

All’inizio di questo secolo -afferma Capra – sono emerse due innovazioni che sono, da un lato, l’ascesa del capitalismo globale e, dall’altro il diffondersi di “comunità sostenibili” dal punto di vista dei costi indotti dal funzionamento del nuovo modo di produrre: lo scopo del capitalismo globale è quello di massimizzare la ricchezza e il potere delle sue élite, mentre quello delle creazione delle comunità sostenibili è quello di conciliare l’impatto della produzione sulle condizioni di vita e la sua sostenibilità dal punto di vista esistenziale. Poiché il nuovo modo di produrre è stato determinato dall’introduzione di valori umani che hanno anteposto il valore del denaro a quelli dei diritti, della democrazia e della tutela ambientale, quei valori devono essere cambiati, nel senso che le relazioni concernenti il modo di funzionare del capitalismo mondiale devono essere riprogrammate. La grande sfida dell’attuale secolo potrebbe allora consistere nel perseguire l’obiettivo di “cambiare il sistema di valori che sta alla base dell’economia globale, in modo da renderla compatibile con le esigenze della dignità umana e della sostenibilità”.

La domanda che s’impone a questo punto è se vi sarà abbastanza tempo per realizzare la riprogrammazione del funzionamento del capitalismo globale; secondo Capra, la teoria della complessità dei sistemi biologici e sociali suggerisce che da stimoli improvvisi, ma significativi, quali possono essere una rivoluzione sociale in uno o più Paesi o il cambiamento dell’”equilibrio” delle relazioni internazionali tra gli Stati, può nascere una “catena di processi di retroazione” che, in breve tempo, possono far emergere un nuovo ordine. D’altro canto – conclude Capra – le teoria della complessità suggerisce che gli stimoli improvvisi possono originare dei “crolli” anziché delle “innovazioni”, nel senso che essi, gli stimoli, possono indurre a sperare che il futuro dell’umanità possa essere migliore.

Capra, però, condividendo un’osservazione del drammaturgo cecoslovacco Vàclav Pavel sul futuro dell’umanità, osserva che la speranza che il mondo possa migliorare non consiste nella convinzione che qualcosa andrà bene, ma nella certezza che qualcosa ha senso, indipendentemente da come poi, di fatto, andrà a finire. D’accordo! Ma è questo un viatico che possa valere a tacitare chi, da sempre, o dacché il turbocapitalismo mondiale ha preso corpo, è stato messo nella condizione di non disporre del necessario per vivere una vita dignitosa a causa della maldistribuzione di ciò che si produce nel mondo? Si ha ragione di dubitare che la sola speranza possa fungere da “tranquillante” per chi oggi sta peggio nel mondo, a causa del capitalismo globale senza regole. Se la rimodulazione della globalizzazione non porrà un rimedio alle ineguaglianze sociali in tempi ragionevoli è probabile che la condizione di chi oggi soffre delle ineguaglianze distributive possa diventare uno di quei punti di svolta dei quali parla Capra, rendendo improvvisamente concrete per l’umanità le aspettative positive che la teoria della complessità fa solo sperare possano accadere.

Gianfranco Sabattini

 

 

Jihadisti in salsa italiana

Anche a casa nostra c’è un terreno di coltura del fondamentalismo religioso. I batteri – odio, fanatismo – li produciamo anche in proprio. E non mi riferisco solo agli immigrati di cultura islamica e ai loro figli. Anche alcuni italiani “doc”, convertitisi all’Islam, hanno abbracciato la causa della guerra santa globale. I Jihadisti nostrani non propugnano un islamismo all’acqua di rose: sono altrettanto fanatici dei loro omologhi stranieri.

Fatima, prima di convertirsi e sposarsi con un jihadista straniero, era una ragazza italiana “normale” al pari di tante sue coetanee. Ora è ricercata per associazione con finalità di terrorismo. È partita per la Siria, impaziente come gli altri foreign fighters europei di dar man forte agli assassini dell’ISIS. Le milizie del sedicente Califfato islamico conducono una spietata campagna di pulizia etnica e religiosa spargendo il terrore ovunque arrivino: stupri, torture, sgozzamenti sono all’ordine del giorno. Ma Fatima non batte ciglio; è incrollabile nella sua nuova fede: “Questi che vengono decapitati sono ladri, sono ipocriti … Qui non schiavizziamo le donne, ma le onoriamo… Lo Stato islamico è uno Stato perfetto. Qui non facciamo nulla che vada contro i diritti umani. Cosa che invece fanno coloro che non seguono la legge di Allah. Lo Stato islamico non tortura nessun prigioniero, ma agisce secondo la sharia. Secondo la legge di Allah misericordioso.” (Marta Serafini, “Parla Fatima, jihadista italiana: decapitiamo in nome di Allah”, Corriere della Sera, 2 luglio 2015.) Con queste dichiarazioni agghiaccianti, Fatima nega l’evidenza, ovvero che i miliziani dell’ISIS commettano crimini orrendi; anzi, le esecuzioni e le torture non le reputa crimini bensì punizioni esemplari, atti di giustizia. I veri criminali sono gli infedeli, i miscredenti. Il copione ci è già noto: questa è la stessa logica delirante che ispirava le SS e gli Einsatzgruppen nazisti che, nelle retrovie dei territori conquistati dalla Wehrmacht, annientavano ebrei, zingari, commissari politici, partigiani.

Più che il caso singolo, che potrebbe essere derubricato a follia, mi interessa il fenomeno della conversione al fondamentalismo. Perché degli italiani nati in famiglie cristiane – più o meno praticanti o credenti – decidono di convertirsi all’Islam, sposandone per giunta la versione più intollerante e fanatica? Una certa sinistra, quella che non ha smaltito la sbornia marxista, è fissata con le condizioni materiali o sociali: le privazioni, la povertà, il disagio sociale-famigliare, le guerre imperialistiche spiegherebbero ogni genere di ribellismo e terrorismo, incluso quello di matrice religiosa. Ma non v’è traccia di tutto ciò nel percorso di Fatima, ex studentessa universitaria “che amava truccarsi”; una ragazza cresciuta in una famiglia normale in una città qualsiasi del nostro Paese. La metamorfosi è apparentemente inspiegabile: Fatima di punto in bianco si trasforma in una terrorista animata da un odio feroce contro i miscredenti, categoria a cui lei stessa apparteneva prima della conversione. Non c’è da sorprendersi: il convertito, molto spesso, è più realista del re. Forse avverte il bisogno di perdonare se stesso per una scelta di rottura totale, che è un ripudio della sua cultura. La psicologia, qui, ha evidenti ricadute politiche. Ma perché un occidentale di origine cristiana non si esalta al pensiero di rinverdire le crociate, che non hanno nulla da invidiare alla jihad in termini di ferocia? Per comprendere la forza di attrazione della jihad nelle nostre società avanzate abbiamo bisogno della sociologia.

L’Islam è una religione universalistica. Mira cioè al proselitismo proprio come il cristianesimo. Ma vanta un primato rispetto a quest’ultimo: esprime tuttora una fede pura e incontaminata. È per questo che appare ‘maschio’ e guerriero agli occhi di chi brama una religione totalizzante. Noi la fede degli invasati non sappiamo più cosa sia. Chi avverte dentro di sé un vuoto ideale, chi sente il bisogno di assoluto e di perfezione in questo mondo caotico e imperfetto, non può trovare appagamento né nelle ideologie politiche, che sono ormai scomparse, né nel cristianesimo dal ventre molle dei nostri tempi. Non è un caso che in quesi ultimi anni alcuni fra i più accesi difensori dell’Occidente ‘cristiano’ siano stati intellettuali agnostici, se non addirittura atei, vicini alle posizioni dei teocon statunitensi. Tra questi si staglia la figura di Oriana Fallaci – la quale, che piaccia o meno, era di estrazione culturale azionista-illuministica. Il paradosso è che questi personaggi hanno difeso un’idea immaginaria di cristianità. Impauriti dalla minaccia islamista, hanno tentato di resuscitare il cristianesimo intendendolo come mera identità culturale. Ecco, secondo loro, lo scudo con cui difenderci dal furore di chi crede ancora in un Dio arcaico. Ma se trasformi Gesù, l’antipagano e l’illiberale per eccellenza, in una figura simile a quella di Giove di fatto assesti il colpo di grazia al cristianesimo, che solo da morto può divenire l’equivalente della mitologia classica. E infatti l’operazione teocon, oltre a rivelarsi politicamente sterile, è incomprensibile per gli islamisti più radicali, per i quali rivendicare una religione senza fede è una assurdità. Del resto, era così anche per i cristiani un tempo non troppo lontano. Nella mente del jihadista la religione cristiana contemporanea – quella professata dai pochi fedeli rimasti – ha perso il suo spirito vitale-combattivo, incarnato dai crociati e dai santi, perché è scesa a patti col demonio rappresentato dalla modernità. Detto in linguaggio laico: la cristianità si è irrimediabilmente secolarizzata. Anche i praticanti, ormai, praticano pochissimo e ben di rado. Per limitarci a un esempio: i sacrifici della Quaresima sono un pallido ricordo, una vecchia usanza per coloro – e sono anche questi una minoranza – che in Chiesa ci vanno tutte le domeniche. Pensiamo invece allo scrupolo religioso con cui i musulmani rispettano il mese sacro del digiuno detto Ramadan. Figuriamoci se un jihadista può comprendere una religione che non contempla più le guerre sante, né esalta più il martirio di chi si immola per Dio.

In Occidente permangono sacche di resistenza clericale, certo. Ma Atene, la città secolare, ha sostanzialmente vinto su Gerusalemme, la città sacra. Tutto questo equivale a dire che l’Occidente – l’Europa, credo, più degli Stati Uniti – è sostanzialmente scristianizzato, o quanto meno si è incamminato sulla via senza ritorno della scristianizzazione. Questo, a mio avviso, è il punto cruciale, dove psicologia e sociologia si congiungono: può darsi che i jihadisti nostrani siano individui ‘spostati’, instabili psichicamente, se non addirittura inclini alla pazzia. Ma cosa fa scattare la molla che li spinge a una ribellione antimoderna se non la crisi di valori dovuta allo stadio di sviluppo che ha raggiunto la nostra civiltà? Mi spiego. Per secoli l’uomo occidentale è vissuto in società impregnate di religiosità arcaica. La modernità – che è disincanto del mondo, morte del Dio trascendente, tramonto della sacra e immutabile tradizione – ha stravolto ogni cosa. Il problema è che la modernità procede a una velocità impressionante, che è aumentata in maniera esponenziale in questi ultimi decenni. Si tratta, credo, di un fenomeno inedito nella storia dell’umanità. Non tutti riescono a gestire e rielaborare psichicamente mutamenti così rapidi. Appena una cinquantina di anni fa – un lasso di tempo che è un pulviscolo nella storia umana – le Chiese erano affollate, i matrimoni erano per lo più religiosi, nei Paesi cattolici ci si divorziava di rado, le mogli erano sottomesse ai mariti. In 8 e mezzo, straordinario film modernista, Fellini ha rievocato, come solo un grande artista sa fare, i frammenti di un mondo che già nei primi anni Sessanta era in frantumi: si pensi soltanto a quegli onirici preti d’antan, superbi padroni di scuole e parrocchie che non esistono più.

I jihadisti hanno capito benissimo che il cristianesimo ha cambiato volto e pelle: si apprestano a riempire la voragine aperta dalla scristianizzazione (e dalla concomitante scomparsa delle ideologie politiche, surrogati in forma secolarizzata delle religioni). Non credo che l’Islam sia incapace di riformarsi, anche se è innegabile che finora solo alcune minoranze illuminate, nell’arcipelago islamico, hanno fatto i conti con la modernità. Rebus sic stantibus, l’Islam esercita un appeal straordinario in quanto è forse l’unica religione che, non avendo subito mutazioni genetiche, ha una cognizione esatta e puntuale di cosa fosse la fede dei nostri avi. E questa, per i convertiti, è un’espressione di geometrica potenza. Non lasciamoci trarre in inganno dalla stupenda traduzione dantesca della Vulgata – “Fede è sustanza di cose sperate/e argomento de le non parventi” (Paradiso, XXIV. 64-65). La fede –  la convinzione di possedere l’unica verità, unita al folle desiderio di rigenerare l’umanità  – è stata storicamente la sorgente del fanatismo più spietato, la miccia che fece deflagrare sul suolo europeo micidiali guerre di religione.

Non elogeremo mai abbastanza i religiosi modernisti – in ambito cattolico, il pensiero corre a Giovanni XXIII, lo straordinario papa ‘laico’ e riformatore che volle il Concilio Vaticano II e seppe imporlo a una Chiesa medievaleggiante, con la mente e il cuore rivolti al passato. Apprestiamoci dunque a una lunga lotta – culturale prima ancora che politica – contro chi sostiene anacronisticamente il predominio della città sacra. Ma non illudiamoci che basti sbarrare porte e finestre: la modernità è farina del nostro sacco. Ed è una sorta di farmaco potentissimo: disintossica, sì, le moltitudini dall’oppio religioso, ma porta con sé fastidiosi effetti collaterali.

Edoardo Crisafulli 

Un momento di alto riconoscimento per Fanano

La Famiglia Andreoni (Gioiello è il riferimento più diretto) è stata insignita dall’Ambasciatore Israeliano in Italia (Dan Haezrachy) dell’alta onorificenza  “Giusti fra le Nazioni”. Gioiello Andreoni da  40 anni rappresentante della CGIL in montagna, socialista non pentito, ha ritirato la targa insieme al fratello in onore del Padre e della Madre che salvarono una grande Famiglia ebrea bolognese, Valabrega, dai campi di concentramento tedeschi.

Un fatto che mi ha commosso perché ero fra i pochi ad averlo ricevuto come segreto dal Padre in una delle tante riunioni svolte in montagna e  a casa loro: si diceva in quella casa, “importante che si siano salvati! “. Il sindaco della Città ha detto una cosa incredibilmente bella:  il motto della Famiglia Andreoni era: “Il bene si fa, ma non si dice”.

Mi sembra questa una straordinaria lezione di umiltà e di forza morale e caratteriale espressa quando buona parte rifuggiva dal pericolo che azioni come questa potevano portare alla morte sia ebrei che gli italiani coraggiosi. Rimane per noi, per tutto il Popolo e per tutti quelli che hanno ancora voglia e coraggio di esprimersi Socialisti un esempio ed una motivazione in più per non recedere dal rafforzare la democrazia ogni giorno. A Gioiello ed alla Sua Famiglia tutta non può che andare il nostro ringraziamento per una dimostrazione che ci rende onore e riscatta da tante debolezze.

Paolo Cristoni

 

Province. La Corte dei Conti: «A rischio servizi primari»

Corte dei conti-Province«Una situazione di criticità (e per certi versi emergenziale)» quella relativa alle risorse, la cui scarsità mette a repentaglio «i servizi di primaria importanza». Queste le conseguenze – secondo la Corte dei Conti – della riforma voluta dal governo Renzi sulle finanze e la funzionalità delle Province (la cosiddetta riforma Delrio). Senza l’adozione di «interventi necessari, la forbice tra risorse correnti e fabbisogno tende a una profonda divaricazione, difficilmente sostenibile per l’intero comparto». Continua a leggere

Scrive Francesco Meringolo:
Non c’è Nord senza Sud

Carlo Trigilia, docente all’università Cesare Alfieri di Firenze titola così una sua pubblicazione sullo sviluppo del Mezzogiorno. Anche Mario Draghi il 2008 in un lungo intervento arriva alle medesime conclusioni: “Non può esserci alcuna ripresa del paese senza far ripartire il Mezzogiorno”. Il rapporto Svimez 2015, nonostante le parole di Draghi o di Trigilia di qualche anno fa, è, però, devastante. Senza perdere tempo e annoiare il lettore elencando dati, emerge una terra che sembra aver esaurito ogni possibile speranza di ripresa. L’industria è ai minimi storici, l’occupazione soprattutto giovanile e femminile è quasi assente, la bassa natalità si può definire un guiness dei primati in negativo.

Quali sono le cause delle debolezze che dimostrano i dati di questo pezzo di Europa? Quali sono al contrario i suoi punti di forza? È possibile invertire la tendenza nei prossimi anni? Piero Angela, in un suo saggio dal titolo “A cosa serve la politica”, in un esempio immagina che un politico turco in campagna elettorale, prometta ai suoi concittadini che in caso di elezione, darà salari, pensioni, assistenza, asili nido, ospedali, come in Svezia e si chiede se potrebbe mantenere una promessa del genere. Contestualmente pone un altro esempio, si chiede, qualora l’Olanda sia sommersa dalle acque a causa della rottura delle dighe, se i superstiti, portati su un’isola, dopo vent’anni sarebbero una realtà che si avvicina all’Olanda pre-rottura delle dighe, oppure sarebbe una realtà molto povera. Arriva alla conclusione che sarebbe avanzata all’incirca come lo era in precedenza perché esistono due “macchine”, quella della ricchezza e quella della povertà. Dice che l’Olanda, al pari della Germania uscita dalla seconda guerra mondiale, ha racchiuso nella testa dei suoi individui una delle due macchine, in questo caso quella della ricchezza, mentre è certo che il politico turco mancherebbe tutti gli obiettivi della campagna elettorale.

È un po’ quello che, al contrario dell’Olanda, avviene nel mezzogiorno d’Italia, dove a una mancanza infrastrutturale si unisce una cultura principale “poco civica” che può essere racchiusa nell’esempio della macchina della povertà, esattamente come in Turchia. Infatti, come ricordava Draghi, questa volta nel 2009, nel corso di un convegno della Banca D’Italia, se nel meridione d’Italia da una parte c’è una carenza strutturale che riguarda la qualità dell’istruzione, le vie di comunicazione, la giustizia, la sanità, l’assistenza sociale, i trasporti, la gestione dei rifiuti, dall’altra si denota una scarsa capacità di cooperazione tra i cittadini, scarsa attenzione al rispetto delle regole, scarso controllo dei cittadini verso gli amministratori che eleggono e poca fiducia nelle istituzioni.

Un quadro desolante, rimasto immutato nonostante siano passati più di cinque anni dalle analisi di Draghi e di Trigilia, che aldilà delle intenzioni del paese e dell’Europa, poco può cambiare se prima non si modifica quello che Piero Angela, nel libro di cui sopra, definisce software. Si può esportare l’hardware, ma non il software – dice Angela – e l’hardware da solo (intendendo per hardware l’insieme delle conoscenze tecniche), senza il software, non produrrà alcun risultato efficace. Ma allora, al netto di responsabilità diffuse del passato, che fare, rassegnarsi? Non lo credo. Il Mezzogiorno, come ricordato sempre dallo Svimez qualche anno fa, ha numerose potenzialità.

Se da un lato ha migliaia di chilometri di costa e aree archeologiche attraverso le quali mettere in moto la macchina del turismo e un’ottima cultura agricola sulla quale puntare per prodotti agricoli di prima qualità; dall’altra, in quel rapporto, il sud dell’Italia è definito hub strategico riguardo alle energie rinnovabili. E quest’ultima potrebbe essere una scommessa realmente importante considerando anche la quantità di energia che il nostro paese importa.

Per riuscirci, ci sarà bisogno di rimboccarsi le maniche, non basterà più prendersela con la politica e non servirà a niente volgere lo sguardo dall’altra parte. Sarà necessaria una grande partecipazione attiva dei cittadini e una riconquistata fiducia di potercela fare in cui sentirsi parte attiva della comunità. Ognuno dovrà sentirsi pezzo di un ingranaggio di un meccanismo più complesso, fatto da cittadini, autorità e istituzioni insieme, comprendendo che a qualunque punto un ingranaggio andrà fuori giri comporterà lo stop del meccanismo.

A ciò, bisognerà aggiungere un’altra strategia, che tocca l’Europa tutta e che passa da una maggiore autorevolezza in politica estera, che possa portare alla fine dei tumulti che vedono protagonisti il nord dell’Africa e parte dell’Asia occidentale, impegnandosi a rendere attrezzato il Mezzogiorno quale piattaforma logistica dell’Europa sul Mediterraneo, in un “mare di pace”. È l’unica via d’uscita per il Sud, converrebbe all’Europa! Converrebbe all’Italia!Converrebbe al Sud!

Francesco Meringolo

(Consiglio Nazionale Psi)

Il socialismo secondo
Loris Fortuna

Loris FortunaParte seconda: i bagliori di una visione innovatrice

Capita sovente al giovane Loris di soffermarsi negli angoli di vita che la guerra gli aveva sottratto e non trovare altre certezze che ideali, sogni e rinnovamenti da inseguire con assoluta determinazione. Dal caleidoscopio della sua coscienza riverberano esperienze che si incrociano con il recente passato, segnato con graffi indelebili dalla tormentata prigionia: raffiche di spari nascosti dalla cortina di nebbia, brandelli di muri, polvere, valichi da penetrare tra pietre dure e fredde e la neve che cade lenta su tutte queste macerie, sugli ostinati fiori che vi crescono, sui petali piegati dalla paura ma ancora illuminati dalla policromia della speranza, dall’insostituibile valore della lotta. E’ una conferma alla definitiva consapevolezza dell’ innata e insopprimibile dedizione alla vita politica. Laureatosi in Giurisprudenza nel 1949 si iscrive nel 1959 anche alla facoltà di Fisica e poi a quella di Lettere e Filosofia; se alcuni anni prima era dedito a reclutare armi per i partigiani, adesso si cinge la vita con un’ ideale cartuccera munita di  ferrata preparazione giuridica, filosofica e politica da mettere al servizio della comunità. Seguendo le orme paterne si iscrive al Partito Comunista Italiano e diviene il Legale della camera del Lavoro e della Federterra. Emerge fin dai primi tempi della sua militanza un malcelato malessere nei confronti del proverbiale centralismo comunista, che media con evidente ingombro le questioni sociali, civili e democratiche. Il logorio si esaspera fino alla rottura definitiva, avvenuta sotto la spinta dei fatti d’Ungheria. Il 12 febbraio del 1959 si dimette dal Consiglio Regionale, da Consigliere del P.C.I. e dal partito stesso. Così scrive al segretario della federazione del partito e sindaco di Udine Silvano Bacicchi: “ Caro Bacicchi, indirizzo questa mia dichiarazione a te, nella Tua veste di Segretario della Federazione cui fino a tre anni fa ho avuto l’onore di appartenere, come iscritto al P.C.I. (…) Non ti nascondo che alla base della non facile decisione di non rinnovare l’iscrizione negli ultimi anni, vi sono particolari concezioni dei diritti di libertà del cittadino dello Stato Socialista, della difesa pratica di tali diritti, del metodo democratico per l’edificazione e difesa delle realizzazioni dello Stato Socialista finché è necessario, della concezione dello Stato quale la struttura sempre obiettivamente oppressiva e quindi da eliminarsi (…) Non mi sento più di lottare per le comuni generali idee del progresso e della civiltà  nella particolare organizzazione costituita dal P.C.I. Non ritengo però che per battermi con modeste forze e i naturali limiti che posseggo – per la classe cui appartengo – debba necessariamente essere legato ad una esclusiva forma di organizzazione. Credo sia giusto – nell’ipotesi di adeguare ciò che penso ad una organizzazione o movimento esistente – poter continuare poco o tanto che sia nel campo politico, la mia attività, se tale attività avrà la possibilità di essere utile, in qualche modo. (…) Dato – per concludere – che sono stato eletto per la designazione e l’appoggio del Partito a Consigliere Comunale, rimetto naturalmente il mandato ricevuto per conto del Partito e allego una lettera di dimissioni al Consiglio che – se la riterrete valida nella sua stesura prego di inoltrare tramite il Capo Gruppo Consigliere.

Loris Fortuna.”

(Gisella Pagano, Loris Fortuna, Intimo e Politico, Ardini Editore 1990, cit. pag. 83, 84,85)

L’approdo fisiologico di Loris Fortuna sarà il Partito Socialista Italiano, la forza politica che nel panorama della sinistra italiana si contraddistingue per la sua spiccata vocazione riformista, per una idiosincratica allergia al centralismo democratico della struttura interna di Partito e per una visione dell’organizzazione statale che prende nettamente le distanze dal totalitarismo sovietico. L’ingresso di Loris nel PSI è nello stesso tempo spiazzante e singolare: si propone con tutto il suo entusiasmo innovatore costituendo il Centro di Ricerche Culturali “Pietro Calamandrei” per promuovere la conoscenza, la ricerca e la divulgazione dei principali temi della cultura moderna e di promuovere iniziative che in ogni direzione comportassero adesioni da parte della popolazione friulana ai problemi culturali. Anche la focalizzazione su Pietro Calamandrei predispone ad uno smarcamento dalla visione marxista della lotta di classe per una sterzata vigorosa in direzione  liberalsocialista e di grande attenzione e sensibilità alle libertà civili. Come organo del Centro Calamandrei nasce la pubblicazione “Politica e Cultura” di cui Loris ne è il direttore; una rivista che traeva ispirazione dalle ideologie di sinistra e che sosteneva la miscellanea di elementi politici, culturali, economici, sindacali e perfino sportivi.

Da questo suo primo e definitivo approccio al P.S.I. emerge un Loris Fortuna che si  contraddistingue per una forte linea autonoma rispetto agli schemi tradizionali di Partito e che verrà magistralmente capita e scolpita a colpi di inchiostro da Giorgio Bocca nel suo reportage giornalistico in occasione del 40° Congresso del P.S.I., tenutosi nel marzo del 1976: “Qui al Congresso c’è un modo antico, cattedratico, da professorini, di pensare il Partito Socialista Italiano come il partito della classe operaia (…) E poi c’è un modo di essere socialisti di tipo diverso, il modo di chi non scomoda la mitica classe operaia e lascia dormire il grande Carlo, ma sta dalla parte di quelli che hanno un problema serio da risolvere, un’ingiustizia iniqua da riparare, un’aggressione, una mobilitazione civile da compiere, di cui mi sembra un buon esemplare Loris. Chi sia più vicino all’essenza, al grado quinto del socialismo, proprio non lo sappiamo, ma crediamo di sapere che gli italiani si aspettano molto dal socialismo di Loris e piuttosto poco da quello degli altri. Il fatto è che mentre gli altri si occupano ancora a parole del marxismo e del suo ectoplasma, un tipo in maniche di camicia come Loris capisce per istinto che la rivoluzione c’è oggi, che le idee nuove ci sono oggi, e che se il partito non le coglie può dolcemente spegnersi, di Congresso in Congresso. Già; Loris non è un socialista chic, nessuno gli chiede saggi marxsiani da pubblicare su Mondoperaio e negli elenchi della cultura socialista il suo nome non compare. E invece magari la cultura socialista che lascia il segno nella vita degli uomini e nella loro dignità è poi quella a cui Loris è arrivato per istinto;  la cultura dei diritti  civili del divorzio, del femminismo, dell’aborto, delle minoranze religiose ed etniche, di tutte le libertà concrete, sostanziali, che rifanno del Partito Socialista un polo di attrazione, un fratello che non tradisce nel momento del bisogno. Loris non è un uomo da amare come Nenni o Lombardi e neppure da stimare come Giolitti, per quelli della mia età, o Cicchitto per i più giovani, perché non c’è mai stato il tempo di capire se è amabile e per approfondire la stima, quando si tratta di stargli dietro, di non lasciarsi distaccare dalle sue galoppate in avanti e di lato e da ogni parte, in compagnia di radicali effervescenti, di femmine d’assalto, di comitati, di movimenti. Il partito non è solo questo, si capisce, è anche il resto che c’è e non c’è: una stampa da rimettere in piedi, un archivio storico da fare, un governo ombra che non pensi ai ministeri come posti da occupare, ma come occasioni per fare qualcosa di diverso. Ma anche l’attività pragmatica, dinamica, presenzialista di Loris Fortuna è importante; senza di lui e di quelli come lui e più matti di lui (tanti saluti a tutti da Marco Pannella), il Partito sarebbe isolato e più vecchio e prigioniero delle sue storiche prigioni. (…) Ecco perché siamo dell’avviso che ci sia grande bisogno di dinamitardi alla Loris Fortuna.” (Giorgio Bocca, articolo pubblicato da La Repubblica, in Gisella Pagano, Loris Fortuna, Intimo e Politico, Ardini Editore 1990, cit. pag. 193, 194, 195)

Un articolo dunque importante, denso di elementi su cui riflettere e che hanno una validità anche per il nostro presente, che molto spesso ci interroga sulla via da intraprendere per modellare un serio rilancio dell’identità socialista, messa in crisi da un ventennio di ghettizzazioni, politiche di basso profilo, marginalizzazioni, divisioni interne. Ma la cosa fantastica e suggestiva è proprio il fatto che il detonatore di questi stimoli propositivi e positivi sia proprio Loris Fortuna, il socialista che “sta dalla parte di quelli che hanno un problema serio da risolvere, un’ingiustizia iniqua da riparare, un’aggressione, una mobilitazione civile da compiere”.

Carlo Da Prato