sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Abolire il carcere. Le dieci proposte di Luigi Manconi
Pubblicato il 03-07-2015


abolire il carcere“Abolire il carcere”. Questo è il titolo chiaramente provocatorio dell’ultimo libro di Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, scritto in collaborazione con Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia del diritto, Valentina Calderone, direttrice di buon Diritto e dall’avvocato Federica Resta. Postfazione di Gustavo Zagrebelsky, edito da Chiarelettere.

La proposta editoriale in questione analizza e individua alcune idee per migliorare il sistema carcerario. Dieci per la precisione sono le proposte per innovare un sistema che, secondo le parole pronunciate nel 2013 dall’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, configura “una realtà non giustificabile in nome della sicurezza”. Un sistema criminogeno così come definito dal Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

Secondo Manconi infatti le carceri non sono la soluzione al problema della sicurezza perché a dispetto degli scopi in teoria raggiungibili, in pratica molto raramente assolve a quella funzione rieducativa e reintegrativa prescritta e assai più spesso riproduce all’infinito crimini e criminali, rovinando vite in bilico tra marginalità sociale e illegalità, perdendole definitivamente. E ancora: “Il carcere va abolito pure perché mette frequentemente a rischio la vita dei condannati, violando il primo degli obblighi morali di una comunità civile, che è quello di riconoscere la natura sacra della vita umana anche in chi abbia commesso dei reati, anche in chi a quella vita umana abbia recato intollerabili offese. E sia per questo sottoposto alla custodia e alla funzione punitiva degli apparati statali. Sono passati più di trent’anni da quando, prudentemente, si cercava una strada per liberarsi dalla necessità del carcere”.

In sintesi – secondo Manconi e i co-autori – occorrerebbe depenalizzare molte fattispecie di reato, abolire l’ergastolo, ridurre le pene detentive. Rendere insomma il carcere soltanto un’extrema ratio. Come? Riducendo il numero di reati attualmente previsti dal nostro codice penale o attribuendo la capacità di estinguere il reato ad azioni (riparative, risarcitorie, ecc.) prestate dall’imputato in favore della vittima o della collettività o ancora ricorrendo alla custodia cautelare in caso di reale e concreta necessità.

Gli ingredienti della soluzione sono tanti: dall’implementare le misure alternative al carcere, così da offrire a ogni detenuto una reale opportunità di reinserimento sociale a garantire i diritti fondamentali dei detenuti, a superare il “carcere duro” e i vari circuiti penitenziari differenziati fino a umanizzare il carcere.  Seguendo una ricetta così completa si produrrebbe una concreta semplificazione dell’ordinamento penitenziario. È questo un libro da leggere perché delinea in ogni suo aspetto il carcere, una realtà complessa che nella più parte delle volte ha una funzione non riabilitativa bensì di morte sociale. Perché è chiaro che occorre una discontinuità culturale con il passato, discontinuità che libri come quelli di Manconi aiutano a marcare. Perché è ovvio che la pena detentiva non è soltanto il carcere e il carcere a sua volta non è una semplice struttura fatiscente dove poter espiare una pena.

Luigi Iorio 

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