giovedì, 8 dicembre 2016
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Roma. Dimmi chi frequenti
e ti dirò chi sei
Pubblicato il 02-07-2015


“Chi vuole governare Roma deve conoscere 200 persone”. La formula è di  Goffredo Bettini. Ed è la quintessenza del realismo politico. Ciò che si sostiene, nella sostanza, è che la sinistra, se “vuole governare Roma”, deve costruire un rapporto organico con i poteri che contano e, in particolare con quelli economici (dall’edilizia alle banche, con i relativi organi di stampa). Un rapporto, beninteso, di dare e avere: da una parte una politica di sviluppo della città che tenga conto delle esigenze prioritarie dei proprietari-costruttori; dall’altra la disponibilità di fruire di quelle risorse aggiuntive indispensabili per soddisfare le esigenze dei cittadini.

E’ il modello che si affermerà con la seconda sindacatura di Rutelli e con le due di Veltroni. E che si riprodurrà, in una versione “degenerativa” nell’esperienza Alemanno. Sulla sua natura e sulle ragioni strutturali della sua crisi torneremo tra poco. Ciò che interessa precisare da subito è che questo modello è molto diverso dal paradigma delle vecchie giunte di sinistra e, in particolare, di quella di Petroselli. Mentre, dopo il crollo della giunta Alemanno siamo al disfacimento delle basi stesse della democrazia civica.

Sull’universo che incarnava Petroselli posso testimoniare direttamente. Essendone stato  partecipe. Noi “dovevamo conoscere” non 200, ma centinaia di migliaia di persone. Perché il nostro universo era quello della sinistra: partiti, movimenti, gruppi di pressione di ogni ordine e grado che chiedevano alla “giunta rossa”di tener conto delle loro esigenze. Attraverso questo tramite conoscevamo la chiesa dei “mali di Roma”. In quanto ai poteri forti – economici, politici o burocratici che fossero – ce ne curavamo poco; al punto che pensavamo di poterli neutralizzare, valorizzando i “buoni” e raggiungendo un certo “modus vivendi” con gli altri.

Non poteva durare. E per mille motivi di cui uno assolutamente cogente. Non disponevamo delle risorse necessarie a tenere in piedi il nostro grande progetto di inclusione (non foss’altro perché, dopo le sentenze della Corte, non avevamo più gli strumenti necessari per la gestione del territorio). E, di progetti di riserva non ne avevamo proprio.

Il “modello 200” fu la via d’uscita. Teoricamente poteva funzionare. E ha funzionato. Ma a solo vantaggio dei privati. E, in definitiva, a danno della città. Nulla di peccaminoso, naturalmente, in un compromesso edilizio. Ma a condizione che il pubblico sappia fare la sua parte. Avendo una sua idea sullo sviluppo futuro della città e sui progetti funzionali alla sua promozione; e magari anche la capacità di andare a vedere i progetti dei privati e le loro modalità di realizzazione (così come i contratti di servizio delle aziende concessionarie).

Di tutto, ciò, invece, non c’è stata traccia. E, in assenza di un partner pubblico degno di questo nome, il “compromesso edilizio” si è tradotto nella subalternità pressoché totale di fronte ai 200. Una subalternità di cui la cupola corruttiva è stata un effetto collaterale e Alemanno le degenerazione populistico-criminale. Infine, Marino. La cui formula potrebbe essere definita come l’1 tendente verso lo 0.

Il Nostro si presenta all’insegna della più totale discontinuità. Ma non sembra in grado di contestare il modello 200. E di fare appello, su questo  punto, alla città. E’ solo e ne fa un titolo di merito. “Niente politica, solo Roma” (?!). Si parte lancia in resta contro tutti: partiti, sindacati, burocrazia, poteri forti; ma per battere subito in ritirata di fronte alle loro reazioni. Senza ottenere alcun risultato. E senza acquisire alleati.

Attenzione: le grida manzoniane del sindaco qualche impatto ce l’hanno. Ma questo dipende tutto dalla consistenza del bersaglio. Così Marino: contribuirà in modo significativo alla liquidazione del Pd (almeno in quanto protagonista politico degno di questo nome); confermerà i romani – pur non avendo affatto migliorato le cose (e magari proprio per questo) – nella loro pessima opinione della macchina anzi dei dipendenti comunali; mentre capitolerà di fronte al partito dei 200, come dimostrato dal vergognoso accordo sulla metro C, dalla pantomima sulle Olimpiadi e sullo sport che affratella e, perché no, anche dalla vicenda dello stadio.

Difficile, allora, che il sindaco sopravviva politicamente all’attacco concentrico di Renzi, del Pd e del partito degli affari. Né che si reinventi alla Masaniello in una elezione più prossima che ventura. Mentre è altrettanto improbabile che il Pd possa presentarsi all’appuntamento elettorale all’interno di uno schema bipolare.

Probabile, invece, la ricostituzione, dal centro e per iniziativa di Renzi del progetto bettiniano: magari opportunamente condito in salsa populista. Come unico strumento possibile per impedire l’avvento del M5S.

Detto in altro modo, un affarismo dal volto umano. Come quello di Veltroni. Ma con due importanti differenze. Quello di Uolter era a guida Pd, e si rivolgeva alla “borghesia sensibile” (sensibile ai “valori” e, magari ai dolori dell’Africa quanto, opportunamente, non interessata ai problemi della città). Quello di Mister M sarà invece a guida personale e si rivolgerà alla gente comune e alla sua pancia.

In ogni caso, sarà la fine della sinistra romana che abbiamo conosciuto in questi settant’anni, nella triplice versione petroselliana, veltronian-rutelliana e mariniana. Sarebbe, allora, necessario – a meno di rassegnarsi ad affidare al M5S le sorti della nostra democrazia civica – che ne sorgesse una nuova. Necessario e, aggiungo, anche possibile.

Alberto Benzoni 

bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISIS ISTAT italia italicum lavoro Lega M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato socialisti Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Alberto Benzoni cita, dalle pagine dell’Avanti! On line, Goffredo Bettini. La frase è questa “Chi vuole governare Roma deve conoscere 200 persone”. Tradotto in termini umani vuol dire che se vuoi governare Roma, devi essere familiare non ai cittadini, alle loro necessità, ai loro desideri, ma ai gruppi di interesse. I duecento sono una cosa molto diversa dai 300 spartani alle Termopili. Quelli erano uomini coraggiosi. I “200” potremmo nominarli uno ad uno: costruttori, buona borghesia sensibile ai problemi dell’Africa, in prima fila alle presentazioni dei libri sentimental-radical-chic di Veltroni, ma tragicamente disinteressata ai problemi di Roma, alle sue periferie dove la povertà incalza, nonché piccoli Ras dalla faccia da squalo.

    Un modello di “rappresentanza” che ha funzionato in maniera bipartisan, riducendo al minimo il dissenso sociale, espungendolo dai partiti e relegandolo nella nicchia in fondo marginale ed innocua dei centri sociali.
    Oggi i partiti hanno sezioni decorative, tanto le cose che contano si discutono altrove. La relazione di Barca sui circoli del PD insegna, ma la situazione per le altre organizzazioni politiche non è diversa.

    E’ curioso che Bettini, che da un po’ di tempo si era eclissato, abbia avuto tanto seguito alle elezioni europee. Duole che tanti socialisti e tanti compagni di sinistra abbiano sostenuto un modello di rappresentanza basato sull’esclusione e sulla subalternità alla gente “che conta”. Duole che quelle stesse persone vadano in giro a fare i rivoluzionari. Non si può sostenere il modello “200” e, contemporaneamente inneggiare a Tsipras e all’eroismo del popolo greco contro i poteri forti dell’economia.

    Ma al di là di queste amare considerazioni c’è il problema della prospettiva. Che fare? Io credo che il fallimento della sinistra radical chic sia evidente e non baso questo giudizio sulle sole cronache giudiziarie. Anche senza Mafia Capitale il fallimento sarebbe stato davanti ai nostri occhi. Da Rutelli a Veltroni, contando in queste fila anche tutti gli alleati. Ignazio Marino è talmente impalpabile che non vale neanche la pena di parlarne. E’ evidente anche la debacle delle destre che hanno applicato lo schema dei “200” con una rozzezza estrema, incapaci della grazia stilistica di un Veltroni.

    Bisogna dare a Roma un’altra possibilità. Occorre costruire una terza via che abbia come principale obiettivo quello del recupero della rappresentanza dei cittadini. Meno lobbies, più uomini e donne di Roma. Bisogna avere il coraggio delle riforme, intendendole come un atto rivoluzionario: senza estremismi di facciata ma anche prive di timori reverenziali nei confronti di nessuno, riforme che siano “radicalmente efficaci”. Bisogna avere il coraggio di percorrere una terza via laica e socialista. Per “socialista” non intendiamo la semplice adesione al PSE, ma un’azione che abbia al centro del ragionamento la categoria di giustizia sociale, cui va affiancato, con forza, il diritto dei cittadini alla qualità della vita.
    Bettini è al parlamento europeo. La cosa ci fa piacere. Egli comunque rappresenta una parte importante della storia della sinistra romana ed è giusto che rivesta una posizione di rilievo. Ma Roma non ha bisogno del fantasma dei “200”. Quello lo dobbiamo cacciare in malo modo.

    Mario Michele Pascale
    Consiglio Nazionale del PSI
    Associazione Spartaco

Lascia un commento