mercoledì, 7 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Srebrenica, dopo 20 anni
la ferita è ancora aperta
Pubblicato il 11-07-2015


Aleksandar Vucic

Il premier della Serbia Aleksandar Vučić

L’11 luglio 2015 ricorrono venti anni esatti dal massacro di Srebrenica, la cittadina della Bosnia Erzegovina dove le truppe serbo-bosniache uccisero più di 8.000 persone di etnia musulmana. Per ricordare quello che è ritenuto il maggiore massacro avvenuto in Europa dal 1945, nel memoriale delle vittime di Potočari sono arrivate quasi 90 delegazioni straniere e decine di migliaia di persone. Tra gli ospiti più attesi, oltre all’ex presidente americano Bill Clinton, vi era il premier della Serbia, Aleksandar Vučić. Dopo aver incontrato alcune madri delle vittime, però, all’ingresso nel memoriale Vučić è stato bersagliato di fischi e di insulti, fino ad un vero e proprio lancio di oggetti da parte di un gruppo di musulmani. Il premier serbo ha così dovuto lasciare la cerimonia ed è tornato a Belgrado.

Quest’ultimo episodio dimostra come le polemiche e le divisioni continuano a non placarsi. Il massacro di Srebrenica si inserisce difatti nel complesso quadro delle guerre scoppiate nei Balcani negli anni’90, di cui la Bosnia fu il teatro più cruento. La compresenza sul suo territorio di musulmani, serbi e croati divenne preda, al crollo della Jugoslavia, di feroci nazionalismi, sfruttati dai leader per l’affermazione del proprio gruppo nazionale. Nello specifico, la Bosnia orientale divenne terreno per le offensive dell’esercito serbo-bosniaco, guidato dal generale Ratko Mladić, protagonista di violenze e uccisioni ai danni della popolazione musulmana. Parte di questa decise perciò di rifugiarsi nella cittadina di Srebrenica, definita dall’ONU un’area protetta sotto la propria tutela. Dopo mesi di scontri intorno all’enclave, l’11 luglio 1995 i soldati serbo-bosniaci entrarono nella città, e, per giorni, trucidarono più di 8.000 persone, uomini e ragazzi.

Questa ricostruzione, ampiamente documentata, è stata confermata dalla Corte internazionale di giustizia e dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, che hanno definito quanto avvenuto a Srebrenica un genocidio. Tale definizione non è però unanime e l’8 luglio scorso la Russia ha posto il veto in Consiglio di Sicurezza dell’ONU per bloccare una risoluzione che definiva appunto genocidio il massacro di Srebrenica. Il Cremlino ha definito tale risoluzione “non costruttiva e politicamente motivata”, richiedendo una condanna verso tutte le violenze scoppiate nei Balcani negli anni’90. Questa posizione supporta la linea di Belgrado, che denuncia un accanimento contro i serbi, in confronto ad un certo lassismo nel punire i crimini commessi da croati, musulmani e, nel successivo conflitto in Kosovo, albanesi.

Altri contrasti riguardano invece il ruolo della comunità internazionale, che permise il compiersi di una strage che, alla luce di anni di violenze, poteva essere prevenuta. Stupisce come non si siano compiuti dei raid Nato contro le postazioni degli uomini di Mladić e come i soldati ONU presenti a Srebrenica non abbiano opposto resistenza all’avanzata dei serbo-bosniaci. Una recente inchiesta dell’Observer accusa Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia di aver sacrificato Srebrenica per pervenire ad un accordo di pace con Belgrado, raggiunto pochi mesi dopo. Per quanto sia difficile dare per certa tale versione, i dubbi sull’atteggiamento delle grandi potenze restano forti.

Oltre a questi punti controversi, però, si riscontrano anche segnali positivi. Negli ultimi anni, la Serbia ha compiuto importanti passi avanti nel riconoscere i crimini commessi in Bosnia: l’allora presidente Boris Tadić presenziò alla cerimonia per Srebrenica nel 2010, l’attuale presidente Tomislav Nikolić ha chiesto pubblicamente scusa alle vittime, i principali responsabili, Mladić compreso, sono stati arrestati e consegnati al Tribunale dell’Aja. La presenza di Vučić al ventennale poteva essere un ulteriore passo di questo percorso, fondamentale per una reale pacificazione tra i Paesi della regione, ma la reazione provocata dimostra come ancora oggi siano aperte le ferite del passato.

Riccardo Celeghini

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