sabato, 3 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Grecia, un ‘colpo’ contro la democrazia
Pubblicato il 13-07-2015


Quanto è avvenuto in Grecia ha rappresentato una sorta di redde rationem per la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta dalla fine della II guerra mondiale sino al crollo del Muro di Berlino. Da quel 1989, finito lo spettro che si aggirava per l’Europa del comunismo, per citare Karl Marx, il mercato e la finanza hanno preso il sopravvento sulla politica democratica.

La Grecia ha, nei secoli, sempre rappresentato un laboratorio politico: nell’Atene di Pericle del V secolo a. C. le decisioni erano prese dall’assemblea popolare, due volte al mese si tenevano delle assemblee ordinarie nelle quali i cittadini votavano per alzata di mano e decidevano. E sulla Nazione ellenica, nel 1967 si sperimentò, per motivi geopolitici temendo l’avvento di una sinistra filo-sovietica, una brutale dittatura militare, cosiddetta “dei colonelli”, sotto il mantello ideologico dell’Atlantismo.

Alexis Tsipras, ai giorni nostri, ha reagito ad un nuovo tentativo di golpe, che vedeva uniti la Troika, formata da Fondo Monetario Internazionale, Unione e Banca centrale europee, con al centro l’intransigenza tedesca che configura ormai vieppiù una sorta di IV Reich fondato non sulle armi da guerra ma sulla moneta unica, in danno di gran parte degli altri membri dell’eurozona, con l’appoggio solo di alcuni Paesi europei, che sembrano riprendere la tradizione scellerata dei Governi-Quisling. E invece ora tutti si mettono a dare lezioni alla Grecia, ma esse sono solo reazioni oligarchiche: il rifiuto di acco­gliere il com­pro­messo che dopo mesi di trat­ta­tive Tsi­pras aveva ipotizzato equi­valeva proprio – lo hanno detto auto­re­voli eco­no­mi­sti come i premi Nobel per l’Economia Paul Krugman e Joseph Stiglitz (entrambi non pericolosi bolscevichi ma tranquilli keynesiani) – a un colpo di stato di tipo nuovo. Un ten­ta­tivo sco­perto di rovesciare il primo governo di sini­stra greco. Appare adesso anche più chiaro che in gioco non c’era la resti­tu­zione del debito, ma pro­prio que­sto obiet­tivo poli­tico, per dimo­strare al mondo, e nell’immediato alla Spa­gna, che non è lecito con­te­stare la poli­tica decisa a Bruxelles dalla Germania.

L’ipotesi “Grexit”, l’uscita della Grecia dall’euro, avrebbe avuto un effetto domino con l’implosione della moneta unica e della stessa artificiale costruzione dell’Unione europea, basata non su processi di cessione progressiva di poteri politici dalle singole nazioni agli Stati Uniti d’Europa, ma sulla camicia di Nesso del rigorismo economico, della deflazione e della stabilizzazione monetaria.

“Le statistiche ingannano. Dietro la crescita economica fotografata dai numeri si accumula malessere e la sola cura che conosciamo ci dice di spingere ancora sull’economia, ma non è così che impareremo ad essere felici”: così ha detto di recente il teorico della “società liquida” Zygmunt Bauman, ragionando sull’impotenza della democrazia dei consumi di fronte alle domande fondamentali.

Allora si deve interpretare politicamente e non economicisticamente il voto in Grecia e lo scontro successivo con il “falchi” tedeschi e le nazioni-satellite. Si è trattato certamente di un pronunciamento popolare contro una serie di tendenze della politica mondiale: il primato della finanza globale sulla politica democratica, con il fenomeno della “privatizzazione della politica”, l’affermazione delle élites oligarchiche contro il consenso popolare, la perdita di sovranità degli Stati-nazione e, in Europa, di un’economia fondata sull’austerity e sul monetarismo che ha drammaticamente impoverito le classi più deboli e lo stesso ceto medio, concentrando ulteriormente la ricchezza nelle mani di banchieri e finanzieri.

Maurizio Ballistreri

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