venerdì, 9 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

“Due destre” per la politica italiana?
Pubblicato il 20-07-2015


Dopo il voto in Grecia, rumors della politica nazionale parlano di un’ipotesi di alleanza tra Grillo, Salvini e la Meloni, che farebbe della legge elettorale imposta da Renzi il “Cavallo di Troia” per batterlo alle prossime elezioni, grazie al premio di maggioranza strenuamente voluto a favore del partito che consegue la maggioranza relativa.

Subito i commentatori hanno definito l’alleanza come espressione della destra populista, xenofoba e anti-europea, non cogliendo che il massiccio consenso che attorno ad essa si formerebbe sarebbe, in primo luogo delle classi popolari e dello stesso ceto medio flagellati dalla recessione e dall’austerity merkeliana.

Se così fosse però, si può aggiungere, che le vicende della politica italiana riscontrerebbero le tesi di un bel saggio del sociologo Marco Revelli, dal titolo ‘Le due destre’.

Nonostante sia del 1996, l’analisi del sociologo torinese, noto in particolare per le sue raffinate analisi sul post-fordismo, sembra tuttora valida per interpretare l’attuale scenario della politica e dell’economia in Italia, con una dialettica tra una destra plebiscitaria e una destra liberista e tecnocratica travestita da centrosinistra blairiano.

Da una parte una destra sostenitrice della sovranità nazionale e dell’identitarismo territoriale; l’altra destra con tecnocrati “prestati alla politica” che trovano di volta in volta il sostegno della sinistra ex-comunista e dei cosiddetti “cattolici democratici”, alleati con il “salotto buono” del capitalismo italiano (o cioè che rimane dei “poteri forti” un tempo organizzati attorno alla Mediobanca di Enrico Cuccia, oggi essenzialmente la “nuova Fiat” di Marchionne) e la grande editoria invero declinante. I governi Amato, Ciampi e Dini (1992-1996) e il breve esecutivo Prodi del 2006-2008 con ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, per taluni aspetti rappresentano i precursori di Monti e di quel “governo dei tecnici” il cui archetipo è nella proposta formulata nei primi anni ’80 del secolo scorso dal repubblicano Bruno Visentini.

D’altra parte, anche l’attuale politica economica, fatta di aumenti dissimulati delle tasse, di modifiche al sistema di previdenza pubblica e di riduzione dei diritti del lavoro, segue il modello di stabilizzazione economica imposto a livello planetario dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale e dalle agenzie di rating e in Europa dal monetarismo tedesco.

In questo contesto è il Partito democratico ad avere, in prospettiva, le maggiori difficoltà politiche, con la “Coalizione sociale” avviata dalla Fiom-Cgil, e la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra espressione di una visione sindacale “laburista”, che potrebbe allearsi con Sel di Vendola e pezzi della sinistra del Pd fuoriusciti, Fassina e Civati in primo luogo (forse con la regia di D’Alema….), parallelo ai movimenti ‘Syriza’ in Grecia e ‘Podemos’ in Spagna. Situazione non nuova quella degli eredi del vecchio Partito comunista: negli anni del “compromesso storico” tra il Pci di Berlinguer e la Dc di Moro, “garantito” dagli ambienti industriali rappresentati dal leader repubblicano Ugo La Malfa, e delle politiche economiche di “austerità”, Giorgio Amendola disse “i sacrifici sono richiesti dalle cose” quale contropartita all’ingresso dei comunisti nell’area di governo.

Anche lo scenario politico europeo, purtroppo, sembra influenzato dal paradigma delle “Due destre”: cosa rappresenta se non una svolta verso posizioni antisociali e antidemocratiche la dichiarazione del vice della Merkel, il socialdemocratico Gabriel, contro Tsipras dopo il no del referendum greco alla Troika? E la subalternità del presidente socialista francese Hollande alla “Cancelliera di ferro” sugli aiuti al paese ellenico? Di peggio, nella storia, ci sono solo il voto favorevole sui crediti di guerra della Spd e il governo di Union sacré con i socialisti in Francia, a sostegno della “Grande guerra”!

La sinistra italiana ed europea, per una sua ridefinizione, non dovrebbe mai dimenticare la lezione di Norberto Bobbio, il quale ammoniva che destra e sinistra esistono ancora!

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Se “destra e sinistra esistono ancora !”, come chiude l’articolo, a me non sembra un gran male, perché c’è comunque un bilanciamento, e mi preoccupa piuttosto l’ipotesi del pensiero unico, che vuole occupare tutto lo spazio politico, cercando semmai di delegittimare ogni avversario e concorrente, anziché fronteggiarlo sul piano delle idee e delle proposte, come ritengo sia già successo.

    Io credo che vi siano materie, principi e valori – quelli che per la loro portata verrebbe da definire non negoziabili – in ordine ai quali occorre avere quantomeno posizioni di partenza nette e precise, rappresentate appunto dalla “destra” e dalla “sinistra”, che possono così configurarsi come inequivoci punti di riferimento per chi si riconosce nell’una o nell’altra tesi, anche se non è detto e scontato che abbia ragione l’una o l’altra parte, e che il meglio nasca dal confronto-scontro…

    Ciò non toglie poi che si possano raggiungere intese e compromessi su determinate questioni, ma senza che gli uni o gli altri abbiano a snaturarsi, e possono esservi altresì forze che assumono posizioni intermedie, e anche le alleanze possono servire da riequilibrio e contrappeso, ma ciò deve avvenire in modo chiaro e ben percettibile, perché diversamente l’elettore si disorienta e può essere indotto a disertare il voto.

    Alla lunga non regge che una sinistra voglia assumere i panni della destra, e viceversa, perché siffatto “camuffamento” prima o poi si smaschera da solo, allorché il “gioco si fa duro” come si usa dire, e fa emergere le contraddizioni, e la sinistra dovrebbe anche aver appreso che se si cerca di delegittimare una destra liberale, al suo posto arriva inevitabilmente una destra più radicale e populista, perché c’è un elettorato non di sinistra che vuole essere comunque e legittimamente rappresentato.

    Paolo B. 23.07.2015

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