venerdì, 2 dicembre 2016
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Opinioni e commenti
 

Carceri: meno personale e più suicidi
Pubblicato il 21-07-2015


Suicidi-carcere

Oggi nel carcere di Regina Coeli, è avvenuto il secondo suicidio in poche ore: quello di un ragazzo di 18 anni arrestato con l’accusa di aver ucciso Mario Pegoretti, make up artist dei vip. Prima di lui, la sera di domenica, Ludovico Caiazza, l’uomo di 32 anni accusato dell’omicidio del gioielliere romano Giancarlo Nocchia, si è tolto la vita impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella, dopo il suo incontro con l’avvocato e con una psicologa che avrebbe riscontrato “un forte grado di agitazione ma nulla di allarmante”.

Il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) ha avviato un indagine interna per ricostruire cosa sia realmente accaduto all’interno del carcere, una prassi utilizzata normalmente in casi come questi. Entrambi gli uomini facevano parte della stessa sezione carceraria: quella dei “nuovi giunti”. Ma come è stato possibile incappare in due vicende del genere, in così poco tempo di distanza? Per il segretario di Uilpa penitenziari, Eugenio Sarno, non è una sorpresa, in quanto il reparto “nuovi giunti” dovrebbe essere costantemente sorvegliato da guardie che, al momento, scarseggiano, e dovrebbe essere sottoposto a sedute psicologiche continue.
“Un detenuto appena arrivato – afferma Sarno – ha bisogno di essere seguito in modo costante. Ma, purtroppo, non ce lo possiamo permettere.” Effettivamente, è un’impresa ardua, in Italia, soprattutto dopo i tagli che sono stati fatti con il piano di spending review firmato da Mario Monti, approvato con decreto legge 6 luglio 2012, n.95, convertito dalla legge 7 agosto 2012, n.135. Tagli che hanno ridotto drasticamente il personale penitenziario e bloccato il turnover della polizia delle carceri.

Lo stesso Si.Di.Pe – l’organizzazione sindacale che raccoglie il maggior numero di dirigenti penitenziari – ha lanciato un grido d’allarme per gli effetti devastanti provocati dal fallimentare sistema penitenziario italiano, in tema di funzionamento della giustizia e di termini di sicurezza. Di fatto, si stima, che per 120 detenuti vi sia solo un agente sorvegliante e che le ore di lavoro di uno psicologo all’interno del carcere, si riducano a pochi minuti per ciascun detenuto: è chiaro che in queste condizioni non vi può essere alcun aiuto da parte delle autorità, né un qualche tipo di rieducazione.

Rita Bernardini, segretaria dei Radicali Italiani, impegnata da anni per il riconoscimento dei diritti dei carcerati, dice a proposito della vicenda: “tutte le sezioni di quel carcere sono illegali e quella dei ‘nuovi giunti’ è la più illegale di tutte. Quando ero parlamentare ho più volte fatto delle interrogazioni parlamentari per denunciare lo stato d’illegalità in cui versa proprio la sezione ‘nuovi giunti’ del Regina Coeli. Il momento in cui un detenuto entra in carcere, è il momento più delicato dello stato psicologico del soggetto”.

Secondo un rapporto della Cgil, oltre il 10% del personale dei penitenziari, si sposta verso i vertici amministrativi, secondo procedure ben poco chiare. Un fenomeno, questo, che, in teoria, sarebbe dovuto essere contrastato ma che, di fatto, non lo è stato. I numeri inseriti nel report Cgil indicano che la dotazione organica prevista e necessaria nelle strutture penitenziarie italiane, sarebbe dovuta essere di 45 mila unità, a fronte delle 38mila effettivamente attive. Di queste ultime, tuttavia, oltre 3.500 non sono impegnate all’interno delle carceri, ma in uffici esterni, il che porta a circa 10mila unità, il reale deficit di personale negli istituti.
Tutto ciò porta, inevitabilmente, a una carenza di risorse umane che incide sul peggioramento delle condizioni lavorative nelle carceri: un aumento delle aggressioni al personale del 10% dal 2014, una crescita degli straordinari di lavoro, con picchi di sedici ore consecutive, un boom di oltre il 50%, solo nel lazio, di provvedimenti disciplinari e, inevitabilmente, un accrescimento dei tentativi di suicidio e di atti di autolesionismo che, nel 2014, sono stati pari a 6.969.

Ricordiamo, inoltre, le due condanne che ha subito l’Italia, corrispondenti al pagamento di 100 mila euro per ciascun detenuto che ha fatto ricorso, da parte dell’Unione Europea dei diritti dell’uomo, rispettivamente nel 2009 e nel 2013, in termini di sovraffollamento delle carceri. Spazi di 9 metri, occupati da sette persone, costretti a vivere in condizioni igieniche fatiscenti, senza acqua calda e con scarsa illuminazione.
Con uno scenario del genere, pensare ad un rinserimento dei carcerati nella società, è quasi un’utopia. Lo scopo dei penitenziari dovrebbe essere quello di rieducare e reinserire, perché il carcere è una cellula viva del contesto sociale e non un mero problema a sé, avulso da esso. È lo specchio della società che lo contiene e i carcerati, la sua immagine.

Gioia Cherubini

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